L’Ordinanza Ministeriale 54 del 26 marzo 2026, attuando le mirabolanti disposizioni del DL 127/2025, ha tracciato il perimetro di quello che si preannuncia come un percorso a ostacoli più che una verifica di competenze.
Prima di analizzare alcune novità, ecco il cronoprogramma:
18 giugno 2026, ore 8:30: Prima Prova (Italiano, uguale per tutti, per illuderci che esista ancora un’unità culturale nazionale).
19 giugno 2026: Seconda Prova (specifica per l’indirizzo, per ricordarvi perché avete scelto quel liceo o istituto).
25 giugno 2026: Terza Prova (riservata ai percorsi EsaBac e sezioni internazionali).
1, 2 e 7 luglio 2026: Prove suppletive (per chi ha validi motivi o ha deciso di posticipare l’inevitabile).
Commissione slim – Il Ministero ha deciso di snellire la commissione, forse per risparmiare sui gettoni di presenza o per rendere l’interrogatorio più intimo e asfittico. Ecco la composizione: 5 membri in totale, di cui 2 docenti interni, 2 docenti esterni e un Presidente esterno.
Ma la vera perla è l’architettura burocratica dei requisiti e della prova orale:
Il paradosso INVALSI (confermato): Per essere ammessi si deve obbligatoriamente partecipare alle prove INVALSI, anche senza scrivere una riga: conta la presenza. La beffa? I risultati verranno stampati con orgoglio sul vostro Curriculum dello Studente, ma non incideranno di un singolo centesimo sul voto finale. Una pura ginnastica di compilazione, carta sprecata per nutrire i database ministeriali.
Il Purgatorio del 6/10: novità assoluta per chi ha osato sfidare l’autorità. Se il vostro voto di comportamento è un misero 6/10, sarete condannati a un supplemento di pena: un “elaborato critico in materia di cittadinanza attiva” da discutere all’orale. La punizione mascherata da pedagogia.
Interrogazioni parallele (ma isolate): Dimenticate il colloquio multidisciplinare dove potevate collegare Leopardi ai buchi neri. Il nuovo orale è una sequenza di quattro discipline specifiche stabilite per decreto. La norma è chiara: i commissari non possono porre domande al di fuori della propria materia. Siamo passati dal pensiero critico ai “silos” separati, dove la conoscenza non comunica più. L’assurdità tocca l’apice nell’interdisciplinarità proibita: il Ministero definisce il colloquio “dialogico”, ma vieta di porre domande al di fuori delle quattro materie assegnate. Il risultato? Ci si può trovare a parlare di Kant (filosofia) senza poter minimamente accennare a Simone de Beauvoir o al femminismo se queste non rientrano nel “recinto” ministeriale. È un dialogo tra sordi, dove il pensiero critico viene amputato per non disturbare la burocrazia.
Il “Bonus” al risparmio: Il premio alla carriera per chi ha almeno 90/100 di media è stato tagliato da 5 a 3 punti. In tempo di crisi, il Ministero stringe i cordoni della borsa anche sulla gloria.
Ma veniamo alla chicca: il “Grado di Maturazione” – I criteri per la valutazione del colloquio orale infatti non sono definiti dalla commissione, dai collegi docenti, da professionisti, ma dall’Allegato A dell’Ordinanza 54. Come dire che per fare una diagnosi il medico si debba basare su linee guida del Ministero della Sanità, oppure per fare un progetto l’ingegnere/architetto utilizzi criteri stabiliti da un qualche ordine professionale. In questo caso la griglia di valutazione del colloquio è ministeriale e introduce un elemento degno di un trattato di alchimia o di una seduta spiritica: il “Grado di maturazione personale”.
La commissione dovrà valutare l’autonomia e responsabilità di studenti (che per tre quinti della commissione stessa sono dei perfetti sconosciuti) su una scala di 5 livelli, che va da una “maturazione parziale” fino a un livello “esemplare”. Qui la docimologia abdica in favore della divinazione: come possono due commissari esterni, che incontrano gli studenti per la prima volta e li ascoltano per una manciata di minuti, certificare il loro grado di “autonomia” raggiunto in cinque anni? Come direbbe Christian Raimo, è un esercizio di arbitrarietà pura mascherato da griglia scientifica, è la pretesa paranoica di misurare l’anima attraverso una procedura, ignorando che, purtroppo per il Ministero, l’arbitrarietà non si studia.
Contro i sabotatori – Attenzione, perché il DL 127/2025 trasforma l’esame in una prova di sottomissione legale: viene introdotto l’obbligo di partecipazione al colloquio, cioè il rifiuto di rispondere — la cosiddetta “scena muta” — comporta la bocciatura automatica, indipendentemente dai voti eccellenti presi negli scritti.
Siamo davanti alla criminalizzazione del dissenso. Se nel 1968 gli studenti conquistarono il diritto al silenzio come gesto politico — ottenendo spesso quel “60” che era un simbolo di rottura — oggi il Ministero impone una ginnastica d’obbedienza. Il pensiero procedurale cancella la critica democratica. In questo teatro dell’assurdo, figure come Don Milani, Giordano Bruno o Jan Palach verrebbero bocciate per “immaturità”. La maturità, secondo l’ordinanza, non è la capacità di dire “no” (come farebbero Bartleby lo scrivano o i personaggi di Camus e Woolf), ma la capacità di rispondere a comando. Il Ministero cita l’autonomia ma teme la libertà di Kant o di Hannah Arendt, preferendo un candidato che sappia stare al suo posto nel “comma 22” della burocrazia scolastica.
Il paradosso finale della Maturità 2026 è servito: un esame che sulla carta pretende di certificare “responsabilità esemplari”, ma che nei fatti obbliga a una partecipazione coatta, punendo il silenzio e frammentando il sapere in compartimenti stagni.
Essere “maturi” secondo gli standard dell’Ordinanza 54 non significa possedere un pensiero critico o la capacità di dissentire consapevolmente; significa, molto più banalmente, accettare la resa al proceduralismo cieco. La resa è totale: agli studenti è chiesto di essere “esemplari” nell’obbedienza, per il Ministero, essere maturi significa semplicemente non dare problemi e parlare quando si è interrogati. L’esame di Stato, ribattezzato appunto “esame di maturità”, certifica soltanto l’aderenza degli studenti alla scuola del “sorvegliare e punire” voluta da Valditara, quella del pensiero critico intrappolato.
Anni ed anni di pedagogia e docimologia “buttati nel cesso” per bizze ideologiche e bizantinismi burocratici.
La vera maturità, quella che richiede il coraggio di Spinoza o Nietzsche o la coerenza di Speranza e Carità, inizia solo dopo che saranno usciti da quell’aula, lasciandosi alle spalle questo grottesco rito di Stato.
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