Avevo chiuso la prima puntata con una domanda scomoda e operativa: ammesso che le democrazie si consumino per logoramento lento più che per crollo improvviso, cosa può fare, concretamente, chi si accorge che la maggioranza ha torto? Non è una domanda accademica. È la domanda che si è posto chiunque, in qualunque epoca, si sia trovato dalla parte sbagliata di un voto che considerava ingiusto.
Tre autori, molto diversi fra loro per epoca e temperamento politico, hanno provato a rispondere in modi che può essere utile mettere a confronto: uno propone di disobbedire da soli, uno propone di smontare il principio stesso della maggioranza, l’ultimo sposta la domanda dal voto al portafoglio.
Thoreau, o il diritto di dire di no
Nel 1849 Henry David Thoreau pubblica Disobbedienza civile, nato da un episodio biograficamente minore e politicamente enorme: si era rifiutato di pagare la poll tax per protestare contro la schiavitù e la guerra degli Stati Uniti contro il Messico, ed era finito una notte in carcere. Da quell’episodio nasce una delle argomentazioni politiche più radicali mai scritte da un cittadino qualunque, non da un filosofo di professione: il governo che governa meno, scrive Thoreau, è il migliore e soprattutto la maggioranza non ha, per il solo fatto di essere maggioranza, il diritto di imporre l’ingiustizia a chi la riconosce come tale.
Seconda e ultima puntata della riflessione sulla democrazia iniziata domenica scorsa, 23 agosto. Chi avesse perso la prima puntata può recuperarla prima di proseguire: qui riprendiamo esattamente da dove l’avevamo lasciata sospesa.
Il voto per Thoreau è poco più di una scommessa su ciò che è giusto, una specie di gioco d’azzardo morale delegato ad altri, mentre la coscienza individuale resta l’unico tribunale a cui un cittadino deve davvero rispondere. Se una legge ti costringe a essere strumento di ingiustizia verso un altro, scrive, allora la legge va infranta, apertamente, accettandone le conseguenze: non la fuga, non la rivoluzione armata, ma la disobbedienza dichiarata e il carcere come prezzo pagato in prima persona.

Thoreau spinge il ragionamento fino a una conclusione che oggi suona quasi anarchica, e che infatti anticipa di settant’anni certe correnti libertarie del Novecento: non si limita a dire che il governo migliore è quello che governa meno, aggiunge che il governo ideale sarebbe quello che non governa affatto, per poi, con onestà intellettuale rara, ammettere che gli uomini non sono ancora pronti per un simile governo, e che nel frattempo tocca accontentarsi di limitarne il più possibile la pretesa di obbedienza automatica.
È una risposta che completa, più che contraddire, l’ansia di Tocqueville per la tirannia della maggioranza di cui ho scritto nella prima puntata: se Tocqueville diagnostica il problema (il conformismo sociale che punisce chi dissente senza bisogno di leggi liberticide) Thoreau offre una terapia, per quanto scomoda: l’individuo, non l’istituzione, resta l’ultima linea di difesa contro un’ingiustizia approvata a maggioranza.
Il limite di questa terapia, va detto per onestà, è che funziona meglio come atto simbolico isolato che come programma politico collettivo: una notte di carcere di un intellettuale del Massachusetts fa scuola nei manuali di filosofia politica, ma da sola non ha abolito né la schiavitù né la guerra contro cui protestava. Perché quel gesto diventasse politica, e non solo etica personale, c’è voluto qualcun altro capace di organizzarlo su scala di massa. È una lezione che ha attraversato un secolo e mezzo intatta: Gandhi la studiò per costruire la resistenza non violenta contro l’impero britannico, Martin Luther King la citò esplicitamente durante il movimento per i diritti civili americani. In entrambi i casi, il meccanismo resta lo stesso di Thoreau: rendere visibile l’ingiustizia rifiutandola pubblicamente, non nasconderla evitandola.
De Lagasnerie, o il principio stesso sotto accusa
Se Thoreau accetta la cornice della democrazia rappresentativa e si limita a rivendicare il diritto individuale di disobbedirle quando sbaglia, il filosofo francese Geoffroy de Lagasnerie, in un saggio pubblicato in Italia proprio in questi mesi — L’anima nera della democrazia — fa un passo molto più radicale, e lo fa da una posizione che si dichiara esplicitamente progressista, non reazionaria. La sua tesi è che non è la democrazia a essere in crisi: è la democrazia la causa della crisi in corso. Non parla di “democratura“, cioè della deformazione autoritaria della democrazia da parte di leader illiberali: mette sotto accusa il principio fondativo stesso, la regola della maggioranza.
Una maggioranza può decidere anche l’ingiustizia: il voto, il parlamentarismo, la sovranità popolare non sarebbero allora strumenti di emancipazione, ma dispositivi che espongono continuamente le nostre vite all’arbitrio delle opinioni, dei rapporti di forza e delle passioni collettive del momento.

È una provocazione che arriva, non a caso, dalla stessa area culturale che per decenni ha difeso la democrazia liberale come unico orizzonte politico legittimo ed è proprio questo che la rende più interessante di una critica di destra allo stesso principio: de Lagasnerie non rimpiange un’epoca pre-democratica, denuncia l’incapacità della cultura progressista di immaginare un orizzonte diverso da quello che già abbiamo, come se la storia avesse pronunciato la sua ultima parola. È lo stesso identico bersaglio che Robert Dahl colpiva con la sua battuta sul sistema maggioritario puro, adatto tutt’al più alle corse dei cavalli: la conta dei voti, da sola, non produce automaticamente giustizia, produce solo la fotografia di chi era più numeroso in un dato momento. Dove Thoreau chiede all’individuo di disobbedire quando la maggioranza sbaglia, de Lagasnerie chiede alla collettività di smettere di considerare la maggioranza, in sé, come garanzia di legittimità. Sono due mosse diverse sulla stessa scacchiera: la prima difensiva e individuale, la seconda offensiva e strutturale. E come ogni mossa apertamente offensiva, ha già acceso polemiche proporzionate alla sua radicalità: c’è chi accusa de Lagasnerie di fare, da sinistra, lo stesso lavoro che l’epistocrazia di Brennan fa da destra — delegittimare la maggioranza aprendo la porta a chi, quella porta, la vorrebbe sfondare per sostituire alla democrazia non un “altro ideale politico”, come recita il sottotitolo del suo libro, ma semplicemente il proprio potere senza contrappesi. È un’obiezione che de Lagasnerie conosce bene e a cui risponde distinguendo con cura la propria critica progressista del principio maggioritario dalle “democrature” autoritarie che pure dice di non voler difendere: ma è anche l’obiezione che rende evidente quanto sia stretto, storicamente, il sentiero fra il voler migliorare la democrazia e il volerla semplicemente disarmare a proprio vantaggio.
Mészáros, o il problema non è la maggioranza ma lo Stato
C’è però chi va oltre persino de Lagasnerie, e lo fa da una tradizione che precede la sua critica di qualche decennio. István Mészáros, filosofo marxista ungherese allievo di Lukács, ha lasciato incompiuto alla sua morte un progetto teorico enorme, pubblicato postumo nel 2022 come Beyond Leviathan: Critique of the State — in italiano circolato come Oltre il Leviatano. Critica dello Stato (Puntorosso 2026)— pensato per completare la sua opera maggiore, Oltre il capitale. La tesi di fondo è più radicale di qualunque cosa incontrata finora in queste due puntate: lo Stato e il capitalismo sono legati in modo inscindibile, perché il capitalismo non sarebbe mai potuto nascere senza uno Stato capace di imporre e far rispettare i rapporti di dominio di classe che lo rendono possibile. Ne consegue che nessuna riforma dello Stato, nemmeno la più radicale correzione del principio maggioritario proposta da de Lagasnerie, può bastare, da sola, a emancipare davvero la collettività: anche i diritti garantiti dalla democrazia rappresentativa restano, nella sua analisi, costantemente subordinati alle esigenze del capitale, per quanto le costituzioni li scrivano come inviolabili. Per superare il capitalismo, sostiene Mészáros riprendendo un filo che risale a Marx e a Lenin, occorre superare insieme ad esso la forma-Stato: non riformarla, non renderla più rappresentativa o meno maggioritaria, ma trascenderla, verso forme di autogoverno sostanziale (l’associazione libera dei produttori) che nessuno Stato, per costituzione propria, può ospitare fino in fondo.

È un punto di vista che illumina retrospettivamente anche il nostro intero viaggio da Atene in avanti: Mészáros stesso, nel costruire la sua critica, ripercorre la storia della teoria politica da Platone in poi, passando per Aristotele, Moro, Machiavelli, segno che il problema del rapporto fra Stato e libertà collettiva non è mai stato, per nessuna tradizione di pensiero seria, un problema meramente procedurale, risolvibile aggiustando le regole del voto. E se de Lagasnerie chiede di dubitare della regola di maggioranza restando dentro una cornice progressista compatibile con lo Stato di diritto, Mészáros chiede di dubitare dello Stato stesso: la differenza, per quanto possa sembrare accademica, è la differenza fra una riforma, per quanto radicale, e una rivoluzione.
Martin Wolf, o il portafoglio della democrazia
C’è però un rischio, in entrambe le argomentazioni precedenti, che vale la pena segnalare prima di chiudere: restare sul piano dei principi politici astratti, come se la tenuta di una democrazia dipendesse solo da quanto i suoi cittadini credono nelle procedure di voto. Martin Wolf, firma di punta del Financial Times e una delle voci più autorevoli dell’economia mondiale, riporta la discussione sui piedi per terra nel suo La crisi del capitalismo democratico: democrazia e capitalismo, scrive, sono stati per decenni complementari, ciascuno bisognoso dell’altro — il capitalismo aveva bisogno della democrazia per la propria legittimità sociale, la democrazia aveva bisogno del capitalismo per garantire prosperità diffusa e pluralismo dei centri di potere. Quel patto, oggi, è vicino al punto di rottura. Monopoli sempre più vasti dominano consumi e scelte di vita quotidiane, mentre potenze autoritarie che rifiutano esplicitamente i valori democratici controllano fette enormi del mercato globale, dimostrando che si può prosperare economicamente anche senza libere elezioni.

La diagnosi di Wolf è, se possibile, ancora più tagliente sul piano interno: il capitalismo contemporaneo, scrive, si è irrigidito, ha divorziato dalle proprie funzioni sociali, ha smesso di garantire quella crescita diffusa che per tutto il Novecento aveva reso sopportabile, per le classi popolari, l’ineguaglianza strutturale del mercato. Quando l’economia smette di produrre benessere percepito, la sfiducia non resta confinata al bilancio familiare: si riversa direttamente sulle istituzioni democratiche, che vengono ritenute, a torto o a ragione, complici o incapaci. Non è un caso, insomma, che l’ondata populista degli ultimi quindici anni sia esplosa proprio nei paesi a reddito alto dove le diseguaglianze sono cresciute più velocemente e non è un caso che Wolf, pur restando convinto che il capitalismo democratico resti “il sistema migliore per garantire il benessere del genere umano”, insista sulla necessità di quella che chiama economia sociale di mercato, o welfare capitalistico: mercati regolati, politiche di concorrenza che smontino i monopoli invece di limitarsi a tassarli, investimenti pubblici in istruzione e infrastrutture, una scala dei diritti economici che si allarghi invece di escludere. Lo Stato democratico, per Wolf, appartiene ai cittadini ed è tenuto insieme da vincoli di lealtà e fiducia reciproca: quando il capitalismo smette di onorare la propria parte del patto, quella fiducia reciproca si sgretola, e con essa la disponibilità dei cittadini a riconoscere come legittime le stesse istituzioni democratiche che dovrebbero rappresentarli. Senza una redistribuzione credibile, in altre parole, nessuna riforma elettorale, nessun principio filosofico sulla disobbedienza o sulla legittimità della maggioranza potrà mai bastare da solo a tenere in piedi il sistema.
Quattro risposte, una sola domanda
Messe in fila, le quattro proposte disegnano una specie di scala, dal gesto più piccolo alla rottura più totale.
Thoreau lavora sul piano individuale: quando la maggioranza sbaglia, il singolo cittadino ha il diritto, anzi il dovere morale, di rifiutarsi di essere complice, pagandone di persona il prezzo.
De Lagasnerie lavora sul piano dei principi: non basta correggere gli errori della maggioranza caso per caso, bisogna interrogare la legittimità stessa del meccanismo che trasforma un numero di voti in una verità politica vincolante per tutti.
Mészáros lavora sul piano della forma politica nel suo complesso: nemmeno smontare il principio maggioritario basta, se resta in piedi lo Stato che quel principio amministra, strutturalmente legato al capitale che dovrebbe limitare.
Wolf, infine, lavora sul piano materiale, e lo fa da una posizione che è quasi l’opposto speculare di Mészáros: nessuna delle mosse precedenti regge a lungo se il sistema economico sottostante smette di distribuire benessere in modo credibile, ma per Wolf la soluzione è correggere il capitalismo, non trascenderlo insieme allo Stato. È forse la frattura più onesta emersa in queste due puntate: fra chi pensa che il sistema si possa ancora riformare dall’interno e chi pensa che vada, letteralmente, superato.
Torniamo, per chiudere, alla domanda con cui avevo aperto la prima puntata: l’isocrazia, il potere vero di decidere, è mai stata distribuita senza riserve? Sparta la riservava agli homoioi, Atene ai cittadini maschi liberi, l’epistocrazia di Brennan ai “vulcaniani” competenti, e ogni sistema politico che si è mai definito democratico ha finito, in un modo o nell’altro, per tracciare un confine simile. Forse la domanda più onesta da porsi oggi non è come completare finalmente quella distribuzione (un’utopia che nessuna delle epoche attraversate in queste due puntate è mai riuscita a realizzare per intero), ma come rendere quel confine, qualunque esso sia, sempre visibile, sempre contestabile, sempre disponibile a essere spostato da chi ne resta fuori.
Thoreau ci ha mostrato come si contesta un confine da soli; de Lagasnerie ci chiede di dubitare che il confine debba esistere nella forma in cui lo conosciamo; Mészáros ci chiede di dubitare che possa mai esistere un confine giusto finché esiste la cornice — lo Stato, il capitale — dentro cui quel confine viene tracciato; Wolf ci ricorda che nessun confine politico regge a lungo se quello economico, nel frattempo, si allarga in direzione opposta.
Non è una risposta consolatoria e non pretende di esaurire un tema che meriterebbe volumi interi, non due puntate domenicali: ma se anche solo qualcuno, arrivato fin qui, guarderà la prossima notizia sulla “volontà della maggioranza” con un briciolo di sospetto in più, avrò raggiunto un piccolo obiettivo.
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