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Viale Trastevere non ha bisogno di abolire l'autonomia scolastica sulla carta. Le basta renderla condizionale: quando un consiglio di classe applica il regolamento e il risultato imbarazza la maggioranza, arrivano gli ispettori.

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6 giugno, ultimo giorno di scuola al liceo classico Vincenzo Monti di Cesena: due studenti della quinta calano da una finestra un lenzuolo con la scritta “L’Italia agli italiani”. Il gesto, che i due hanno sempre derubricato a goliardia, costa loro un sei in condotta e la conseguente tesina di approfondimento da portare all’esame di Stato sulle leggi razziali e sul saggio di Guido Barbujani Gli africani siamo noi.

Il consiglio di classe ha fatto esattamente quello che un consiglio di classe deve fare: ha valutato una condotta, ha assegnato un voto, ha chiesto un approfondimento critico, tutto secondo norma. La scuola del resto ha sempre motivato la sanzione con la violazione del regolamento – striscione non autorizzato – non con il contenuto dello slogan. E prima ancora che arrivasse in Parlamento, la vicenda aveva già portato ad accertamenti della Digos.

Risultato: il Ministro dell’Istruzione manda gli ispettori a controllare se lo ha fatto nel modo giusto. Benvenuti nell’autonomia scolastica, edizione 2026.

Poi però arriva il Ministero: il 15 luglio, durante il question time alla Camera, Rossano Sasso, ex leghista ora in Futuro Nazionale con Vannacci, interroga il governo sul caso. Valditara non si limita a difendere il diritto dei due studenti a pensarla come vogliono ma sostiene che l’affermazione è “senz’altro condivisibile poiché comprende tutti i cittadini del nostro Paese“.

Michele Serra, nell’Amaca del 16 luglio 2026 su Repubblica, dà un’interpretazione condivisibile: i due studenti hanno certamente diritto di pensare che esistano italiani più o meno legittimi in base all’origine, che gli stranieri contino meno, che questo Paese appartenga prima di tutto a chi ha il cognome giusto (si tratta di una posizione politica reale, sostenuta da una fetta non piccola dell’elettorato che tiene in piedi l’attuale maggioranza), ma pretendere che sia “condivisibile” perché “inclusiva” è, nelle parole di Serra, pura “ipocrisia democristiana”: si traveste da patriottismo costituzionale una rivendicazione identitaria che patriottismo costituzionale non è.

È un salto di categoria che a Irene Manzi, responsabile scuola del Pd, non è sfuggito: lo slogan, dice, “appartiene al lessico del peggior suprematismo”.

Ma il pezzo davvero interessante è un altro. Valditara annuncia anche una verifica ispettiva, tramite l’Ufficio scolastico regionale, per accertare se il consiglio di classe abbia assegnato la tesina sulle leggi razziali perché condizionato dal contenuto politico dello striscione, e non per la sola violazione disciplinare. Se così fosse, avverte, si tratterebbe di un episodio grave, in contrasto con la deontologia professionale dei docenti.

Pertanto, si può dedurre, un consiglio di classe risponde a uno striscione nazionalista con un percorso di educazione civica antirazzista – esattamente ciò che ci si aspetterebbe da una scuola fondata sulla Costituzione antifascista – e il sospetto ministeriale ricade sui docenti, non sullo striscione.

L’autonomia è condizionale – Il ministero ha costruito una parte non piccola della propria narrazione pedagogica sulla lotta all'”indottrinamento” e sulla difesa dell’autonomia dei collegi docenti da ingerenze politiche esterne. Qui l’ingerenza è direttamente ministeriale, e non serve a proteggere quell’autonomia: serve a sindacarne l’esito.

FLC CGIL Emilia-Romagna inquadra il caso in una cornice più larga: non un episodio isolato, ma un clima diffuso di campagne mediatiche, ispezioni e richieste di chiarimenti che trasformano scelte pedagogiche legittime in casi politici. È la lettura corretta, e non per solidarietà di categoria: se ogni sei in condotta politicamente scomodo per la maggioranza rischia l’ispezione ministeriale, l’effetto pratico non è la tutela della libertà di pensiero degli studenti di destra, ma la messa sotto tutela preventiva di ogni consiglio di classe che tocchi un nervo scoperto del governo.

Non a caso Sasso ha già annunciato una campagna nazionale a settembre con lo stesso striscione in ogni scuola d’Italia, per vedere quanti docenti si azzarderanno a sanzionarlo di nuovo. Da episodio locale, il caso Cesena diventa banco di prova elettorale su scala nazionale, con la scuola come terreno di gioco per uno scontro identitario che si combatte altrove. Tanto che subito Roberto Vannacci si è appropriato dell’episodio …

Il confine tra autonomia di un organo collegiale e controllo ideologico centralizzato non è scritto in nessun decreto, è dunque scritto nella convenienza politica del momento: quando un consiglio di classe applica il regolamento e il risultato imbarazza la maggioranza, arrivano gli ispettori. Quando lo stesso consiglio applica lo stesso regolamento e il risultato è comodo, nessuno parla di indottrinamento.

Viale Trastevere non ha bisogno di abolire l’autonomia scolastica sulla carta. Le basta renderla condizionale.


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