La prima mutilazione di Andrej Čicatilo è la sua impotenza: l’umiliazione del suo sesso è una delle cause della sua alienazione dal mondo, della rabbia e frustrazione che gli rovinano ogni tipo di relazione.
Eppure Čicatilo ha una famiglia, ha una moglie che non gli è mai piaciuta, ma comunque gli ha dato dei figli, la sua unica gioia, la sua unica missione. Čicatilo ha anche un lavoro dignitoso, è iscritto al partito e apparentemente è un bravo cittadino, rispettabile. Quando può molla tutto e si rintana nel suo un covo, un piccolo rifugio di legno dove si ritrova da solo con i suoi pensieri a fabbricare delle mosche: all’inizio non gli sembra facile, soprattutto non sa bene come fare ad attaccare a quei corpi di metallo e piccoli bulloni delle leggere ali di rame. Piano piano ci fa la mano fino a quando finalmente gli insetti prendono forma iniziando a popolare l’oscurità del suo rifugio. Si isola dal mondo, ai bordi della foresta, vicino al fiume, al Don: un posto riservato, che però non lo fa sentire tranquillo, ci sono sempre quelle voci che lo seguono, l’accompagnano: si stagliano nel buio, dei respiri regolari che prendono forma. Si ferma, si guarda intorno, cerca nel silenzio un corpo che però non si materializza. Anche quando cammina nel buio della sera, con un freddo coltello nella tasca, sente di essere osservato, vede delle luci che lo fissano nell’oscurità. Forse stanno controllando se sta portando a termine la sua missione: ripulire la Russia da tutte le persone impure.
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