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Il campo progressista litiga sul woke mentre in Italia si allargano disuguaglianze e discriminazioni concrete, a partire dalla scuola. Su uguaglianza, inclusione, solidarietà non ci sono compromessi.

cultura 7 minuti di lettura

Da una settimana il campo progressista italiano discute animatamente di una parola che fino a poco tempo fa restava confinata ai campus americani: woke. La miccia l’ha accesa Giuseppe Conte, che il 21 agosto su Repubblica si è chiesto se questa cultura possa “costituire l’ossatura ideologica di una forza progressista”, rispondendo di dubitarne e invitando la sinistra a concentrarsi sulle disuguaglianze materiali invece che su “un’agenda morale sui diritti civili”.

Matteo Renzi ha fatto eco, parlando di “ubriacatura woke” da superare per tornare a parlare di ceto medio e costo della vita; Elly Schlein non ha risposto direttamente, spostando l’attenzione su energia e salari.
Da sinistra, la reazione è stata durissima: Ilaria Salis ha liquidato la posizione di Conte come “una stupidaggine colossale”, ricordando che “diritti civili e diritti sociali non sono mai contrapposti, e nemmeno alternativi: sono sempre complementari”; Elisabetta Piccolotti ha parlato di “menzogna” e ribadito che “non c’è gerarchia tra diritti sociali e diritti civili”.
Alessandro Zan ha sintetizzato che “la dignità delle persone non si divide in categorie”.
Non aiuta la coerenza di Conte: appena due mesi fa, al Roma Pride, aveva definito “una bestialità e una strumentalità” separare i diritti civili da quelli sociali, sostenendo matrimonio egualitario, adozioni omogenitoriali e la legge Zan.

Un dibattito, tre problemi

Mi pare importante isolare tre difetti strutturali di questa discussione.
Il primo è che nessuno, partendo da Conte, si è preso la briga di definire di cosa si stia parlando: il termine arriva dagli Stati Uniti, dove Alexandria Ocasio-Cortez ha bollato come “folle” una prima stagione del wokismo, ed è stato importato in Italia “con la consueta rapidità provinciale”(Micropolis).

Il secondo problema è la premessa fattuale: come ha fatto notare la stessa Piccolotti, quale partito progressista italiano ha mai proposto di abolire una festa nazionale, abbattere una statua o sostituire le politiche salariali con la schwa? Il Manifesto lo dice senza mezzi termini: si discute “un fenomeno in Italia inesistente”.
Il terzo problema, il più serio, è logico prima ancora che politico: l’idea stessa che si possa, o si debba, anteporre un diritto a un altro.

Diritti in fila indiana? Non funziona così

Bisogna essere chiari: non è pensabile mettere in fila i diritti come se fossero voci di un bilancio da tagliare in ordine di priorità, tanto meno se la fila oppone diritti sociali e diritti civili. Su uguaglianza, inclusione e solidarietà non ci sono compromessi possibili, non perché lo impongano un dogma ideologico, ma perché quei tre principi si tengono in piedi solo insieme: un diritto sociale negato a chi subisce discriminazione per la propria identità non è mai stato, storicamente, meno urgente di un diritto civile negato a chi vive in condizioni materiali difficili — sono la stessa persona, quasi sempre, a subire entrambe le privazioni.
Anche chi ha provato a dare una cornice teorica più seria all’intuizione di Conte finisce per richiamare, senza citarla esplicitamente, la distinzione di Nancy Fraser fra redistribuzione e riconoscimento: ma Fraser non ha mai sostenuto che l’una debba sacrificare l’altro, ha sostenuto esattamente il contrario, che una giustizia sociale compiuta richiede entrambe le dimensioni insieme, non una gerarchia fra loro. Riccardo Magi (+Europa) lo dice forse nel modo più semplice: la sinistra dovrebbe sostenere il salario minimo, ridurre la pressione fiscale sul lavoro, e continuare le proprie battaglie sui diritti, nello stesso tempo, non in sequenza.

Chi ci guadagna a far litigare la sinistra

A chi conviene che la sinistra passi l’ultima settimana d’agosto a discutere se il woke sia di sinistra — cosa vorrebbe pure dire? — invece che del contesto politico e sociale in cui questa discussione si svolge? Sempre Il Manifesto lo mette in fila con una lucidità che vale la pena riportare quasi per intero:

quale eccesso di woke può esserci in un Paese dove la presidente del Consiglio relativizza la dittatura fascista e irride il femminismo nella stessa intervista, senza che questo le tolga consenso a destra nemmeno di fronte a un generale che inneggia alle maniere forti con le donne e al “patriarcato mediterraneo”; in un Paese dove il ministro dell’Istruzione annuncia di voler “dosare” la presenza di bambini stranieri nelle classi e vieta l’educazione sessuo-affettiva, mentre si preparano programmi per cui la storia degli altri non è storia; in un Paese dove la battuta omofoba è patrimonio sdoganato della retorica del potere.
La legge 104 del 2026 sul “consenso informato”, che vieta nella scuola dell’infanzia e primaria le attività sui temi della sessualità e subordina quelle delle secondarie a un’autorizzazione preventiva, non è un dettaglio tecnico: è il “preciso progetto di sottrarre alla scuola la possibilità di educare alle differenze, alle relazioni, al consenso” esattamente il genere di intervento concreto che il dibattito sul woke distoglie dall’attenzione pubblica, spostandola su una parola d’importazione anziché su una legge già in vigore.

Il capitalismo che si traveste da inclusivo

Infine un ultimo cortocircuito, che la critica anti-woke non coglie, è quello che il sociologo Carl Rhodes chiama “woke capitalism”: multinazionali e piattaforme che espongono bandiere arcobaleno e campagne sulla diversità mentre continuano, indisturbate, a sfruttare il lavoro, eludere il fisco e contenere l’organizzazione sindacale.
È una critica reale, ma non porta affatto alle conclusioni di Conte e Renzi: richiede semmai più materialismo, non meno diritti; la saldatura fra riconoscimento e redistribuzione, non la rinuncia all’uno per salvare l’altra. Contrapporre diritti sociali e diritti civili significa, in questo senso, non aver capito bene né gli uni né gli altri: significa scambiare il maquillage identitario delle multinazionali per la stessa cosa delle battaglie reali di chi, ogni giorno, subisce discriminazione e sfruttamento insieme, non alternativamente.

Il vero rischio di questa settimana di polemiche non è che la sinistra scelga, alla fine, di abbandonare i diritti civili in nome di un ritorno al sociale: è che l’intera discussione, con il suo carico di distinguo e controreplica, finisca per legittimare l’idea stessa che un simile bilanciamento sia legittimo, che si possa negoziare al ribasso l’uguaglianza in cambio di una redistribuzione più efficace, o viceversa.
Non è così, e non può esserlo: mentre il campo progressista discute di lessico importato dagli Stati Uniti, in Italia si allarga concretamente la distanza fra chi può permettersi una scuola inclusiva e chi no, fra chi ha accesso ai propri diritti e chi li vede subordinati a un’autorizzazione preventiva.

Su questo, appunto, non ci sono compromessi.


Cos’è il woke: per approfondire

Pagella Politica ha fatto una ricostruzione fattuale e non ideologica dell’origine del termine e delle reazioni politiche italiane: rimando ad una lettura di questo.
Il termine woke nasce nell’attivismo afroamericano statunitense per indicare chi è consapevole delle discriminazioni razziali e sociali; negli ultimi quindici anni si è allargato fino a diventare un’etichetta per le battaglie su identità di genere, minoranze, linguaggio inclusivo e revisione critica della storia occidentale, mantenendo però un contorno semantico volutamente impreciso, che permette tanto ai suoi sostenitori quanto ai suoi detrattori di riempirlo di significati diversi a seconda della convenienza polemica del momento.
Per approfondire restano fondamentali:
Nancy Fraser, Redistribution or Recognition? (con Axel Honneth, Redistribuzione o riconoscimento? Lotte di genere e disuguaglianze economiche, Meltemi 2020), sulla falsa alternativa fra le due dimensioni della giustizia; Carl Rhodes, Woke Capitalism (Capitalismo woke. Come la moralità aziendale minaccia la democrazia, Fazi Editore 2023), sulla differenza celebrata dalle multinazionali purché non tocchi proprietà e profitti.



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