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Fine anno scolastico: 300mila precari, stipendi i più bassi d'Europa, dispersione implicita in aumento. Valditara? Era al Cairo a firmare patti mediterranei.

mondoscuola 8 minuti di lettura

Suona la campanella. Si chiude l’anno scolastico 2025-26 e, come da copione collaudato, il sistema scolastico italiano arriva al traguardo come un paziente cronico che taglia il traguardo della maratona trascinando una flebo. Ce l’ha fatta, è ancora in piedi. Cosa si può volere di più?

Bisogna dare atto al Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara di una cosa: non si è mai fermato, ha legiferato, riformato, proclamato, comunicato; ha vietato gli smartphone, punito gli studenti indisciplinati, richiesto il consenso informato dei genitori, riscritto i professionali, riscritto i tecnici, e, notizia freschissima di questi giorni, si è appena recato al Cairo per lanciare, con il suo omologo egiziano, il TechSkills Forum, un ambizioso patto per le “competenze mediterranee” nell’ambito del Piano Mattei. Sedici Paesi riuniti, oltre duemila tra studenti, docenti e imprese, una solenne Dichiarazione di Intenti sulla cooperazione tecnico-professionale nel Mediterraneo. Visione geopolitica, slancio civilizzatore, retorica di prima qualità. Intanto, a casa nostra, i conti non tornano.

Deserto democratico e classi che scompaiono – Partiamo proprio dai numeri, quelli che non si prestano a conferenze stampa. Ogni anno la popolazione studentesca italiana si riduce di circa 130.000 unità, una città di medie dimensioni che semplicemente sparisce dai banchi. Per l’anno scolastico 2025-26 le iscrizioni alle superiori sono calate di oltre 50.000 unità rispetto all’anno precedente; i dati delle iscrizioni per il 2026-27, chiuse a febbraio, confermano quella che gli esperti definiscono, con lessico da glaciologia, «inverno demografico»: si stima una perdita di ulteriori 130.000 studenti a livello nazionale. Nelle aree interne, le classi prime non raggiungono la soglia minima di iscritti semplicemente non vengono autorizzate: i plessi chiudono, i presidi educativi svaniscono. Mentre i piccoli comuni perdono le scuole, nelle grandi città persistono le “classi pollaio” da 28-29 alunni, perché le risorse continuano a non seguire la geografia reale delle nascite. Il Governo, di fronte a questa marea che si ritira, ha risposto con il dimensionamento forzato: ha già commissariato Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna per non aver adeguato i piani di accorpamento scolastico. La logica è ferrea: meno bambini, meno scuole; una logica che, è evidente, produce desertificazione educativa nei territori più fragili. Ma questo è un dettaglio.

I risultati sull’apprendimento sono ancora insoddisfacenti, secondo l’Invalsi – Il Rapporto INVALSI 2025, presentato alla Camera a luglio alla presenza del Ministro, offre una lettura a geometria variabile. Il dato positivo c’è ed è reale: la dispersione scolastica esplicita (i 18-24enni senza diploma e senza formazione) è scesa dal 12,7% del 2021 all’8,3-8,5% del 2025, anticipando persino l’obiettivo europeo del 9% previsto per il 2030. Valditara ha commentato con entusiasmo: «Non solo abbiamo raggiunto l’obiettivo che l’Unione Europea ci ha posto per il 2026, ma abbiamo persino superato quello per il 2030». Applausi. Poi arriva il rovescio della medaglia, formulato con la consueta eleganza istituzionale: il calo della dispersione esplicita si accompagna a «una leggera contrazione» degli esiti medi nelle rilevazioni, soprattutto in matematica e italiano. La dispersione implicita — quella di chi finisce la scuola senza aver acquisito le competenze fondamentali — è invece aumentata dell’8,7% rispetto all’anno precedente. Traduzione: più ragazzi restano a scuola (bene), ma escono senza sapere leggere criticamente, senza saper fare un’operazione di frazioni, senza gli strumenti minimi per orientarsi nel mondo (meno bene, molto meno bene). I divari territoriali restano «molto marcati»: nel Mezzogiorno la situazione è strutturalmente peggiore già dalla scuola primaria e si acuisce nei gradi superiori. Insomma la scuola trattiene più studenti di prima, ma non riesce a formarli adeguatamente. Un sistema inclusivo che non sa ancora essere equo.

Il ruolo dei PNRR – Sicuramente sulla dispersione sono serviti i fondi PNRR, che però nel 2026 finiranno. Quelle risorse, miliardi di euro che hanno finanziato tutor, orientatori, laboratori, interventi di recupero, erano benzina nel motore di un sistema cronicamente sottofinanziato. Ora la benzina sta per finire, e il motore rimane quello di prima. Come ricorda il documento della Fondazione Agnelli «Il PNRR per l’Istruzione: a che punto siamo?» (non degli odiosi “comunisti della CGIL”!), il calo demografico ha già costretto il Governo a una revisione drastica dei target: i nuovi posti nei servizi per l’infanzia sono stati ridotti da 264.480 a 150.480, oltre 114.000 posti in meno. La prossima legge di bilancio dirà se lo Stato intende mantenere le politiche di contrasto alla dispersione con risorse ordinarie o se i risultati INVALSI torneranno a peggiorare.

La Scuola precaria – Trecento mila: è il numero dei precari tra docenti e personale ATA nelle scuole italiane, secondo i dati diffusi dalla FLC CGIL. Trecentomila persone che ogni settembre si svegliano senza sapere se avranno una cattedra, in quale scuola, in quale città, per quanti mesi, trecentomila persone che costruiscono relazioni educative su fondamenta di sabbia, che spiegano la Costituzione agli studenti senza avere un contratto stabile, che insegnano il valore del lavoro senza conoscere quello della continuità lavorativa. La Legge di Bilancio 2026 ha poi pensato bene di aggravare il quadro: via l’organico triennale, via la libertà di impiego flessibile del personale, e niente più supplenti per i primi dieci giorni di assenza del titolare. Una misura che, tradotta in termini concreti, significa che per dieci giorni le classi rimangono scoperte o affidate a soluzioni arrangiate. Ma tranquilli: il Ministro sta costruendo l’alleanza mediterranea. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, nel frattempo, ha emesso una sentenza sul precariato ATA che la FLC CGIL sta utilizzando per intensificare la vertenza a tutela di tutto il personale. Bruxelles si preoccupa; Roma vara decreti in direzione “opposta e contraria”.

La ciliegina degli stipendi: i meno pagati d’Europa! – Il rapporto Education at a Glance 2025 dell’OCSE ha confermato ciò che tutti sanno e nessuno vuole affrontare: i docenti italiani sono tra i meno pagati d’Europa. Lo stipendio medio risulta inferiore del 15% rispetto alla media europea, con una differenza di circa 9.800 dollari annui. Per i docenti della scuola primaria e dell’infanzia, la retribuzione è addirittura scivolata sotto i livelli del 2015 — un decennio perduto in termini di potere d’acquisto. Come ricorda la segretaria generale della FLC CGIL Gianna Fracassi, il comparto Istruzione e Ricerca paga i propri lavoratori il 22,95% in meno rispetto ai dipendenti dei ministeri centrali. Dentro la stessa pubblica amministrazione, gli insegnanti sono i meno pagati di tutti.

Un insegnante tedesco con esperienza supera abbondantemente i 60.000 euro lordi annui. Un collega italiano, alla stessa anzianità, fatica a raggiungere i 30.000. Ma forse è il mercato. Forse è il destino. Forse è la vocazione — parola che, non casualmente, si usa solo per i mestieri mal pagati.

Il Ministero risponde a questo disastro con riforme insoddisfacenti – Valditara ha riformato i professionali e i tecnici con la filiera “4+2” — quattro anni di superiori più due di ITS Academy — che dall’anno scolastico 2025-26 è diventata ordinamentale. La riforma porta con sé un aumento della quota tecnica e laboratoriale a scapito dell’area di istruzione generale: in alcune configurazioni del triennio, le ore di italiano potrebbero scendere da quattro a tre: tagliare l’italiano significa ridurre il tempo dedicato alla lettura, alla scrittura, alla comprensione dei testi, cioè a tutto ciò che costruisce il pensiero critico. Ma il sistema produttivo ha bisogno di competenze spendibili, ci viene detto, soprattutto se spendibili in ambito lavorativo, non di cittadini riflessivi. L’equazione è antica quanto il capitalismo industriale; semplicemente oggi viene presentata come innovazione pedagogica.
Sul fronte del nuovo esame di Stato della secondaria di secondo grado, la riforma è annunciata ma ancora in attesa di piena attuazione. Nel frattempo, al Cairo, si firma la Dichiarazione di Intenti sull’alleanza mediterranea per le competenze. Sedici Paesi. Duemila partecipanti. In un comunicato ANSA, il ministro Valditara parla di «restituire centralità al Mediterraneo» e «formare i talenti del futuro». È un’immagine potente. Peccato che i talenti del presente, quelli che siedono nelle aule italiane con contratti di supplenza e stipendi da fame, stentino a riconoscersi in questa narrativa.

Il tempo della resistenza – C’è una scuola italiana che funziona, che ogni giorno produce miracoli silenziosi di cura, di trasmissione del sapere, di relazione umana. La fanno anche i docenti precari che tornano nella stessa classe per il terzo anno consecutivo non perché la norma lo preveda, ma perché sentono la responsabilità di farlo; la fanno i collaboratori scolastici che aprono le porte all’alba e le chiudono al tramonto con 1.200 euro al mese; la fanno gli assistenti tecnici che gestiscono il buon funzionamento dei laboratori; la fanno le segreterie che rispondono alle inefficienze dello Stato e dei Ministeri; la fanno i dirigenti scolastici che navigano tra circolari ministeriali, famiglie esigenti, edifici fatiscenti e organici insufficienti.

Questa scuola non ha bisogno di un patto mediterraneo: ha bisogno di contratti stabili, di stipendi europei, di classi non sovraffollate, di fondi per la formazione permanente, di una politica scolastica che smetta di guardare all’istruzione come vetrina identitaria e cominci a trattarla come investimento sistemico nel futuro del Paese.

Per il resto, buona estate: l’anno prossimo si ricomincia, con qualche studente in meno, qualche precario in più, e magari un’altra riforma già pronta nel cassetto.


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