Un bilancio di un anno di articoli sulla scuola e tre urgenze per il nuovo anno: CCNL normativo, riforme affrontate nel merito, organici ed edifici adeguati invece di tagli mascherati da efficienza.

mondoscuola 8 minuti di lettura

Domani riparte l’anno scolastico, e riparte esattamente da dove si era interrotto: con gli stessi nodi irrisolti che con questo blog ho provato a documentare, riforma dopo riforma, per gli ultimi dodici mesi.

Devo dire che si fa perfino fatica a stare dietro alla creatività del Ministro dell’Istruzione (e del Merito), Giuseppe Valditara: ogni giorno infatti da Viale Trastevere prima, dai banchi del Parlamento poi, arrivano notizie di riforme strabilianti e promesse di cambiamenti epocali. In realtà, conti alla mano, pare che di nuovo non ci sia nulla di positivo, se non un progressivo attacco all’autonomia dei collegi docenti, all’autonomia dei dirigenti scolastici, un accanimento continuo contro il personale scolastico ed in generale contro la scuola statale quando svolge a pieno il suo ruolo di “formazione e crescita dei cittadini”. Lo Stato sta dimostrando di avere qualche allergia per il pensiero critico, per il confronto democratico, per la scuola pubblica ed il diritto allo studio. Chiamiamolo addestramento, non formazione.
Prima di guardare avanti vale la pena guardare indietro, perché i problemi di settembre 2026 non nascono nel vuoto: hanno una storia precisa, e quella storia è già scritta.

Un anno di riforme di facciata

Il filo conduttore più insistente è stato quello delle riforme ideologiche travestite da innovazione. Il grande ritorno al passato, ovvero Gentile 2.0 apriva già a maggio il ritratto di un progetto — Valditara, Galli della Loggia, Perla — che guarda la scuola nello specchietto retrovisore. Da lì una serie coerente: Riforma dei licei: l’ennesimo feticcio ideologico di Valditara, Riforma degli istituti tecnici: le ragioni dello stato d’agitazione per una strage culturale annunciata, Tanto tuonò che piovve: il Liceo Matematico e l’inondazione della propaganda. Persino il lessico è finito sotto osservazione: da Maturità 2026: il nome fa la cosa, o almeno ci prova a Il “maturometro” e l’arte di giudicare in pochi minuti, passando per Il paradosso di Pavese: una propaganda meritocratica che sceglie le parole prima ancora dei contenuti. A completare il quadro, Il Ministro e il fantasma del gender e, negli ultimi giorni, Il tetto di carta, Il nuovo maccartismo parte dalla scuola e La scuola che guarda indietro: Vannacci, Sasso e Valditara confermano che l’anacronismo non è un incidente isolato, ma un metodo.

Precariato, organici, autonomia sotto pressione

Il secondo filone riguarda le persone che nella scuola ci lavorano ogni giorno. 250mila precari, 46mila posti da stabilizzare: Valditara rimandato in matematica fotografa un conto che non torna da anni; Gli educatori o la classe che il dibattito pubblico ha smesso di vedere racconta l’invisibilità statistica di una categoria intera. Sul fronte contrattuale, Alcune riflessioni sulla firma del CCNL Istruzione e ricerca e CCNL 2025-27: firmata la parte economica, un traguardo importante, ma la mobilitazione continua segnano un passaggio parziale, non una soluzione. E mentre gli organici restano scoperti, l’autonomia scolastica viene compressa dall’alto: L’autonomia scolastica sempre più soggetta alla centralizzazione ideologica di Viale Trastevere e Il contraddittorio impossibile documentano come le ispezioni e la disintermediazione — vedi anche Valditara, il Dirigente Scolastico d’Italia — stiano riducendo gli organi collegiali a comparse.

Risorse, edifici, dispersione: la scuola che non investe

Il terzo filone è quello delle risorse, o della loro assenza. Scuola paritaria: i “casi isolati” di Cefalù e i conti che nessuno vuole fare fino in fondo e Il piano del governo tra housing e titolifici mostrano dove va davvero il denaro pubblico dell’istruzione, mentre Diritto allo Studio Universitario: risorse ancora insufficienti in Lombardia porta il problema sul piano regionale. Sul fronte didattico, INVALSI 2026: la prova che investire funziona. E adesso? è probabilmente il pezzo più importante dell’anno: dimostra nero su bianco che la dispersione scende dove sono arrivati i fondi PNRR, in scadenza proprio ad agosto 2026, mentre la primaria arretra dove la scuola si è “secondarizzata”. Il tema del tempo si è imposto anche sul calendario: Le proposte di modifica del calendario scolastico e la scuola come parcheggio e, poche settimane fa, Il calendario che non ascolta la didattica e il mito dei pochi giorni di scuola. E poi la povertà educativa vera, quella che si insegna: Insegnare nella povertà educativa è un mestiere complesso, ma necessario, La scuola come smistatore sociale, Riforme scolastiche e lavoro minorile: la Lombardia è già oltre il trend nazionale, fino alla vicenda più dolorosa dell’anno, Morti sul lavoro: le statistiche apparentemente scendono, ma Fabrizio aveva solo 18 anni, dove l’assenza di organico ispettivo si paga con vite umane, non solo con statistiche.

Disagio giovanile, sicurezza, e le risposte sbagliate

Un quarto filone, trasversale ai primi tre, ha attraversato l’anno con particolare insistenza: la tentazione di rispondere al disagio giovanile con strumenti punitivi invece che educativi. Scuola, disagio giovanile, violenza e risposte sbagliate apriva la questione già a fine maggio; Vietare non educa: sul DDL Social Media arriva la solita risposta securitaria e La politica securitaria e le armi di distrazione di massa mostrano come lo stesso schema — sei decreti sicurezza in quattro anni, zero euro in più per scuole e psicologi — si ripeta identico ogni volta che un tema scomodo si affaccia nel dibattito pubblico. Non è mancato, in mezzo a tutto questo, lo spazio per la riflessione più propriamente pedagogica: Intelligenza artificiale e Scuola sul quadro normativo ancora incompleto, e La conoscenza come strumento critico: Ireneo Funes sapeva tutto, ma non capiva niente sulla differenza, sempre più urgente, fra accumulare informazioni e trasformarle in pensiero.

Messi in fila, questi pezzi disegnano lo stesso quadro già anticipato a giugno in Bilancio di fine anno scolastico, tra riforme di facciata e macerie strutturali: tanta propaganda, poca sostanza, e un conto che si allunga di anno in anno.

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Tre urgenze per l’anno che comincia

Da questo bilancio discendono, con una certa naturalezza, le tre priorità su cui la scuola italiana non può più permettersi rinvii.

Primo: un CCNL che sposti davvero potere verso le scuole. La firma della parte economica è stata, come scrivevo, un traguardo parziale: manca ancora una parte normativa che rafforzi il ruolo della contrattazione d’istituto, restituisca peso reale agli organi collegiali e riconosca alle RSU una funzione negoziale piena, non consultiva. Finché le decisioni che contano — carichi di lavoro, organizzazione didattica, uso delle risorse — restano accentrate a Viale Trastevere, ogni discorso sull’autonomia scolastica resta un esercizio retorico: lo dimostrano, in negativo, sia l’abuso delle ispezioni sia la prassi di scrivere direttamente alle famiglie scavalcando i dirigenti. Questo non vuol dire che la questione salariale va in secondo piano, tutt’altro: il nostro continua ad essere una vergogna se paragonati con gli stipendi del personale scolastico fuori dall’Italia, ma anche in Italia: la valorizzazione del personale passa assolutamente attraverso la rivalutazione degli stipendi, sia nella parte fissa/tabellare, sia nella parte variabile (fondi MOF). Per questo in autunno sarà necessario compulsare la discussione della prossime Legge di Bilancio ed assicurarsi che siano appostate risorse economiche davvero adeguate a riconoscere il lavoro ed il ruolo del personale scolastico.

Secondo: le riforme in corso vanno affrontate nel merito, non subite. Le linee guida in fase di scrittura e la riforma degli istituti tecnici non possono essere gestite come emergenze burocratiche da recepire in silenzio: richiedono un confronto reale, aperto, con chi lavora nella scuola, con chi insegna e con chi ne garantisce il funzionamento. Non si può accettare ancora un’informativa a cose fatte. La contrapposizione allo stato d’agitazione sugli istituti tecnici, come già scrivevo, non è mai stata un rifiuto tecnico del cambiamento: è il rifiuto di un’idea di scuola subordinata al mercato del lavoro invece che alla formazione della persona. Lo stesso vale per le linee guida ancora in discussione: la loro scrittura definitiva non può essere lasciata a un tavolo ristretto di ispirazione ideologica, come già avvenuto con il liceo matematico o con la riforma dei licei. Bisogna aprire una discussione pubblica che coinvolga studenti, famiglie e soprattutto personale scolastico, sindacati e associazioni professionali. Siamo pronti!

Terzo: organici adeguati ed edifici sicuri, non tagli mascherati da efficienza. I dati INVALSI 2026 dicono con chiarezza che investire funziona: dove sono arrivati i fondi PNRR, la dispersione scende. La fine di quei fondi, prevista per l’anno che comincia, non può tradursi in un ritorno alla scarsità. Combattere la dispersione scolastica e la povertà educativa richiede aumentare il tempo scuola dove serve, non comprimerlo in nome del calendario o del risparmio; richiede stabilizzare i 250mila precari, non rimandarli all’anno successivo; richiede un organico ispettivo capace di prevenire le tragedie, non di contarle a posteriori. Gli edifici scolastici, va ricordato, non sono solo un problema estetico o di manutenzione ordinaria: sono la condizione materiale minima perché tutto il resto — la didattica, l’inclusione, persino la sicurezza fisica di chi ci passa dentro le proprie giornate — abbia un senso.

Un anno di articoli non basta a risolvere nulla, ma può servire a una cosa precisa: impedire che i problemi di settembre vengano raccontati, ancora una volta, come sorprese. Non lo sono. Sono, punto per punto, la sequenza logica di scelte già fatte, o non fatte, nei dodici mesi appena trascorsi.

Buon anno scolastico, con tutte le riserve del caso.


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