Fra le tante, due notizie nelle ultime settimane raccontano meglio di ogni rapporto la direzione di marcia dell’università italiana. Da una parte la ministra Bernini annuncia su Instagram “il più grande piano di housing universitario mai realizzato”. Dall’altra la Procura di Napoli indaga 40 persone, tra cui il fondatore di Pegaso Danilo Iervolino, per oltre 4.200 iscrizioni ritenute irregolari. Sembrano due mondi separati, sono, in realtà, la stessa storia vista da due angolazioni differenti, con un solo filo conduttore, il definanziamento del sapere pubblico.
Il piano Bernini: 60mila posti letto, ma quanti sono davvero? – Il “grande piano” nasce nel 2024 come misura PNRR: 1,2 miliardi di euro per 60mila posti letto entro il 30 giugno 2026, aperti a gestori pubblici e privati. A marzo 2025 l’Unione degli Universitari denunciava, via interrogazione parlamentare, che i posti letto realizzati erano appena 11.623. Un anno dopo, il 1° luglio 2026, in question time, la ministra rassicura che i 60mila “sono e rimangono” tali — con un dettaglio non da poco: 30mila con il bando originario, gli altri 30mila su un nuovo strumento finanziario della legge di bilancio, che prosegue oltre il 2026.
Uno spostamento dei paletti che tiene in vita il numero tondo, anche quando la scadenza reale slitta.
C’è poi un dettaglio strutturale che la retorica del “diritto allo studio” tende a mettere in ombra: il contributo pubblico, circa 20mila euro a posto letto, non finanzia la costruzione o la ristrutturazione degli immobili, ma compensa solo la riduzione del canone di affitto nei primi anni di gestione. Nell’ottobre 2024 la stessa ministra Bernini ammetteva che la partecipazione del settore pubblico al bando si fermava a poco più dell’1%, mentre l’apporto privato veniva definito “cruciale”
Tradotto: un diritto costituzionale allo studio che si realizza sempre più spesso attraverso operatori immobiliari, fondi di investimento e cooperative, con lo Stato nel ruolo di garante del canone scontato piuttosto che di costruttore.
Il caso Pegaso: quando il titolo di studio diventa un prodotto – Se l’housing è il fronte “gentile” della narrazione ministeriale, Pegaso ne è il rovescio giudiziario. L’inchiesta della Procura di Napoli, coordinata dal procuratore aggiunto Sergio Ferrigno, ipotizza associazione per delinquere, corruzione, induzione indebita e falsità ideologica in atti pubblici, in relazione a esami sostenuti a distanza con software di accesso remoto e panieri di domande condivisi in anticipo, oltre a irregolarità nei tirocini e nel riconoscimento crediti, in particolare sui corsi per educatori professionali socio-pedagogici. Gli inquirenti parlano apertamente di un “mercimonio di corsi, titoli e attestati”. Tra i testimoni ascoltati, la stessa ministra Bernini, estranea ai fatti contestati. L’ateneo si dichiara parte lesa e parla di “casi isolati” legati a ex dipendenti infedeli.

Gianna Fracassi, segretaria generale della FLC CGIL, accoglie con favore l’iniziativa della magistratura, ma allarga lo sguardo: da anni chiede vigilanza sull’intero comparto delle telematiche a scopo di lucro, richiamando il rapporto “Il piano inclinato”, che denunciava — prima ancora che arrivasse la cronaca giudiziaria — l’assenza di una normativa adeguata sugli atenei for profit. La FLC CGIL segnala un intreccio di ruoli fra ex rettori pubblici passati alle telematiche e un ex presidente ANVUR alla guida della loro associazione di categoria, che pone un problema di opportunità istituzionale, a prescindere dai rilievi penali.
A tutela dell’intero sistema universitario, riteniamo imprescindibile tracciare un confine netto e rigoroso tra il lavoro svolto negli atenei pubblici e quello prestato nei contesti telematici privati , le cui logiche rischiano di sottrarre credibilità all’istituzioni accademiche. Siamo convinti che chi opera nel sistema universitario statale non debba in alcun modo intrattenere rapporti di lavoro o collaborazione parallela con le università telematiche.
Mentre l’ateneo telematico più discusso d’Italia finisce sotto inchiesta, il sistema universitario statale sperimenta quello che la FLC CGIL chiama senza giri di parole “l’erosione programmata”: le anticipazioni sul Fondo di Finanziamento Ordinario 2026 parlano di un aumento nominale di appena 50 milioni di euro — lo 0,5% in più — a fronte di un’inflazione oltre il 2,6%, dopo che nel biennio 2024-2025 il sistema aveva già incassato tagli complessivi superiori ai 500 milioni. Si tratta di un vero e proprio “regalo finale alle telematiche”. Mentre gli atenei storici rischiano il dissesto e vedono bloccarsi assunzioni e fondi di ricerca, il segmento profit, che rappresenta ormai il 12% degli iscritti e ha intercettato il 73% della crescita delle immatricolazioni dopo il 2016, continua ad espandersi indisturbato.
Come analizzato a fondo nel già citato Il piano inclinato, il sistema universitario nazionale sta subendo una preoccupante frammentazione a causa dell’espansione degli atenei telematici e dell’incursione di logiche di mercato. I numeri certificano uno squilibrio inaccettabile: a fronte di profitti milionari, queste realtà operano con un rapporto abnorme di un docente di ruolo ogni 342 studenti, contro la media di 1 a 30 degli atenei tradizionali, ricorrendo massicciamente a forme contrattuali atipiche. Per raddrizzare questa deriva e impedire che la laurea si trasformi in una mera merce, riteniamo indispensabile e urgente l’approvazione di una norma che escluda esplicitamente lo scopo di lucro per le università, obbligando chi rilascia titoli con valore legale a reinvestire gli eventuali utili interamente nella didattica e nella ricerca.
Il piano inclinato: atenei for profit, corsi telematici e sedi distaccate. Rischi e punti di tenuta del sistema universitario italiano (Rapporto a cura della FLC CGIL)
Non è malagestione isolata: è, appunto, un piano inclinato da cui scivolano via i diritti. Da un lato lo Stato amplifica la propria narrazione narrando di piani straordinari, cifre tonde, annunci social su iniziative che si appoggiano strutturalmente al capitale privato (housing, ma anche, storicamente, agevolazioni fiscali che nel 2020 permisero a Pegaso di trasformarsi in società per azioni, oggetto di una precedente inchiesta della stessa Procura), dall’altro taglia in silenzio il finanziamento ordinario dell’unico segmento che non ha bisogno di vendersi come prodotto: l’università pubblica statale.
Rischiamo un’università come “esamificio a pagamento”. Viste le cronache di queste settimane, non è più solo una metafora.
Quanto sta accadendo è ben riassunto da questo grafico …

Da un lato le barre del Fondo di Finanziamento Ordinario, che dopo il balzo del 2023 (9,2 miliardi) inciampano nel 2024 — un taglio reale di centinaia di milioni rispetto alla programmazione ereditata dal governo Draghi — per poi limitarsi a un recupero parziale, in parte “artificioso” secondo lo stesso CNSU (Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari), e infine congelarsi nel 2026 con un aumento nominale di appena 50 milioni: sotto l’inflazione, sotto gli aumenti contrattuali, sotto qualunque soglia che possa dirsi un vero investimento.
Dall’altro lato, la linea rossa non conosce frenate. Tra il 2021/22 e il 2023/24 gli iscritti alle università telematiche crescono di 50mila unità in due anni, mentre nello stesso periodo il Mezzogiorno perde peso negli atenei tradizionali. Non sono due fenomeni paralleli per caso: sono due facce della stessa scelta politica. Quando il pubblico non cresce quanto serve, qualcun altro riempie lo spazio, con margini di profitto, requisiti di accreditamento più permissivi e un rapporto studenti/docenti che la stessa ANVUR giudica insostenibile, tredici volte superiore a quello degli atenei tradizionali. Per la prima volta, nel 2025 il MUR ha spostato dentro la “quota base” del FFO (la componente ordinaria e stabile del fondo) una serie di risorse che fino ad allora erano contabilizzate separatamente, come fondi vincolati o straordinari:
- 477 milioni residui dai piani straordinari di reclutamento ormai conclusi (i cosiddetti “piani Manfredi” e “piani Messa” per i ricercatori RTDb)
- 146 milioni per la compensazione biennale degli scatti stipendiali dei docenti
- 48 milioni del fondo di valorizzazione del personale tecnico-amministrativo 2022
In totale, 671 milioni di euro che esistevano già altrove nel bilancio sono stati semplicemente “spostati di casella” dentro la quota base. Il risultato è che la quota base sembra crescere molto rispetto al 2024, ma si tratta in realtà di soldi già stanziati in precedenza, non di nuovo finanziamento. Per questo il CNSU l’ha definito appunto “artificioso e distorto” perché, tolte queste voci di puro rimaneggiamento contabile, la quota base davvero comparabile con quella del 2024 risultava di poco superiore ai 4 miliardi, cioè sostanzialmente ferma, non in crescita reale.
Il trucco, in sostanza, sta nel confronto scelto ogni volta: rispetto a cosa si dice che “cresce” il finanziamento. Te lo scompongo nei quattro meccanismi che si sono susseguiti tra il 2022 e il 2026.
1. Crescita nominale contro crescita reale – Il FFO 2026 aumenta di 50 milioni rispetto al 2025 — un dato vero. Ma è lo 0,5% in più, mentre l’inflazione acquisita a maggio 2026 era già al 2,6%. In termini di potere d’acquisto, gli atenei hanno quindi meno risorse di prima, anche se il numero assoluto sale.
La FLC CGIL lo spiega in “FFO 2026: la farsa dei 50 milioni”: a fronte di quell’aumento, pesano sui bilanci degli atenei l’adeguamento ISTAT stipendiale (4,8%) e il rinnovo del CCNL 2022/24 (6%), per oltre 280 milioni di euro di costi fissi in più mai coperti da nuovo finanziamento.
3. La riclassificazione contabile (il caso specifico del 2025) – Nel 2025 il MUR ha spostato dentro la “quota base” del FFO — che dovrebbe rappresentare il nucleo stabile e strutturale del fondo — 671 milioni di euro che fino all’anno prima erano contabilizzati come fondi finalizzati o straordinari (i residui dei piani di reclutamento Manfredi/Messa, la compensazione stipendiale, il fondo TAB 2022). Il numero della quota base sale, ma non perché siano arrivate risorse nuove: sono soldi che già esistevano altrove nel bilancio. Il dettaglio completo, con la tabella dei conti, è sempre nel rapporto ADI, che riporta anche la valutazione critica del CNSU su questo punto.
2. Il confronto con l’anno sbagliato – Nel 2022 il governo Draghi aveva scritto in legge di bilancio una traiettoria di crescita del FFO fino al 2026, con un obiettivo dichiarato di 9,5 miliardi già nel 2025. Quando il governo Meloni comunica un “record” di 9,3 miliardi nel 2025, il confronto giusto non è con il 2024, ma con quella traiettoria promessa per legge — rispetto alla quale mancano ancora oltre 500 milioni cumulati nel biennio 2024-25. Lo ricostruisce la FLC CGIL ne “Il gioco delle tre carte della Bernini”: annunciare un “record” rispetto all’anno prima, tacendo che quell’anno prima era già un taglio rispetto al previsto, è un modo per far sparire il taglio dal discorso pubblico.
4. Mescolare FFO e fondi PNRR una tantum – Infine, quando il Ministero vuole dare un’immagine di grande investimento, spesso somma al FFO ordinario anche i quasi 11 miliardi di PNRR/PNC destinati al periodo 2022-2026, come fa ad esempio il comunicato MUR del 27 settembre 2024. Il problema è che quei fondi sono temporanei e in gran parte già impegnati o in scadenza, mentre il FFO è la fonte stabile e ricorrente da cui dipende il funzionamento ordinario — stipendi, didattica, ricerca di base — anno dopo anno. Sommare le due voci fa apparire il sistema più ricco di quanto sarà davvero quando il PNRR si esaurirà.
NB – Giuseppe Travaglini, su Menabò di Etica ed Economia, arriva alla stessa conclusione di fondo per vie più asettiche: per allinearsi alla media europea (1% del PIL) il FFO dovrebbe superare i 18 miliardi, contro i 9,4 miliardi attuali.
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