C’è un’ossessione silenziosa che attraversa ogni singola riforma del ministro Valditara, come un filo rosso nascosto nel bouquet di fiori della propaganda: la convinzione — mai dichiarata esplicitamente, ma operativa in ogni decreto — che alcuni ragazzi debbano studiare e altri debbano lavorare, e che la scuola abbia il compito di stabilirlo il prima possibile.
Non si tratta di meritocrazia. Si tratta di canalizzazione precoce. E la differenza è enorme.
Il problema che la riforma non vuole risolvere – Partiamo da un dato scomodo. L’Italia è uno dei Paesi con la più bassa mobilità sociale dell’Occidente: tra i Paesi che tendono a occupare le posizioni peggiori nella “Curva del Grande Gatsby” — la correlazione negativa tra disuguaglianza economica e mobilità sociale — ci sono Gran Bretagna, Stati Uniti e, in virtù della loro elevata immobilità, proprio l’Italia. Traduzione: se nasci povero in Italia, è molto probabile che tu rimanga povero. E se nasci ricco, il tuo posto in cima alla piramide è quasi garantito.
La scuola pubblica, nella sua missione costituzionale, dovrebbe essere il meccanismo correttivo di questa inerzia. Lo dice l’articolo 3 della Costituzione: «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale».
La domanda dunque è semplice: qualcuna delle riforme di Valditara rimuove anche uno solo di questi ostacoli?
La risposta è no. E non per caso.
La lettera alle famiglie: orientamento o smistamento? – Prendiamo un esempio concreto e rivelatore. Nel novembre 2025, il ministro ha inviato una lettera direttamente alle famiglie degli studenti di terza media, con l’obiettivo di indirizzarli verso «le professioni più richieste dal mercato del lavoro». Gesto di premura, no? Un ministro che pensa al futuro dei nostri figli.
Peccato che, come ha spiegato Michele Dal Lago su Domani, la lettera non sia uno strumento di orientamento, ma «un atto di miopia intellettuale, oltre che un tentativo ingenuo e fallimentare di ingegneria sociale»: si appoggia massicciamente sui report Excelsior di Unioncamere, che «non indicano il futuro» ma «fotografano semplicemente un presente in via di estinzione» . In sostanza: mandiamo i ragazzi a imparare i mestieri di oggi, nell’era in cui l’intelligenza artificiale sta divorando proprio quei mestieri.
Ma c’è qualcosa di ancora più rilevante nel metodo. L’impianto della lettera «spinge verso una canalizzazione precoce negli istituti tecnici e professionali», mentre «le uniche competenze di fronte alle quali l’automazione arretra si coltivano in percorsi di studio ampi, riflessivi e non eccessivamente finalizzati». Il liceo — bollato implicitamente come poco “spendibile” — è esattamente l’ambiente che forma quelle capacità metacognitive che nessun algoritmo potrà replicare tanto facilmente.
E qui viene il punto. Chi va al liceo? Tendenzialmente, chi ha genitori che ci sono andati, che hanno libri in casa, che sanno cos’è il capitale culturale anche senza averlo studiato. Chi finisce al professionale? Tendenzialmente, chi proviene da famiglie con meno risorse simboliche e materiali. Questo non lo dice la cattiveria: lo dice Bourdieu, lo dicono le rilevazioni INVALSI, lo dice ogni studio serio di sociologia dell’istruzione.
Quindi la lettera di Valditara, confezionata con l’aria della cura, ottiene un effetto preciso: trasforma le differenze in disuguaglianze «in ingresso, in itinere e in uscita», andando in controtendenza rispetto al principio costituzionale che mira a «garantire un sistema d’istruzione che renda possibile la rimozione degli ostacoli» alla concreta attuazione del diritto all’istruzione.
La valutazione classista: il voto come sentenza – Il secondo pilastro della visione valditariana è il ritorno alla valutazione come classifica, come selezione, come certificazione dell’esistente. Come ha mostrato Cristiano Corsini nel suo La fabbrica dei voti, il sistema valutativo, «accentrando tutto il potere negli adulti, priva gli studenti di una crescita libera e riproduce le stesse disuguaglianze che dovrebbe combattere, confermando la funzione classista della scuola».
Il voto, nella logica meritocratica, misura il talento. Ma il talento non è distribuito dal cielo: è distribuito dalle biblioteche di casa, dai ripetitori privati, dai genitori che hanno tempo di seguire i figli la sera. Corsini è esplicito: la visione del voto come classifica è «poco utile dal punto di vista educativo ma coerente con una visione gerarchica e meritocratica della scuola e della società».
Valditara, non a caso, ha ripristinato il voto numerico anche in primaria e ha reso la valutazione ancora più classificatoria, esattamente come segnala la FLC CGIL: si assiste al «ritorno di una valutazione classificatoria e selettiva» insieme al «voto di condotta» come strumento pedagogico, cioè alla punizione come metodo educativo.
La punizione, tra parentesi, funziona benissimo per chi vuole studenti obbedienti piuttosto che pensanti. Un’altra coincidenza.
Il modello 4+2: uscite prima, per favore – La riforma più strutturale — il già citato modello 4+2 per tecnici e professionali — è quella che meglio esplicita la logica complessiva. Quattro anni di scuola invece di cinque. Più ore settimanali. Alternanza scuola-lavoro già dal secondo anno. Meno materie di base.
Il disegno è chiaro: «le riforme e le proposte del ministro Valditara vanno nella direzione di una scuola estremamente performativa, in cui lo studente in quanto tale diminuisce sempre più di importanza, per lasciare spazio al voto, e alle sue future capacità lavorative»
Il soggetto scompare: rimane la risorsa umana.
Il meccanismo funziona così: i ragazzi con famiglie meno abbienti vengono indirizzati — con la lettera, con la propaganda, con l’architettura stessa delle scelte scolastiche — verso percorsi più brevi. Escono dal sistema un anno prima, entrano nel mercato del lavoro con meno strumenti critici, con meno cultura generale, con meno capacità di leggere il mondo e di rivendicare diritti.
È «necessario che la scuola ritorni a essere luogo di emancipazione e di riscatto sociale, dove i deficit di conoscenze, competenze e comportamenti siano rimossi, non semplicemente certificati o, peggio ancora, puniti, consolidando così le disuguaglianze»,
Ma è esattamente il contrario di quello che fa questa riforma: i deficit vengono certificati, etichettati e usati per smistare.
Il paradosso finale: non c’è nulla per chi parte svantaggiato – Tra le misure introdotte o promosse da Valditara, quante riducono il peso delle condizioni di partenza? Quante aiutano il figlio di un operaio a ottenere le stesse opportunità del figlio di un professionista?
Il latino alle medie? Favorisce chi ha già il capitale culturale per trovarlo interessante.
Le poesie a memoria? Favorisce chi ha genitori che leggono ad alta voce.
La riduzione dell’orario scolastico? Colpisce chi non ha alternative pomeridiane.
Il taglio agli organici? Riduce il tempo pieno, che è l’unico strumento reale di compensazione per i bambini che a casa non hanno supporto.
Il bonus per la scuola paritaria? Va a chi può permettersi di mandare i figli alla privata.
Come sintetizza una ricerca della Bocconi: «per i Paesi a bassa mobilità sociale che vogliano mutare la loro condizione, appare chiaro che promuovere la parità di opportunità educative costituisce una misura probabilmente necessaria, ma certamente non sufficiente. Occorre anche impedire che un elevato livello di disuguaglianza economica renda impossibile colmare le distanze. Le politiche che potrebbero conseguire entrambi i risultati sono chiare: migliorare la qualità dell’istruzione pubblica, di ogni ordine e grado» (vedi Christian Raimo su Substack).
Valditara fa esattamente il contrario: taglia la scuola pubblica, finanzia la privata, riduce i tempi, aumenta la selezione. Il risultato non è un sistema meritocratico. È un sistema in cui la posizione sociale si trasmette con un po’ più di tecnica e un po’ meno di imbarazzo.
Don Milani scriveva nel 1967 che la scuola «selettiva riproduce le disuguaglianze sociali» e proponeva una scuola «come riscatto sociale, dove vi è la centralità della parola e del linguaggio» e «l’apprendimento cooperativo» Quasi sessant’anni dopo, siamo tornati — o meglio, ci stanno riportando — alla scuola che don Milani combatteva.
La riforma di Valditara non è riformista: è restauratrice. Non costruisce ascensori sociali: allarga il fossato. Non valorizza i talenti: decide in anticipo chi ne ha e chi no, sulla base di variabili che con il talento non c’entrano nulla. La scuola smette di essere il luogo dove il figlio di un muratore può diventare medico, e torna a essere il luogo dove gli si spiega educatamente che il suo posto è già assegnato.
Prego accomodarsi. Senza fare storie. Con ordine.
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