Il 4 giugno 2026 il Senato ha approvato in via definitiva, con 78 voti favorevoli e 38 contrari, il disegno di legge sul consenso informato in ambito scolastico. Si tratta di una data importante che, con ogni probabilità, entrerà nei manuali di storia dell’istruzione italiana accanto alla Riforma Gentile del 1923, alla Legge Casati del 1859 e alla circolare ministeriale sul divieto di tenere il cappello in classe durante l’interrogazione di geografia.
Il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, uomo instancabile e legislatore prolifico, non soddisfatto per aver già riformato i licei in chiave identitaria e gli istituti tecnici in chiave imprenditoriale-emergenziale (con buona pace delle iscrizioni già avvenute, ma tant’è), ha trovato il tempo e le energie per varare anche questo provvedimento.
La legge, in sintesi – La normativa — tre articoli, scarna come la pagella del primo quadrimestre — introduce nelle scuole secondarie di primo e secondo grado l’obbligo di acquisire il consenso informato preventivo scritto dei genitori (o degli studenti se maggiorenni) per la partecipazione ad attività riguardanti temi afferenti all’ambito della sessualità e dell’affettività. Nelle scuole dell’infanzia e primarie, invece, queste attività sono vietate tout court, senza se e senza ma, con la stessa fermezza con cui un tempo si vietava la lettura di Collodi ai bambini perché Pinocchio era mal frequentato.
Le scuole dovranno perciò rendere disponibili i materiali didattici, comunicare finalità, obiettivi, contenuti e modalità di svolgimento, specificare gli eventuali esperti esterni coinvolti: il consenso va acquisito entro il settimo giorno antecedente alle attività, con la formula che chi non firma, non partecipa oppure partecipa ad “attività alternative”, la cui natura rimane per ora affidata alla fantasia dei dirigenti scolastici, già alleggeriti dal peso di sonni tranquilli dalla recente riforma dei tecnici.
Il Ministro parla. Noi ascoltiamo. – È d’obbligo fermarsi sulle parole del Ministro, che meritano un’analisi attenta, quasi filologica. Valditara ha dichiarato il 4 giugno: “Con l’approvazione definitiva di oggi al Senato della legge sul Consenso informato tuteliamo i bambini dalla confusione della propaganda gender e ridiamo voce ai genitori sulle tematiche della identità di genere per i figli adolescenti minorenni. In questo applichiamo la Costituzione che attribuisce ai genitori il diritto di educare i figli. Ovviamente pretendiamo che certe teorie siano spiegate da medici, psicologi, professionisti seri.”
Soffermiamoci un momento su “La confusione della propaganda gender.” Dunque non si parla di problemi veri: analfabetismo affettivo, violenza di genere che pure in Italia miete vittime con una cadenza che nessun decreto sembra riuscire a scalfire, bullismo omofobo che trasforma certi corridoi scolastici in percorsi di guerra. Il decreto Valditara parla proprio di confusione della propaganda gender. Un sintagma che evoca scenari distopici: plotoni di insegnanti in uniforme che distribuiscono ai ragazzi di terza media opuscoli sovversivi sul genere fluido, mentre i genitori, ignari, credono che i loro figli stiano studiando la fotosintesi clorofilliana.
Sul fatto che poi “certe teorie” debbano essere spiegate da “professionisti seri” — medici, psicologi —, viene da chiedersi cosa Valditara pensi degli insegnanti di scienze, di lettere, dei docenti di filosofia, degli educatori che da vent’anni operano nelle scuole su questi temi con competenza e delicatezza. Evidentemente, nella scala valditariana della serietà, un laureato in medicina che non ha mai messo piede in una scuola vale più di un professore che conosce i propri studenti da tre anni. Ci si fa un’idea del merito di cui si vuole essere ministro.
E ancora, in una infografica virale:

Ancora: si parla di patto educativo, un concetto nobile, per carità: tuttavia, mi pare, un patto, per definizione, si stringe tra soggetti che si riconoscono reciprocamente. Qui invece si sta costruendo un meccanismo per cui la scuola — il cui personale, ricordiamolo, è formato, selezionato, aggiornato e risponde a un quadro normativo preciso — deve chiedere il permesso alla famiglia per parlare di argomenti che l’Organizzazione Mondiale della Sanità considera un diritto formativo universale. Non un patto, dunque, piuttosto un rapporto di subordinazione con modulo allegato.
Cosa dice la FLC CGIL – La FLC CGIL e la CGIL nazionale, in un comunicato congiunto del 5 giugno, hanno definito il provvedimento “regressivo”, osservando che “dietro lo slogan infondato e antiscientifico difendiamo i bambini dall’ideologia gender, si nasconde una dinamica fortemente regressiva che intende commissariare la funzione pedagogica della scuola.”
La formulazione è precisa: il problema non è che le famiglie vengano informate — su questo, si badi, nessuno ha mai avuto nulla da obiettare, e le scuole lo fanno già; il problema è che il consenso preventivo obbligatorio trasforma l’autonomia scolastica in un’appendice del consenso parentale, che la libertà di insegnamento diventa condizionata all’approvazione di soggetti esterni all’istituzione scolastica, e che i ragazzi più fragili — quelli che a scuola trovano l’unico spazio di ascolto che non trovano a casa — vengono lasciati soli nel momento in cui ne avrebbero più bisogno.
CGIL e FLC parlano esplicitamente di “pericolosa ingerenza nell’autonomia scolastica e nella libertà di insegnamento” e di “lesione del diritto delle nuove generazioni a un percorso formativo laico, pluralista, finalizzato allo sviluppo globale della personalità.” Parole che rimandano direttamente all’articolo 3 della Costituzione, quella stessa che Valditara invoca quando gli serve e ignora quando non gli torna. Il rischio concreto, come sottolinea il sindacato, è che i ragazzi vengano lasciati soli, ancora una volta, di fronte a internet e ai social nella ricerca di informazioni sulla sessualità, senza una guida qualificata. Ovviamente è una preoccupazione fondata: l’alternativa alla scuola, su questi temi, non è la famiglia — che spesso è essa stessa impreparata o assente — ma il web, con tutto quello che ne consegue. Se c’è un posto dove davvero abita la “confusione”, è lì, non in un progetto scolastico approvato dal collegio docenti e deliberato dal consiglio di istituto (è nel PTOF, il Piano Triennale dell’Offerta Formativa).
Pro Vita esulta. Segnale inequivocabile. – Un criterio empirico per valutare una legge viene da un dato empirico, cioè guardare chi esulta quando viene approvata.
Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia, ha dichiarato che si tratta di “una giornata storica” e che “con questa legge i genitori potranno conoscere, individuare e respingere in anticipo progetti inappropriati che promuovono tra i minori il genere fluido, l’aborto, l’utero in affitto e una visione ideologica della sessualità, spesso sotto l’etichetta della parità di genere o del contrasto agli stereotipi o alle discriminazioni.” Dunque: l’educazione alla parità di genere, il contrasto agli stereotipi e alle discriminazioni, l’insegnamento a riconoscere e rispettare le differenze sono tutte “etichette” sospette, potenziale veicolo di pericolosa ideologia.
Una legge inutile, e dannosa per di più – Fanpage.it lo ha scritto chiaramente: la legge introduce l’obbligo per le scuole di chiedere il consenso scritto dei genitori per attività didattiche sulla sessualità e fa scattare il divieto assoluto di educazione sessuale nelle scuole elementari e d’infanzia. Il Fatto Quotidiano, nella sua analisi, ha parlato di oscurantismo che vince sulla paura. Anche la Fondazione Una Nessuna Centomila ha ricordato che l’educazione sessuo-affettiva è considerata un diritto dall’OMS, che la Convenzione di Istanbul — ratificata dall’Italia nel 2013 — la prevede, e che l’Italia era già in ritardo su questo fronte prima della legge, figurarsi dopo.
Il punto è semplice: le scuole già informavano le famiglie, già acquisivano, di fatto, un consenso implicito attraverso la comunicazione nel PTOF, già coinvolgevano esperti qualificati.
La legge non aggiunge nulla di sostanziale al piano della trasparenza, introduce invece un meccanismo formale e potenzialmente paralizzante, con una settimana di preavviso da rispettare, moduli da compilare, attività alternative da organizzare per chi non firma. Tutto questo per “tutelare i bambini dalla propaganda gender.” Si tratta perciò di una soluzione elegante per un problema inesistente, di un’architettura burocratica costruita non per proteggere i ragazzi, ma per scoraggiare le scuole dall’affrontare certi temi.
Il risultato, prevedibile, sarà che molte scuole semplicemente rinunceranno, per evitare la complessità procedurale. Il che non è certo un effetto collaterale, ma l’obiettivo vero e proprio.
E adesso? Consenso per tutto?– A questo punto, per coerenza, bisognerebbe proporre alcune leggi complementari:
- DDL scie chimiche: consenso informato preventivo dei genitori prima che i docenti di scienze insegnino la composizione dell’atmosfera. Non si sa mai che qualcuno si faccia delle idee.
- DDL terrapiattismo: obbligo di acquisire il parere delle famiglie prima di mostrare immagini della Terra vista dallo spazio. Alcuni potrebbe trovarle ideologicamente orientate.
- DDL Darwin: modulo di assenso per l’insegnamento dell’evoluzione nelle scuole primarie. Con attività alternative per i creatisti convinti.
La scuola pubblica italiana affronta sfide enormi: precariato strutturale, edifici fatiscenti, carenza di supporto psicologico, classi sovraffollate, divari territoriali che si allargano di anno in anno. Di fronte a tutto questo, il Ministro dell’Istruzione (e del Merito) ha ritenuto prioritario approvare una legge per blindare le famiglie dalla “propaganda gender”.
“Una riforma storica”, ha detto Valditara ringraziando la maggioranza parlamentare. Storica, sì. Nel senso che la storia, a volte, è una triste ripetizione.
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