C’è qualcosa di consolatorio nel ritrovare, sedici anni dopo, esattamente la stessa soluzione a un problema mai risolto. Il 4 agosto il ministro dell’Istruzione (e del Merito) Giuseppe Valditara ha annunciato, tra le interviste a La Verità e a Il Messaggero, l’arrivo di una nuova circolare per rafforzare il limite del 30% di alunni stranieri per classe. Gli uffici scolastici territoriali, d’intesa con i dirigenti, dovranno distribuire negli istituti di prossimità gli studenti che non padroneggiano ancora l’italiano, evitando concentrazioni eccessive. Il ministro ha aggiunto, per buona misura, un emendamento al disegno di legge sulla sicurezza per vietare burqa e niqab a scuola, oltre a un programma culturale che vuole gli studenti familiarizzare con Virgilio, Dante e la Bibbia: una sintesi di canone occidentale spedita giusto in tempo per la stagione identitaria del governo.
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Un precedente che si chiama Gelmini – La notizia, va detto con la dovuta precisione filologica, è una non notizia: il tetto del 30% esiste già lo introdusse la circolare ministeriale n. 2 dell’8 gennaio 2010, firmata dall’allora ministra Mariastella Gelmini, durante la stagione che diede alla scuola italiana il dimensionamento delle classi e il taglio degli organici passato alla storia come “riforma Gelmini”. Quella circolare fissava il limite “di norma”: una clausola di flessibilità che nel giro di pochi anni ha svuotato la norma di ogni cogenza, considerate anche . Deroghe territoriali, concentrazione urbana, assenza di sanzioni: il 30% è rimasto lettera morta per un decennio e mezzo.
Il pacchetto intorno al tetto: fondi veri, misura gratuita – La vicenda merita una precisazione importante che il dibattito tende a saltare: il tetto del 30% non arriva da solo, ma viaggia dentro un pacchetto di misure che il ministero rivendica come prova di investimento reale nell’integrazione. Ci sono i mille docenti specializzati nell’insegnamento dell’italiano come L2, assegnabili (per effetto della legge 106/2024) alle classi in cui almeno il 20% degli alunni sia composto da studenti neoarrivati privi delle competenze linguistiche di base. Ci sono i 248,8 milioni di euro aggiuntivi per Agenda Nord, il programma destinato alle scuole delle periferie urbane del Nord e del Centro contro la dispersione scolastica, oggi esteso a 2.100 istituti. C’è il docente tutor per personalizzare la didattica. Numeri veri, spesi per obiettivi legittimi: ma quando, in un’intervista, è stato fatto notare al ministro che mille docenti sono poca cosa rispetto a una platea di centinaia di migliaia di studenti, la risposta è stata tecnica, non programmatica, infatti ha ammesso che quel numero deriva da un calcolo (le classi che superano la soglia del 20% di alunni neoarrivati) non da una stima del fabbisogno complessivo. Il tetto del 30%, in questo quadro, resta l’unica misura del pacchetto che non compare in nessun capitolo di spesa: uno spostamento amministrativo di alunni, non un investimento.
La reazione sindacale: assimilazione, non integrazione – Per la segretaria generale della Flc Cgil, Gianna Fracassi, le misure annunciate «non parlano di integrazione, ma di assimilazione», dentro una cornice che lega insieme il tetto alle classi e il divieto del burqa in un’unica retorica securitaria. Manuela Calza, segretaria nazionale dello stesso sindacato, liquida l’iniziativa come «una non notizia»: la circolare Gelmini, ricorda, ha già fallito, e in alcune grandi aree metropolitane la componente straniera arriva all’80% della popolazione scolastica, una soglia che nessuna redistribuzione amministrativa può ricondurre al 30% senza svuotare interi istituti. Senza contare l’elemento discriminatorio e anticostituzionale che, all’epoca della Gelmini, diede vita ad una serie di vertenze fermate solo dai passi indietro, obbligati, dell’Amministrazione. Insomma, una norma che si configura come anticostituzionale e anacronistica.
Il sostegno intellettuale: suor Alfieri e l’onestà del ministro – Non mancano, nel dibattito, voci di sostegno alle iniziative del ministro, di segno ovviamente opposto a quelle sindacali. Suor Anna Monia Alfieri, esperta di politiche scolastiche più volte consultata dal ministero, componente del CSPI, ha dichiarato all’Adnkronos di trovare pienamente condivisibili le parole di Valditara sulla presenza degli stranieri in classe, sul divieto di burqa e sulla distinzione tra inclusione e integrazione, letta come prova della sua onestà intellettuale. Secondo Alfieri l’obiettivo del ministro non è creare classi ghetto ma evitarle, insieme ai quartieri ghetto abitati dai soli immigrati; una classe in cui gli studenti non italiani eguagliano o superano quelli italiani, sostiene, non garantisce standard di apprendimento elevati né agli uni né agli altri, non per colpa della presenza degli immigrati, ma come conseguenza della realtà didattica. Il limite del 30%, già esistente, andrebbe dunque rispettato “ai fini di un vero apprendimento”. Alfieri chiude con un appello alla trasversalità politica sui temi che toccano direttamente la vita dei cittadini. È un endorsement che ribalta i termini della polemica sindacale: dove per la FLC CGIL si cela l’assimilazione, Alfieri legge onestà intellettuale e rispetto della Costituzione.
Un tetto contro la demografia – Il problema della nuova circolare non è ideologico, è aritmetico. Il Portale Unico del Ministero conta oltre 911mila alunni con cittadinanza non italiana nell’anno appena chiuso, quasi il 12% della popolazione scolastica; le stime di Fondazione ISMU li collocano poco sopra i 930mila, in crescita costante mentre il numero di alunni italiani si contrae. La distribuzione è tutt’altro che omogenea: oltre il 60% si concentra nelle regioni del Nord, con la Lombardia in testa. Redistribuire dove? E soprattutto: farlo senza spostare gli studenti troppo lontano da casa, vincolo posto dallo stesso Valditara, è un’equazione che in molte aree, a partire da quelle metropolitane, non si può risolvere spostando alunni tra le classi esistenti.
Classi pollaio: l’altro numero contestato – C’è poi un dettaglio che il dibattito sul tetto etnico rischia sistematicamente di oscurare: per molti docenti italiani il problema quotidiano non è la composizione delle classi, ma la loro dimensione. Un sondaggio de La Tecnica della Scuola registra che tre insegnanti su cinque indicano le “classi pollaio” — non la presenza di alunni stranieri — come la difficoltà quotidiana più rilevante. Ma anche questo fronte vive di numeri più ambigui di quanto suggerisca lo slogan. Il DPR 81 del 2009 fissa le soglie di sovraffollamento a 26 alunni per l’infanzia e la primaria, 27 per le secondarie; sui dati più recenti del Portale Unico, relativi al 2023/24, soltanto 3.139 classi su 367.717 in tutto il Paese superano quel limite, meno dell’1% del totale — un’incidenza in calo strutturale per effetto del decremento demografico, non di scelte politiche.
Lo stesso Valditara, citando dati Invalsi, ha più volte sostenuto che l’affollamento non ostacolerebbe l’apprendimento e forse lo favorirebbe, una tesi che molti docenti in cattedra contestano nella pratica quotidiana. Sia il tetto etnico sia la sua alternativa preferita dai sindacati, insomma, vivono di numeri contestati, letti in senso opposto da chi li cita.
Il rinvio come metodo: la grande assise di novembre – Il ministero ha annunciato per novembre una “grande assise” nazionale sull’integrazione degli studenti stranieri, alla quale parteciperanno rappresentanti dei partiti, sindacati, docenti, esperti e consulte studentesche. È il formato tipico di questa fase dell’iniziativa ministeriale: annunciare la misura ai microfoni, aprire un tavolo di confronto, rinviare i dettagli operativi. A distanza di settimane dall’annuncio mancano ancora la data di entrata in vigore della circolare e le modalità concrete con cui gli uffici scolastici territoriali dovranno individuare le “scuole di prossimità” verso cui spostare gli alunni.

La sintesi politico-economica – La vicenda smette a questo punto di essere cronaca scolastica e diventa un caso di scuola di economia politica delle riforme miste. Il ministero può rivendicare, a ragione, risorse reali investite su alcuni fronti (docenti L2, Agenda Nord, tutor personalizzato, tutte scelte unilaterali e comunque insufficienti) e trova sponde intellettuali autorevoli, come quella di suor Alfieri, per la lettura valoriale della misura. Ma la misura più politicamente redditizia del pacchetto, quella che occupa i titoli dei giornali da due settimane, resta anche l’unica a costo pubblico pari a zero: uno spostamento amministrativo di alunni tra scuole vicine, retto da una circolare che ne riafferma un’altra di sedici anni prima. Il problema strutturale resta fuori scena: sottofinanziamento cronico, organico specializzato ancora insufficiente rispetto al fabbisogno reale, segregazione abitativa nei “quartieri ghetto” che lo stesso ministro cita come causa e mai come priorità di intervento diretto. Finché le politiche residenziali degli enti locali resteranno un rigo tra parentesi nelle interviste ministeriali, il tetto del 30% avrà lo stesso destino della circolare Gelmini. Un testo che esiste, di norma.
Una soluzione scomoda: l’integrazione didattica, la crescita pedagogica e il diritto di cittadinanza – La verità è che gli alunni cosiddetti stranieri possono tranquillamente essere integrati attraverso processi didattici e pedagogici specifici: integrare la didattica ordinaria con un’intensificazione dell’insegnamento dell’italiano come L2 e la condivisione quotidiana di vissuti culturali diversi sono pratiche che vanno rafforzate e non demonizzate. Non servono soltanto insegnanti di L2, ma serve potenziare il tempo scuola (dunque organici!) che permettano di cambiare il modo di fare scuola attraverso una maggiore osmosi e un confronto costante fra gli alunni, i quali vivono le differenze come un’opportunità, finché non sono imbottiti dei pregiudizi e delle paure degli adulti. La scuola deve riprendersi il suo ruolo di luogo dove si costruisce la cittadinanza attiva, non deve essere un campo da recintare e dividere.
Senza contare che molti di questi alunni cosiddetti stranieri sono nati in Italia, pur non avendo ancora acquisito, per una cronica mancanza della nostra legislazione, la cittadinanza italiana.
Superare questi ostacoli, significa dare seguito al dettato costituzionale e costruire una società inclusiva, più ricca e più libera.
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