Le proposte di modifica del calendario scolastico e la scuola come parcheggio
Il dibattito sul calendario scolastico ritorna ogni volta che l’estate si avvicina e le famiglie cominciano a fare i conti con le settimane in cui i figli sono a casa e i genitori al lavoro.
L’intervento della senatrice Simona Malpezzi (già docente) su Avvenire del 14 giugno 2026, in linea con un disegno di legge sulla «comunità educante» dai contenuti affini, si sofferma su alcune proposte concrete: revisione del calendario scolastico (che significa allargarlo al periodo estivo), interventi sull’edilizia scolastica per rendere le aule vivibili con il caldo, mappatura delle sperimentazioni già esistenti.
Sembrerebbero proposte sensate, eppure qualcosa nel ragionamento della senatrice stenta a convincere: in poche parole, quello che scricchiola è proprio il fondamento (ideologico) della proposta.
Il problema che non viene detto – Malpezzi scrive che «la lunga estate di un calendario scolastico che non cambia da metà Ottocento» non è più sostenibile, che «concentrare le vacanze ha ripercussioni sul lavoro fatto nei mesi precedenti creando disuguaglianze tra chi si può permettere un’estate esperienziale e chi no». Parole condivisibili, per certi versi, senonché il filo che le tiene insieme non è pedagogico: è sociale, anzi è lavorativo. La preoccupazione centrale è che le famiglie non riescano a gestire (economicamente e materialmente) i figli durante l’estate. Il problema, detto esplicitamente, è la conciliazione tra vita familiare e vita lavorativa.
Non è una critica alla persona: è la presa d’atto di un frame che pervade l’intero dibattito, a partire dalla petizione lanciata su Change.org nel 2023 dall’organizzazione WeWorld insieme a Francesca Fiore e Sarah Malnerich, oltre 75.000 firme depositate in Senato, che chiede esplicitamente di cambiare il calendario «per permettere ai genitori che lavorano di non dover ricorrere a servizi extrascolastici per i loro figli durante le vacanze estive».
La scuola viene pensata come soluzione a un problema che è strutturale del mercato del lavoro: la mancanza di servizi pubblici per l’infanzia, gli orari incompatibili con i ritmi dei figli, il costo insostenibile dei centri estivi. E allora si propone di allungare il calendario scolastico, di aprire le scuole prima, di riempire i mesi estivi con attività educative.
La scuola è concepita proprio come un qualunque ammortizzatore sociale, con completa deresponsabilizzazione degli altri protagonisti della gestione della “cosa pubblica” che invece dovrebbero, anche in sinergia col Terzo Settore, provvedere alla costituzione dello Stato Sociale.
La sperimentazione emiliano-romagnola: nomenclatura educativa, sostanza di welfare – Pochi giorni fa, il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele De Pascale, e l’assessora alla scuola, Isabella Conti, hanno annunciato quello che hanno definito un «progetto sperimentale educativo»: dal 31 agosto al 14 settembre, in 42 Comuni del territorio, le scuole primarie potranno riaprire in anticipo rispetto all’avvio ufficiale delle lezioni fissato per il 15 settembre, con attività extrascolastiche finanziate dalla Regione con 3 milioni di euro.
De Pascale è esplicito sulle ragioni: «è il periodo più difficile, i centri estivi non tutti riaprono e la spesa di settembre è l’ennesima fatica dopo tutte quelle sostenute». L’obiettivo dichiarato è «conciliare i tempi di vita e di lavoro delle famiglie, con un’offerta qualificata e calibrata sulle esigenze delle alunne e degli alunni».
L’onestà con cui viene presentata la misura è apprezzabile, ma è anche rivelatrice di una visione distorta della Scuola che non è più concepita come un “servizio educativo”, ma un più generico “servizio alla comunità” (come i grest estivi).
Il calendario didattico regionale resta ancorato al 15 settembre; dal 31 agosto al 14 settembre vengono organizzate attività extrascolastiche volontarie condotte da educatori esterni. Non si tratta, dunque, di una riforma del calendario scolastico: si tratta di un prolungamento del centro estivo finanziato con fondi pubblici e ospitato negli edifici scolastici. L’etichetta «sperimentazione educativa» è, per usare un eufemismo, generosa: la Scuola e l’offerta educativa sono un’altra cosa.
Il fatto che l’assessora Conti abbia presentato l’iniziativa come una risposta che «chiude definitivamente il discorso sulla modifica del calendario scolastico», perché intervenire sui giorni di lezione obbligatori «avrebbe scontentato una parte sia di genitori sia del mondo della scuola», dice molto. Si è scelto di aggirare il problema anziché affrontarlo, si costruisce un surrogato anziché riformare davvero.
Il precedente: il Piano Estate di Bianchi – Chi ha memoria scolastica ricorderà che questa logica non è nuova: con la nota del maggio 2022, il Ministero dell’Istruzione guidato da Patrizio Bianchi lanciò il Piano Scuola Estate articolato in tre fasi — giugno, luglio-agosto, settembre — dedicato al «potenziamento della socialità e delle competenze» nel periodo post-pandemico. Allora la giustificazione era la crisi Covid, che aveva lasciato buchi nella didattica in presenza. Ma la struttura era la stessa: le scuole aperte d’estate per supportare le famiglie, con docenti e personale coinvolti in attività extrascolastiche finanziate dal ministero con oltre 280 milioni di euro.
Quella stagione ha lasciato insegnanti esausti, scuole impreparate ad accogliere in luglio e agosto, e nessuna riflessione seria sul tempo scuola. La misura fu vissuta da molti come un onere aggiuntivo imposto senza contrattazione, senza progetto didattico, senza una visione di cosa la scuola dovesse fare in quei mesi.
La scuola come parcheggio, appunto.
Cosa manca davvero al dibattito – Riformare il calendario scolastico potrebbe essere una proposta sensata a patto che alla base della discussione ci sia una premessa pedagogica, non logistica: quanto tempo è giusto che i bambini e i ragazzi stiano a scuola? E come dovrebbe essere distribuito questo tempo nell’arco dell’anno?
I dati comparativi europei ci dicono cose precise e spesso controintuitive. L’Italia è collocata stabilmente sotto la media OCSE nelle prove PISA, nonostante i 200 giorni annui di frequenza. Un’evidenza che rende poco credibile l’equazione «più tempo a scuola uguale migliori risultati». La Finlandia, che resta tra i sistemi scolastici più efficaci del mondo proprio secondo i test PISA, ha vacanze estive tra le 10 e le 12 settimane, simili a quelle italiane, e un numero di ore settimanali di lezione tra i più bassi d’Europa. Si badi però che l’analisi dei dati deve essere ad ampio spettro: i due Paesi che hanno avuto i migliori risultati PISA, Finlandia e Corea, hanno situazioni opposte quanto all’entità dell’orario scolastico, giacché la Finlandia propone un numero di ore annuali fra i più bassi, 861 ore annue, mentre la Corea fra i più alti, 1.079 ore annue. Più tempo a scuola non produce automaticamente migliore apprendimento.
Il nodo non è la durata dell’estate, ma la qualità del tempo scuola e la sua distribuzione. Un calendario più lungo, ma con pause più frequenti durante l’anno potrebbe essere una risposta sensata, non perché permette ai genitori di lavorare, ma perché risponde ai ritmi cognitivi degli studenti. Una pausa invernale più lunga, un anticipo della ripresa autunnale con tempi più distesi: tutto questo ha senso se risponde a una progettualità didattica, non se è costruito intorno agli orari degli uffici. Dovrebbe avvenire l’esatto contrario, ovvero costruire l’orario del mondo del lavoro intorno ai bisogni cognitivi degli alunni.
Anche qui però bisogna specificare: le esperienze delle year round schools negli Stati Uniti con calendari distribuiti in modo più omogeneo lungo l’anno hanno mostrato dati contrastanti: proprio perché, come detto poco sopra, non è la distribuzione del tempo in sé a fare la differenza, ma la qualità dell’insegnamento e del metodo didattico.
E proprio perché si deve considerare il metodo didattico come presupposto della qualità dell’insegnamento, anche l’edilizia scolastica -in termini di spazi didattici (laboratori, palestre, aule)- dovrebbe essere all’altezza tutto l’anno, non soltanto d’estate. La proposta di Malpezzi tocca anche il problema dell’edilizia scolastica e quello della mappatura delle buone pratiche, ma anche qui il presupposto è ambiguo: si vuole aprire le scuole prima perché fa caldo nelle case o perché fa caldo nelle scuole? Se il problema fosse davvero il caldo, la risposta sarebbe climatizzare gli edifici, non anticipare o posticipare il calendario a seconda della stagione.
La scuola come spazio autonomo – C’è una questione di principio che rischia di andare perduta in questo dibattito: la scuola non è un servizio di accudimento, non è un prolungamento dei centri estivi, non è una risposta alle esigenze produttive del paese. È un’istituzione con una sua autonomia, una sua logica interna, una sua missione che è educativa nel senso più pieno del termine: formare persone capaci di pensare, di scegliere, di stare nel mondo. Usare la scuola come ammortizzatore sociale significa subordinare questa autonomia a logiche esterne.
Significa pensare la scuola in funzione del mercato del lavoro, non degli studenti.
E significa, alla lunga, svuotarla della sua specificità.
Il tema della conciliazione vita-lavoro è reale e urgente, ma la risposta non è allungare il calendario scolastico: bisogna costruire un sistema pubblico di servizi per l’infanzia che non faccia ricadere tutto il peso sulla scuola, implementare il servizio di asili nido e centri estivi pubblici, ma anche intervenire con orari di lavoro flessibili, rafforzando i congedi parentali: questi sono gli strumenti per rispondere al problema delle famiglie, questi sono i temi di cui deve farsi carico lo Stato.
La scuola può e deve essere alleata in questa sfida, come suggerisce il disegno di legge sulla comunità educante citato da Malpezzi, ma deve farlo restando sé stessa, con il suo tempo, i suoi ritmi, la sua pedagogia.
Interventi che non partono da premesse pedagogico-didattiche, dal confronto con il personale scolastico, rischiano di svuotare la scuola della sua funzione educativa e formativa: a forza di renderla utile a tutto, si finirà per renderla davvero buona a niente.
Scopri di più da la mia pagina personale
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.