Il Foglio di ieri, 31 agosto, apre con un pezzo di Andrea Minuz che va preso sul serio, anche da chi lo legge da una sponda politica opposta a quella del giornale che lo pubblica. Il titolo — “maledetta egemonia” — accompagna un’analisi il cui sottotitolo dice già quasi tutto: «Come s’è arenata la controffensiva. Il woke all’italiana e la mistica dell’antifascismo. Perché l’egemonia culturale non è una cosa buona finita nelle mani sbagliate ma è un’idea sbagliata in sé».
È una tesi elegante, quasi raffinata, degna dell’autore del pamphlet Egemonia senza cultura (Silvio Berlusconi editore, 2026) di impronta liberale: non basta cambiare chi controlla la cultura, il problema è pensare che la cultura si controlli. Ma è anche, involontariamente, la miglior descrizione disponibile di cosa sia realmente andato storto nel progetto con cui la destra di governo è partita quattro anni fa: “ribaltare l’egemonia culturale della sinistra”. Vale la pena, allora, tornare alla fonte di quella parola, capire cosa intendesse davvero chi l’ha inventata, e vedere come la destra italiana — a corto di pensatori propri all’altezza — abbia finito per doverla rubare, insieme al suo autore, pur di darsi una statura che da sola non riesce a costruire.
Cos’è davvero l’egemonia culturale, secondo Gramsci

Antonio Gramsci elabora il concetto di egemonia nei Quaderni del carcere, scritti fra il 1929 e il 1935, per spiegare un problema molto concreto: perché il potere della classe dominante non si regge solo sulla coercizione — l’esercito, la polizia, la legge — ma anche, e soprattutto, sul consenso spontaneo che quella classe riesce a produrre nella società civile: scuola, chiesa, stampa, editoria, sindacati, associazioni. Un gruppo sociale diventa egemone quando i propri valori particolari smettono di apparire come tali e vengono percepiti da tutti come “senso comune”, naturale e indiscutibile. Da qui la distinzione, altrettanto celebre, fra guerra di movimento (l’assalto frontale al potere statale, possibile nella Russia del 1917 dove lo Stato era “gelatinoso” e la società civile debole) e guerra di posizione, necessaria in Occidente, dove dietro lo Stato si estende un sistema robusto di “trincee e casematte”, istituzioni culturali, scuola, chiesa che rende impossibile la conquista con un colpo solo e richiede invece un lavoro lento, capillare, di lunghissimo periodo.
L’egemonia, insomma, non si decreta: si costruisce, un’istituzione alla volta, in anni, se non decenni.
Un record di longevità, festeggiato come un trofeo culturale
Non è un caso che Minuz apra il pezzo proprio dal contesto in cui scrive: la festa di Fratelli d’Italia al porto di Bari, dove lo striscione recita “il governo più stabile, l’Italia più forte”, mentre il partito si appresta a festeggiare il record di longevità della storia repubblicana, superando i millequattrocentododici giorni del Berlusconi II. È un’immagine che Minuz descrive con un’ironia quasi entomologica: palco, sfilata di ministri, maxischermi, militanti in infradito, una sorta di “summer camp” di destra, con tanto di “dopo” a Borgo Egnazia, già resort del G7. “Longevità” per Minuz è una parola che fa pensare alle tartarughe delle Galápagos, agli stambecchi alpini: specie che sopravvivono cinquemila anni proprio perché fanno poca luce. Vale a dire: restare aggrappati al potere, di per sé, non equivale ad aver vinto nulla sul piano culturale e infatti, mentre tutto è pronto per festeggiare quel primato, la stampa estera si accorge che l’unica parola rimasta a evocare la fatidica “egemonia” è “woke”, non più “riconquista dell’immaginario” o gli altri slogan della campagna elettorale del 2022.
Se pensi che un ministro non dovrebbe fare il preside di 8.000 scuole contemporaneamente, iscriviti — ne scrivo regolarmente.
Leggi altre notizie →Un’email quando c’è qualcosa da dire. Nessun rumore.
Se pensi che la conoscenza sia un bene pubblico non negoziabile e non in vendita, iscriviti — ne scrivo regolarmente.
Leggi altre notizie →Un’email quando c’è qualcosa da dire. Nessun rumore.
Se la conoscenza è per te una priorità e vuoi rimanere aggiorato/a, non aspettare che qualcun altro ti mandi notizie su WhatsApp.
Iscriviti alla newsletter →Un’email quando c’è qualcosa da dire. Nessun rumore.
Il progetto della destra: ribaltare l’egemonia per decreto
È esattamente questa pazienza che il progetto della destra di governo ha provato a saltare. Come ricostruisce Minuz, dal 2022 in poi la missione dichiarata di “ribaltare l’egemonia culturale della sinistra” si è tradotta in una sequenza di nomine, decreti, conquiste di postazioni: il Collegio Romano, le leve del comando culturale-ministeriale, i festival, le fondazioni, i think tank, con un entusiasmo da neofiti che si dichiaravano sempre gramsciani, quasi che la novità non fosse tanto l’obiettivo quanto la scala di valori dell’operazione. È un paradosso che vale la pena isolare: per combattere l’egemonia gramsciana della sinistra, la destra ha scelto il metodo gramsciano per eccellenza, occupare le istituzioni della società civile — ma senza la pazienza, la coerenza ideologica e soprattutto la produzione culturale autonoma che nel pensiero di Gramsci rendevano quella strategia efficace.
Minuz elenca il repertorio con cui quella “bravata dell’egemonia” è andata avanti per mesi: circoletti del cinema minacciati di restare senza quattrini, epiche tolkeniane, premi Atreju sotto la pioggia, direttrici di orchestra bionde e meloniane, foibe rilanciate a Sanremo, romanzi dello Strega letti male dal ministro competente ma con grande ammirazione dichiarata, un valzer di sottosegretari che si rincorrono a colpi di gaffe. È persino comparsa una versione “gramsciana” del celebre discorso di autopresentazione della premier, “Io sono Giorgia, sono una madre”, rimixata e diventata tormentone virale, un segno di quanto la stessa retorica identitaria del governo sia stata, essa stessa, già ipnotica e riverberante ben prima che qualcuno gridasse all’egemonia riconquistata.
Si può occupare la Rai con nomine amiche; non si può occupare, con lo stesso decreto, l’immaginario collettivo. Ed è proprio questo, secondo la ricostruzione di Minuz, il punto in cui “piano piano il Grande Disegno si annebbiò”: fra trappole, gaffe, errori, valzer di sottosegretari, la conquista delle istituzioni non si è mai trasformata in produzione di senso comune.
Rubare Gramsci per battere Gramsci

Qui arriva il paradosso: non avendo un proprio pantheon culturale abbastanza solido da opporre a quello della sinistra, la destra ha iniziato a rivendicare pezzi del pantheon avversario. Minuz racconta come Gennaro Sangiuliano, da ministro della Cultura, si sia speso per una targa dedicata a Gramsci nella clinica Quisisana di Roma, dove il fondatore del Pci morì nel 1937, salvo la clinica stessa smentire l’iniziativa; come Ignazio La Russa, appena eletto presidente del Senato, abbia invocato “l’abbattimento delle casematte”, riprendendo alla lettera l’immagine militare che lo stesso Gramsci aveva coniato per descrivere la resistenza delle istituzioni occidentali; come si sia infine arrivati a proclamare Dante “padre del tricolore”, costruendo una genealogia letteraria di destra che risale fino al Trecento pur di avere un’autorità culturale paragonabile a quella goduta, per generazioni, dalla sinistra italiana.
Non è un fenomeno isolato alla cultura in senso stretto. Lo stesso meccanismo di appropriazione si osserva, con maggiore compostezza istituzionale, nel discorso che il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha tenuto il 25 agosto al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini: per difendere la legge sul consenso informato, che riserva ai genitori la decisione su alcuni contenuti educativi, il ministro ha richiamato il dibattito della Costituente fra la visione cattolico-liberale e quella comunista di Palmiro Togliatti, che scelse di porre al centro la persona. È lo stesso schema di Sangiuliano e La Russa, applicato con un lessico più sobrio: se manca un’autorità propria abbastanza solida da legittimare una scelta politica, si prende in prestito quella dell’avversario storico, purché morto abbastanza da non poter replicare.
Togliatti, il segretario del Pci che la destra italiana ha combattuto per settant’anni, diventa così per qualche minuto, su un palco di Rimini, una fonte di autorevolezza da citare a proprio favore.
Il “nostro woke” e la mistica dell’antifascismo
C’è un ultimo tassello, forse il più tagliente, che Minuz individua nel sottotitolo stesso del pezzo: il woke all’italiana e la mistica dell’antifascismo. L’idea è che la destra, incapace di costruire un proprio linguaggio egemonico originale, abbia finito per copiare anche la logica dello schieramento che dice di voler abbattere: un “patentino antifascista” che funziona esattamente come le accuse di eresia ideologica che la destra rimprovera alla cultura woke, un test di appartenenza morale da superare per essere ammessi al dibattito pubblico, applicato però in direzione opposta.
È lo stesso schema che Minuz osserva a proposito della querelle sul “woke” scoppiata proprio in questi giorni nel campo progressista, innescata dall’intervento di Giuseppe Conte su Repubblica: quando persino un leader di opposizione si mette a discutere se il woke sia “di sinistra”, ricorda Minuz, finisce paradossalmente per fare un favore al proprio avversario, ribadendo che in fatto di mode, idee e dogmi culturali tutto come al solito si decide a sinistra: un’egemonia che si conferma proprio nel momento in cui viene messa in discussione dall’interno del campo che dovrebbe custodirla.
RAI, Ranucci, e il vero terreno di scontro

Se si spoglia tutto questo della sua veste teorica, quello che resta è molto più prosaico, e Minuz lo dice senza giri di parole: la Rai avrebbe bisogno di “più Cencelli e meno Gramsci, un richiamo diretto al manuale Cencelli, la formula con cui negli anni Sessanta si spartivano matematicamente le poltrone fra le correnti della Democrazia Cristiana. Non è un dettaglio polemico: è la fotografia più onesta di cosa sia rimasto, in pratica, del progetto egemonico originario.
Lo scontro attorno a Sigfrido Ranucci, i giornalisti di Report che minacciano lo sciopero dopo lo stop imposto al programma, la vicenda Ranucci-Lavitola che avrebbe potuto essere l’occasione per una battaglia di principio sull’inviolabilità delle conversazioni private e si è invece consumata come rissa di fazione, non riguarda l’immaginario collettivo, i valori condivisi, il senso comune di cui parlava Gramsci: riguarda chi occupa quale poltrona, con quale contratto, per quanti anni.
È lottizzazione, non egemonia, ed è proprio la distanza fra le due cose a spiegare perché, dopo quattro anni di nomine, la percezione pubblica del “senso comune” italiano non sia affatto cambiata nella direzione sperata da chi ha promosso l’operazione.
Se davvero, come sostiene Minuz, l’egemonia culturale non è “una cosa buona finita nelle mani sbagliate”, ma un’idea sbagliata in sé, l’idea che un’élite politica possa decidere dall’alto cosa la società debba pensare, di destra o di sinistra che sia, allora il fallimento raccontato da Il Foglio non è un incidente di percorso della destra, ma la prova migliore della tesi.
Nessuna nomina in Rai, nessuna targa negata a Gramsci, nessuna citazione di Togliatti presa in prestito per un pomeriggio a Rimini può sostituire ciò che l’egemonia vera richiede: una visione del mondo abbastanza persuasiva da essere adottata spontaneamente, non imposta per organigramma. Se l’unico modo che la destra ha trovato, quattro anni dopo, per darsi una statura culturale è vestire i panni di Gramsci e Togliatti, è forse la dimostrazione più eloquente che l’egemonia, quella vera, non si è spostata di un millimetro.
Scopri di più da la mia pagina personale
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.