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Le origini del sindacato: da Adam Smith a Gramsci, passando per Marx e la polemica Lenin-Trockij

sindacato in fabbrica
Categoria fondamentali
Pubblicato il 10 Settembre 2026
Autore massideconca
Tempo di lettura 8 minuti

Perché i lavoratori si organizzano collettivamente, e con quale diritto? È una domanda che attraversa due secoli di pensiero politico ed economico, da chi considerava le “combinazioni” operaie un reato da reprimere fino a chi ne ha fatto lo strumento per rovesciare l’intero ordine sociale.

Ripercorrerla per intero — da Adam Smith fino a Gramsci, passando per Hegel, Tocqueville, Marx e la polemica sindacale che dilaniò il partito bolscevico nel 1920-21 — aiuta a capire che il sindacato non è mai stato solo una tecnica di contrattazione salariale: è stato, fin dall’inizio, un campo di battaglia teorico.

Adam Smith: la prima ammissione (1776)

Si può cominciare, paradossalmente, dal padre dell’economia politica classica, che nella Ricchezza delle nazioni scrive una delle pagine più oneste mai dedicate all’asimmetria fra capitale e lavoro. Smith osserva che “i lavoratori desiderano ottenere il più possibile, i padroni dare il meno possibile”, e che è “i primi sono disposti a combinarsi per alzare, i secondi per abbassare, i salari del lavoro”, ma aggiunge subito che non è difficile prevedere quale delle due parti abbia, nella generalità dei casi, il sopravvento:

“i padroni, essendo meno numerosi, possono combinarsi molto più facilmente; e la legge, per di più, autorizza — o quantomeno non proibisce — le loro combinazioni, mentre proibisce quelle degli operai”.

Il passaggio più tagliente, però, riguarda la normalità nascosta di quella disparità: “i padroni sono sempre e ovunque in una sorta di combinazione tacita, ma costante e uniforme, per non alzare i salari del lavoro al di sopra del loro livello attuale“. È un’ammissione notevole, per un autore che passa alla storia come teorico del libero mercato: Smith riconosce che la “combinazione” dei padroni è la norma invisibile del sistema, mentre quella degli operai, perseguita per legge in Inghilterra fino all’abrogazione dei Combination Acts nel 1824, viene trattata come un’anomalia scandalosa. Il sindacato, insomma, nasce storicamente come risposta a uno squilibrio che persino il padre del laissez-faire non poteva negare.

Hegel: le corporazioni e la società civile (1821)

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, nei Lineamenti di filosofia del diritto, non parla di sindacati nel senso moderno, ma introduce un concetto che ne anticipa la funzione sociale: la Korporation, il corpo intermedio che tiene insieme gli individui dispersi nella “società civile” , quello che Hegel chiama il “sistema dei bisogni”, il regno del mercato e dell’interesse privato. Per Hegel la società civile, lasciata a se stessa, produce inevitabilmente il Pöbel, la plebe: una massa di individui impoveriti e privi di riconoscimento sociale, esclusi dall’eticità comune (la Sittlichkeit) proprio perché il mercato non garantisce, da solo, alcuna forma di appartenenza o dignità. Le corporazioni, eredi delle antiche arti e mestieri, ma pensate da Hegel come istituzioni moderne di rappresentanza professionale, servono esattamente a colmare questo vuoto: danno all’individuo un’identità che va oltre l’interesse egoistico immediato, lo inseriscono in una comunità di scopo, gli offrono protezione e riconoscimento. È un’intuizione che, depurata dal suo impianto conservatore e statalista, anticipa un’idea che tornerà, in forme diverse, in ogni teoria successiva del sindacato: l’organizzazione collettiva non è solo un mezzo per ottenere di più, è una condizione per essere qualcuno, dentro un sistema economico che tende a trattare l’individuo isolato come una cifra sostituibile.

Tocqueville: l’arte di associarsi (1835-1840)

Alexis de Tocqueville, ne La democrazia in America, arriva a una conclusione per certi versi complementare, ma da una prospettiva liberale e non hegeliana. Osservando la società americana, Tocqueville nota che gli individui delle società democratiche, privati dei legami gerarchici dell’aristocrazia, rischiano di ritrovarsi isolati e impotenti, sia di fronte allo Stato sia di fronte alle forze economiche che li sovrastano. La contromisura che gli americani hanno inventato, scrive, è “l’arte di associarsi”: la capacità di unire le proprie forze attraverso associazioni volontarie di ogni tipo, capacità che Tocqueville definisce “la scienza madre” delle società democratiche, quella da cui dipende il progresso di tutte le altre.
Non è un caso che questa intuizione, nata per descrivere la vita civile americana in generale, sia stata ripresa più tardi da chi doveva spiegare perché gli operai, isolati individualmente di fronte al padrone, avessero bisogno di associarsi per contare qualcosa: il sindacato, in questa lettura, non è un corpo estraneo alla democrazia moderna, ma una sua applicazione particolare, forse la più necessaria di tutte, perché riguarda la sfera — il lavoro — in cui l’isolamento individuale pesa di più.

Marx 1866: dalle Istruzioni ai delegati

È con Karl Marx, però, che la riflessione sul sindacato diventa teoria politica organica, e non più semplice osservazione. Nell’agosto del 1866 Marx scrive le Istruzioni ai delegati del Consiglio centrale provvisorio, il documento che guiderà i lavori del primo congresso dell’Associazione internazionale dei lavoratori a Ginevra. La sesta sezione, intitolata “I sindacati: passato, presente, futuro”, resta probabilmente il testo più citato nella storia del pensiero sindacale. Sul passato, Marx scrive:

“Il capitale è forza sociale concentrata, mentre l’operaio dispone solo della propria forza di lavoro. Il contratto fra capitale e lavoro non può quindi mai essere stipulato a condizioni eque, eque persino nel senso di una società che pone da un lato il possesso dei mezzi materiali di vita e di lavoro, e dall’altro le energie produttive vitali”

Si tratta di una riformulazione, in chiave sindacale, della stessa asimmetria già intravista da Smith un secolo prima, ma trasformata da semplice constatazione in fondamento di un diritto alla resistenza collettiva.

Sul presente, Marx riconosce ai sindacati un valore essenziale ma insufficiente se limitato alla sola contrattazione salariale: servono come argine immediato contro “gli usurpamenti incessanti del capitale”, ma rischiano di restare intrappolati in quella che chiama la “guerriglia” fra capitale e lavoro, incapaci di intaccarne le cause strutturali. Ed è sul futuro che il testo raggiunge la sua formulazione più celebre, quella che avrebbe orientato il movimento sindacale internazionale per i successivi centocinquant’anni: “senza saperlo, i sindacati stavano formando centri di organizzazione della classe operaia, come i comuni e i municipi medievali facevano per la borghesia. Se i sindacati sono necessari per le lotte di guerriglia fra capitale e lavoro, lo sono ancora di più come agenzie organizzate per superare il sistema stesso del lavoro salariato e del dominio del capitale”. Marx chiude le istruzioni con un monito che i sindacati, avverte, non devono mai dimenticare: il compito assegnato loro è “la lotta per la completa emancipazione della classe operaia”, non la sola difesa degli interessi immediati di chi ne fa già parte — un’attività che, se ristretta ed egoistica, tradirebbe il proprio scopo storico.

Lenin e Trockij: la polemica sindacale del 1920-21

trotskij

Se Marx pone le basi teoriche, è nella Russia sovietica del primo dopoguerra che la domanda “a chi appartiene il sindacato” diventa scontro politico aperto, con conseguenze concrete sul potere. Fra la fine del 1920 e l’inizio del 1921 il partito bolscevico si spacca sulla questione sindacale lungo tre posizioni distinte. Trockij, allora commissario alla Guerra impegnato nella ricostruzione di un’economia devastata, propone la “statizzazione” dei sindacati: integrarli direttamente nell’apparato statale, trasformandoli — come li definisce lui stesso in un celebre scambio riportato da Lenin — nell'”apparato tecnico-amministrativo di gestione della produzione“, coerentemente con la sua idea di un’atmosfera produttiva quasi militarizzata necessaria alla ripresa economica. All’estremo opposto si colloca l’Opposizione Operaia di Aleksandra Kollontaj e Aleksandr Šljapnikov, che rivendica il diritto dei sindacati a gestire l’intera economia in piena indipendenza dallo Stato — l’autogoverno operaio diretto, senza mediazioni di partito.

Lenin, nel mezzo, elabora la formula più celebre del dibattito: i sindacati come “cinghia di trasmissione” fra la massa dei lavoratori, in gran parte senza tessera di partito, e lo Stato-partito, mantenendo una parvenza di autonomia ma svolgendo, soprattutto, un compito educativo, quello che lo stesso Lenin, riprendendo una formula di Zinov’ev, chiama “scuola di comunismo”. Nel pamphlet Ancora sui sindacati, pubblicato nel 1921, Lenin critica duramente l’impostazione di Trockij, accusandolo di “non difendere abbastanza l’elemento scuola di comunismo” e di voler bruciare le tappe con una statizzazione prematura, pericolosa per uno Stato operaio che egli stesso descrive come già segnato da “deformazioni burocratiche”. Ma la sua difesa dell’autonomia sindacale resta, in ultima istanza, subordinata al controllo di partito: come scrive senza ambiguità nello stesso testo, “il Partito Comunista Russo… incondizionatamente guida come prima, ideologicamente, i sindacati”. Non un’indipendenza piena, dunque, ma nemmeno la loro dissoluzione nell’apparato statale: un compromesso che avrebbe segnato, nel bene e nel male, il modello sindacale sovietico per i decenni successivi.

Gramsci: sindacato e consiglio di fabbrica

Antonio Gramsci, negli stessi anni, elabora dall’Italia una distinzione che completa il quadro da un’angolazione diversa, meno statale e più organizzativa. Nei suoi scritti per L’Ordine Nuovo, fra il 1919 e il 1920, Gramsci separa nettamente due funzioni che la tradizione operaia tende a confondere: il sindacato, che agisce essenzialmente come organo di difesa economica — contratta il prezzo della forza lavoro, resta dentro la logica del salario, accetta implicitamente il rapporto capitale-lavoro come cornice data — e il consiglio di fabbrica, che per Gramsci rappresenta invece il germe di un’organizzazione radicalmente diversa: non la contrattazione del prezzo del lavoro, ma l’apprendimento collettivo del governo della produzione, la prefigurazione, dentro la fabbrica stessa, dello Stato proletario futuro. È una distinzione che avrebbe attraversato tutto il Novecento sindacale italiano, fino a riemergere, decenni dopo, nel pensiero di Bruno Trentin, che proprio dai consigli di fabbrica gramsciani avrebbe tratto l’idea di una “libertà nel lavoro” da estendere, negli anni Ottanta e Novanta, all’intera azione sindacale della Cgil.


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