Il nuovo maccartismo parte dalla scuola: la Florida, Rubio e l’eco italiana di Valditara
Per capire perché la Florida abbia scelto proprio quest’anno di rendere obbligatorio lo studio dei crimini del comunismo a scuola, agli studenti di medie e superiori, bisogna partire da un contesto che sembra lontano dalle aule scolastiche, ma non lo è. Negli Stati Uniti i Democratic Socialists of America, l’organizzazione che Bernie Sanders ha reso una forza politica seria fin dal 2016, stanno vincendo primaria dopo primaria, portando in Congresso e nei municipi candidati apertamente socialisti: da Zohran Mamdani, sindaco di New York, ai vari nomi che si sono imposti nelle primarie di quest’estate.
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La risposta dell’amministrazione Trump, orchestrata dal segretario di Stato Marco Rubio insieme al consigliere della Casa Bianca Stephen Miller, è stata riesumare il linguaggio della Guerra Fredda. Durante un summit a Washington sulla presunta “rinascita del terrorismo politico di estrema sinistra”, i due hanno messo nello stesso calderone i democratic socialists, i movimenti Pro Pal, i collettivi antifascisti e la sinistra del Partito Democratico, Mamdani incluso. La riscoperta del pericolo comunista non è casuale: serve a dare un nome indifendibile al dissenso proprio nell’autunno che porta alle elezioni di metà mandato di novembre, nella speranza che agitare lo spettro rosso funzioni ancora come ai tempi di McCarthy (Contropiano). Lo stesso Trump, il 4 luglio, ha giurato solennemente che “l’America non sarà mai un Paese comunista”, in un discorso che alcuni (Pressenza) vedono come molto vicino “ai deliri maccartisti degli anni Cinquanta”.
La Florida, per legge – È in questo clima che dal 3 agosto è ufficialmente in vigore in Florida la SB 1264: da settembre gli studenti dalla sesta alla dodicesima classe seguiranno un curriculum obbligatorio di “Storia del Comunismo”, con particolare attenzione a Unione Sovietica, Cina, Cuba, Venezuela e ai movimenti guerriglieri latinoamericani, più 45 minuti di lezione dedicati ogni 7 novembre al “Giorno delle vittime del comunismo”. Anastasios Kamoutsas (commissario all’Istruzione della Florida) ha spiegato che l’obiettivo è far conoscere agli studenti “i fallimenti di quei modelli e la sofferenza umana provocata dalla loro applicazione”. Parallelamente, il 20 luglio 2026 il Dipartimento di Stato ha pubblicato, a firma dello stesso Rubio, un rapporto di cento pagine intitolato “Cuba: la capitale del comunismo del ventunesimo secolo”, che contiene una lista di 43 nomi tra politici e attivisti statunitensi accusati di “filocubanismo“: da Mamdani fino all’azienda di gelati Ben & Jerry’s. (Kulturjam)

L’eco italiana: tre casi, uno schema solo – In Italia non si insegna il comunismo per legge, ma lo schema di fondo, usare la scuola come terreno per imporre dall’alto una narrazione politica, si ritrova con sorprendente precisione in almeno tre iniziative del ministro Giuseppe Valditara e del suo mondo di riferimento.
Il primo caso riguarda le nuove Indicazioni nazionali, prima per il primo ciclo (infanzia e scuola dell’obbligo, annunciate a febbraio 2025) e poi per i licei (presentate il 24 giugno 2026). Entrambe portano la firma della commissione guidata dallo storico Ernesto Galli della Loggia e della docente di pedagogia Loredana Perla, ed entrambe rivendicano, nelle parole dello stesso Valditara, la “centralità dell’Occidente” nella storia insegnata a scuola. Si tratta di sdoganare un impianto ideologico “dichiaratamente eurocentrico e sovranista, con gerarchie culturali e rimandi elogiativi al passato coloniale”, fino all’affermazione estrema “Solo l’Occidente conosce la Storia”. Un’impostazione chiaramente incompatibile con un’Italia sempre più multiculturale, ma tant’è. Per i licei, in vigore dal 2027, Valditara ha rivendicato la stessa impostazione parlando di un’eredità occidentale “a vocazione universale”, con al centro Omero, la Bibbia, Dante e un rinnovato peso della storia politica nazionale.
Il secondo caso è la legge 104/2026, promulgata il 9 giugno, che introduce l’obbligo di consenso informato preventivo dei genitori per qualunque attività scolastica legata a sessualità e affettività, vietandola del tutto per infanzia e primaria. Nata come “Ddl Valditara” per arginare quella che il ministro chiama “teoria del gender”, la legge ha compattato contro di sé ordini degli psicologi regionali, opposizioni e società scientifiche: la deputata di Avs Elisabetta Piccolotti ha parlato apertamente di “oscurantismo”, mentre gli psicologi l’hanno definita “un grave arretramento culturale, educativo e sociale”. Non è un dettaglio da poco che la stessa legge rimandi esplicitamente, per i contenuti ammessi, alle nuove Indicazioni nazionali sulla storia occidentale: i due interventi sono pensati per tenersi insieme.
Il terzo caso è il più esplicito, perché qui non si tratta di un programma ma di persone. Il 17 gennaio 2026 Azione Studentesca, l’organizzazione giovanile legata a Fratelli d’Italia, ha diffuso nelle scuole un questionario anonimo con una domanda che il manifesto ha ripreso integralmente: “Hai uno o più professori di sinistra che fanno propaganda durante le lezioni? Descrivi uno dei casi più eclatanti”. La segretaria generale della Flc Cgil, Gianna Fracassi, ha scritto al ministro Valditara parlando esplicitamente di “una forma di schedatura o stesura di una lista di proscrizione”. Fratelli d’Italia, invece di prendere le distanze, ha difeso l’iniziativa: il responsabile organizzativo del partito, Giovanni Donzelli, ha accusato la sinistra di voler censurare “i ragazzini nelle scuole”. Un mese dopo, il 19 febbraio, tre consiglieri comunali di Fratelli d’Italia a Bagno a Ripoli hanno rilanciato l’idea su scala più ampia, proponendo di etichettare le scuole del comune con “denominazioni aggiuntive” come “politicamente schierata a sinistra”, “ideologicamente comunista”, “favorevole alle teorie lgbtq+ e/o woke”, “antiamericana”, “antisionista”, “antifascista”. Il segretario dem locale l’ha definita “un rigurgito di fascismo, la vera faccia della destra”; l’assessora regionale Alessandra Nardini ha chiesto ai vertici nazionali di Fratelli d’Italia di dissociarsi. Non risulta che l’abbiano fatto.
Lo stesso schema, due paesi diversi – Messi in fila, questi tre episodi italiani condividono con il caso Rubio-Florida la stessa logica di fondo, applicata a materiali diversi: un impianto storico e valoriale imposto per decreto invece che discusso con la comunità scientifica ed educativa, e un dissenso reale o presunto che viene trattato non come opinione legittima da confutare, ma come una minaccia da schedare, etichettare o arginare per legge. Che l’obiettivo dichiarato sia il comunismo cubano o il “gender”, che lo strumento sia un curriculum, un consenso informato o un questionario anonimo nei corridoi di un liceo, il risultato pratico è lo stesso: la scuola smette di essere il luogo dove si insegna a pensare criticamente, e diventa il luogo dove si insegna, per decreto, cosa pensare.
All’interno di questa logica appare del tutto evidente e sotto gli occhi di tutti il progetto di una strumentalizzazione della scuola a scopo propagandistico, ma soprattutto un attacco evidente a tutti i meccanismi di base del processo democratico di una comunità, di un popolo, di uno Stato.
Su questo fronte, quello della crisi e della conseguente cura della società cosiddetta democratica, si combatte il nostro futuro: appropriarsi delle politiche sulla scuola, sui beni comuni, sulla sanità, sulla pace e sulla guerra, in nome di una presunta maggioranza, è un tema che ci deve interrogare con crescente preoccupazione.
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