INVALSI 2026: la prova che investire funziona. E adesso?
Il Rapporto Nazionale presentato il 16 luglio dice una cosa che nessuno, al tavolo della Camera, ha detto ad alta voce: dove sono arrivati i soldi, i numeri sono migliorati. Dove non sono arrivati, no. Non è un’opinione: è la lettura più semplice degli stessi dati che il Ministero rivendica come successo.
I risultati ottenuti – La dispersione scolastica esplicita scende all’8,2% nel 2025, stima 7,3% per il 2026 — sotto sia il target PNRR (10,2%) sia quello UE 2030 (9%). È l’unico numero su cui tutti concordano, ognuno a modo suo: Roberto Ricci parla di “un record storico”; Valditara rivendica Agenda Sud, docente tutor e decreto Caivano come causa, parlando di “un risultato straordinario”; la FLC CGIL replica lo stesso pomeriggio che il merito è del personale, non delle riforme — un personale “con stipendi tra i più bassi d’Europa”.

Hanno ragione tutti e tre, e la ragione è la stessa: quel calo è comprato. Ha un nome — Investimento 1.4 del PNRR, 1,5 miliardi — e un secondo nome, Agenda Sud, 325 milioni di organico aggiuntivo e tempo pieno in oltre 2.000 scuole del Mezzogiorno. Dove i fondi sono arrivati a spizzichi, i risultati non si sono mossi: in Sicilia Agenda Sud non ha inciso, la Sardegna resta al 70% di studenti sotto il livello minimo in Matematica. E dove non è mai arrivato niente — l’organico ordinario della primaria, il tempo pieno strutturale, gli stipendi — il sistema arretra: la quota che raggiunge il livello base in Matematica scende dal 73% (2019) al 64% in seconda primaria, dal 72% al 63% in quinta. Ricci lo ammette a mezza bocca, senza una spiegazione migliore del fatto che nessuno ha investito abbastanza per riportarlo su.

Un altro parametro da considerare: la primaria si è “secondarizzata”. E Ricci lo sa – Il dato più preoccupante riguarda la scuola primaria: solo il 64% dei bambini di II elementare raggiunge il livello base in matematica, con un calo di circa 9 punti rispetto al 2019. Quando Ricci dice di non avere una spiegazione migliore per la distanza dai livelli pre-Covid, ne ignora una piuttosto documentata. Da almeno quindici anni la scuola primaria italiana — un tempo segmento di eccellenza del sistema, studiato anche all’estero — viene riorganizzata sul modello della scuola secondaria. Il termine non è giornalistico: gli insegnanti parlavano già di “precoce secondarizzazione della scuola primaria” nel 2008, quando la riforma Gelmini (DL 137/2008, poi L. 169/2008, DPR 89/2009) sostituì il “modulo” — tre docenti su due classi, con ore di compresenza dedicate al recupero — con il maestro unico prevalente: un tempo pieno “senz’anima, deprivato delle compresenze” (ScuolaOggi).
Da allora la frammentazione è proseguita per addizione, non per correzione. Sulla stessa giornata scolastica si sono innestati docenti specialisti che entrano ed escono dalla classe per la propria materia, esattamente come alle medie: educazione motoria — classe di concorso EEEM, obbligatoria dal 2022/23 nelle classi IV e V — e i progetti a orientamento musicale avviati con il DM 8/2011, che portano in aula un docente diverso da chi segue la classe nel resto dell’orario. Ogni specialista in più è competenza aggiunta, ma anche un pezzo di continuità didattica sottratto: chi segue la classe non presidia più l’intero tempo scuola, e con la compresenza è sparito pure lo spazio per chi ha bisogno di tempi più lunghi.

Sul fronte della valutazione il copione si ripete, più di recente. Il giudizio descrittivo su livelli di apprendimento — avanzato, intermedio, base, in via di prima acquisizione, introdotto dal DL 22/2020 — è durato quattro anni scolastici: la Legge 150/2024 e l’ordinanza ministeriale del 10 gennaio 2025 lo hanno sostituito con giudizi sintetici, da Ottimo a Non sufficiente, che la FLC CGIL definisce “chiaramente riconducibili al voto numerico” — un’etichetta ordinale al posto di un racconto del processo di apprendimento.
Frammentazione oraria e valutazione sommaria comprimono la stessa risorsa: il tempo — di osservazione, di recupero, di relazione — su cui la primaria italiana ha costruito la propria reputazione. Non è un mistero, quindi, perché gli apprendimenti restino sotto i livelli pre-Covid: il modello organizzativo che li produceva è stato smontato pezzo per pezzo e nessun euro del PNRR lo sta ricostruendo, semplicemente perché il PNRR non è stato scritto per farlo.
Un avviso sul metodo, in breve: meno abbandoni scolastici significa più studenti fragili dentro il conteggio l’anno dopo — platee diverse, non la stessa popolazione misurata due volte. Lo ammette INVALSI stessa. Trattare questa serie come un trend lineare, senza questo caveat, è un errore che la conferenza stampa del 16 luglio si è ben guardata dal correggere.
E adesso? A cosa rinuncerà il governo? – Il vero vulnus da recuperare è tutto qui. Agenda Sud, Agenda Nord, Investimento 1.4: tutti i progetti che hanno prodotto questi numeri vanno chiusi entro il 31 agosto 2026 — scadenza del Recovery Fund, non negoziabile. Dopo quella data, i 150.000 euro a scuola, i docenti tutor, i mentori assunti a termine: finiti. Nessuna legge di bilancio ha finora stanziato un euro strutturale per sostituirli. Nel frattempo, sulle materie che lo stesso Rapporto segnala come deboli — comprensione del testo, italiano, le discipline STEM — il governo sta facendo l’esatto contrario di ciò che i propri dati suggeriscono: la riforma dei tecnici taglia un’ora di Italiano, dimezza Chimica, Fisica, Biologia e Scienze naturali, riduce le lingue straniere.
Non è un’illazione sindacale: basta incrociare il testo della riforma con le tabelle del Rapporto. La domanda, quindi, non è retorica. A cosa rinuncerà il governo per finanziare stabilmente ciò che finora ha finanziato a scadenza? A un taglio fiscale, per trovare copertura sul potenziamento degli organici? Al taglio delle ore nei tecnici, per non vanificare quello che Agenda Sud ha appena costruito? O lascerà semplicemente che i progetti si chiudano ad agosto, si terrà la statistica sulla dispersione — già acquisita, già spendibile in campagna elettorale — e scaricherà il conto sul Rapporto 2027, quando bisognerà spiegare perché i progressi si sono fermati?

La conclusione che i dati impongono – Tre questioni restano aperte: la scuola primaria richiede interventi urgenti; i divari territoriali persistono nonostante i segnali di recupero nel Mezzogiorno; la qualità del sistema resta sotto i livelli pre-pandemia. La sfida è tradurre la maggiore permanenza a scuola in competenze effettive.
Il Rapporto 2026 dimostra, senza volerlo, una tesi molto poco governativa: la scuola migliora dove si investe, in modo mirato e sufficiente, e non migliora dove non si investe. Non è ideologia, è correlazione verificabile riga per riga nello stesso documento che il Ministero cita come vittoria. Per trasformarla in un dato strutturale, e non nell’effetto temporaneo di una scadenza PNRR, servono tre cose che la FLC CGIL scrive da tempo nero su bianco e che il governo, finora, non ha messo in nessun testo di legge:
– potenziamento organico stabile, non a progetto;
– stabilizzazione del personale precario che quei progetti li ha tenuti in piedi;
valorizzazione economica — cioè aumenti salariali veri — per chi ha prodotto l’unico risultato che il 16 luglio è stato davvero disposto a rivendicare.
INVALSI, Rapporto Nazionale 2026 — Comunicato stampa, 16/07/2026
FLC CGIL, “Rapporto INVALSI 2026: i dati esigono scelte di qualità, non tagli!”, 16/07/2026
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