Il ballottaggio nella riforma elettorale avvantaggia strutturalmente la destra, gestendo la crescita di Vannacci. Intanto la sinistra litiga sulle primarie senza un programma elettorale condiviso.

politicamente scorretto 7 minuti di lettura

Mentre l’iter della nuova legge elettorale, il cosiddetto Stabilicum, si avvia verso il passaggio in commissione al Senato del 9 settembre, la maggioranza si è spaccata su un solo punto: introdurre o no il ballottaggio nazionale tra le due coalizioni più votate, nel caso in cui nessuna raggiunga la soglia per il premio di maggioranza.

La premier è consapevole che il proprio partito di riferimento nella destra radicale, Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, ha già superato nei sondaggi sia la Lega sia Forza Italia (fonte: Open): da qui l’emendamento del senatore di Fratelli d’Italia Marcello Pera, che punta a spostare più in basso la soglia per accedere al secondo turno. Matteo Salvini ha già detto no senza sfumature («noi il ballottaggio non lo votiamo»), mentre Forza Italia propone in alternativa di fissare al 40% la soglia che eviterebbe del tutto il secondo turno. Il testo approvato alla Camera il 16 luglio prevede già un sistema proporzionale con premio di maggioranza — 70 deputati e 35 senatori, fino a un tetto di 220 e 113 seggi — per la coalizione che raggiunge il 42% dei voti, con soppressione delle preferenze e indicazione obbligatoria del nome del candidato premier sulla scheda al momento del deposito del simbolo. Il ballottaggio, se introdotto, si attiverebbe solo nel caso in cui nessuna coalizione raggiunga quella soglia in entrambe le Camere: un’eventualità che, alla luce dei sondaggi attuali, non è affatto remota. È una spaccatura che vale la pena leggere fino in fondo, perché non riguarda un tecnicismo, ma la domanda posta nel titolo: a chi conviene davvero il ballottaggio?

I numeri, per area

Aggregando le rilevazioni più recenti — la Supermedia YouTrend-Agi e il sondaggio Winpoll del 18-27 agosto — il quadro per coalizioni è di un testa a testa quasi perfetto. Il centrodestra senza Vannacci si ferma oggi attorno al 39-40% (FdI 25,7%, Lega 5,5%, Forza Italia 7,3%, Noi Moderati sotto l’1%); aggiungendo Futuro Nazionale, stabilmente fra il 7 e l’8%, la somma aritmetica sale a circa il 47%. Sul fronte opposto, il campo progressista — Pd al 22%, M5s all’11%, Avs poco sopra il 7% — si aggira attorno al 40-41%; con Italia Viva e +Europa arriva al 44-45%, e solo con l’ingresso di Azione di Carlo Calenda, oggi fermo attorno al 3%, si avvicina al 47-48%. Il punto politico è identico su entrambi i lati: nessuna delle due aree raggiunge da sola la soglia per il premio di maggioranza, fissata al 42% dal testo approvato alla Camera il 16 luglio. Entrambe le coalizioni hanno bisogno della propria “variabile indipendente” per sperare in una vittoria netta — ma le due variabili, Vannacci e Calenda, si comportano in modo strutturalmente diverso, ed è qui che il ballottaggio smette di essere neutro.

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Perché il ballottaggio è un regalo alla destra

Il meccanismo che la premier avrebbe in mente, come ricostruisce Il Post, è tanto semplice quanto efficace: lasciare che Vannacci si presenti da solo al primo turno, raccogliendo una percentuale di consensi lusinghiera senza doverlo includere in coalizione, e poi metterlo davanti a una scelta al secondo turno, quando Futuro Nazionale sarebbe costretto a schierarsi apertamente — con il centrodestra guidato da Meloni, oppure, ipotesi remota, a sostenere il centrosinistra.
Ed è proprio qui che la domanda diventa retorica più che analitica: se il ballottaggio dovesse svolgersi fra Giorgia Meloni e un candidato di centrosinistra, per chi voterebbe davvero l’elettore che al primo turno ha scelto Vannacci? Difficilmente per la sinistra.

L’elettorato di Futuro Nazionale nasce da una scissione interna alla destra, non da un percorso di transizione verso il campo opposto: la propensione al trasferimento di voto, al secondo turno, andrebbe con schiacciante probabilità verso la coalizione di Meloni, non verso quella che Vannacci e i suoi hanno costruito la propria identità politica combattendo.

Il ballottaggio, in altre parole, permette alla destra di sdoppiarsi al primo turno, lasciando che Vannacci raccolga il malcontento e il voto identitario più radicale senza doverlo integrare, e di ricompattarsi automaticamente al secondo, quando l’alternativa diventa binaria e l’elettore di destra, per quanto insofferente verso Meloni, difficilmente sceglierebbe di far vincere la sinistra pur di punirla.

Certamente questa lettura non è una certezza matematica: lo stesso Lorenzo Pregliasco di YouTrend, citato da Open, avverte che il ballottaggio comporta per entrambe le coalizioni un rischio di erosione di voti, e che è difficile fare previsioni affidabili finché non si conoscono meglio le reali intenzioni di voto degli elettori in un ballottaggio effettivo — l’Italia non ne ha mai sperimentato uno su scala nazionale. Ma la direzione del vento è comunque chiara, ed è la stessa ragione per cui la proposta ricalca modelli già discussi da tempo in sede di riforma costituzionale — dalla bicamerale D’Alema fino al comitato dei saggi Letta — e mai approvati fino in fondo: un doppio turno nazionale premia chi riesce a presentarsi come argine ultimo contro l’avversario storico, e oggi quell’argine, piaccia o no, resta ancora la destra di governo.

Il paradosso interno: perché Salvini dice no

Se il ballottaggio protegge la coalizione nel suo complesso dal rischio Vannacci, non protegge affatto la Lega, che rischia di uscirne strutturalmente ridimensionata: senza la pressione del voto utile che un sistema a turno unico impone — scegliere subito il partito più forte per non sprecare il proprio voto — l’elettorato di centrodestra scontento potrebbe abituarsi a “sfogarsi” su Vannacci al primo turno, sapendo che comunque contribuirà a eleggere la coalizione di governo al secondo. È esattamente questo il motivo per cui Salvini si opporrebbe con tanta durezza: il doppio turno rischierebbe di trasformare Vannacci “da concorrente pericoloso in un avversario libero di contarsi senza pagare il prezzo del voto disperso” — cioè di legittimare, elezione dopo elezione, l’erosione della Lega a vantaggio di Futuro Nazionale, senza che questo comprometta mai la vittoria complessiva della destra. Il ballottaggio, insomma, è un regalo per Fratelli d’Italia e per la tenuta della coalizione nel suo insieme, ma un cavallo di Troia per gli alleati minori.

E la sinistra? Litiga sui gazebo, non sul programma

Mentre a destra si discute con quale strumento gestire una propria variabile interna in vista del voto, il campo progressista è impegnato in una battaglia diversa, e per certi versi ancora meno concludente. Il nodo riguarda il metodo con cui scegliere il candidato premier: primarie di coalizione oppure investitura diretta del partito più votato. Stefano Bonaccini, presidente del Pd, ha posto la questione nei termini più netti: prima va scritto il programma, poi — solo eventualmente — si va ai gazebo, «o, come in tutte le democrazie del mondo, il primo partito esprime la leadership». Nel frattempo, circolano nomi di ogni tipo — Gori, Zingaretti, Salis, Manfredi, Decaro, Bersani — senza che nessuno riesca a chiudere la partita, in un clima che lo stesso quotidiano definisce di “tutti contro tutti”: Bonaccini contro Franceschini, Franceschini contro Speranza, Picierno contro tutti gli altri. L’appuntamento dell’8 settembre alla festa di Alleanza Verdi e Sinistra, dove Schlein salirà sul palco insieme a Conte, Fratoianni e Bonelli, offrirà una prima indicazione pubblica — ma la sostanza resta identica: si discute di chi debba guidare la coalizione prima ancora di aver definito, punto per punto, cosa quella coalizione proporrebbe agli elettori su politica estera, immigrazione, fisco, sanità.

Il quadro che emerge è di un’asimmetria che vale la pena chiamare per nome. La destra ha trasformato la propria fragilità interna — la crescita di Vannacci a spese della Lega e, in parte, di Fratelli d’Italia — in un problema tecnico da risolvere attraverso l’architettura della legge elettorale, con un ballottaggio pensato esplicitamente per riassorbire al secondo turno ciò che si è lasciato disperdere al primo.
La sinistra, di fronte a una fragilità speculare — nessun leader riconosciuto, nessun programma condiviso, un campo largo la cui stessa composizione resta indefinita — sta invece consumando l’estate e l’inizio dell’autunno a litigare sul metodo di selezione interna, rinviando la domanda più urgente: cosa proporrebbe, esattamente, se vincesse.

Non è la stessa partita, e non lo è nemmeno la posta in gioco: da un lato un ingranaggio istituzionale costruito su misura per gestire un problema di coalizione; dall’altro un dibattito che, fin qui, ha prodotto soprattutto nomi, correnti e distinguo. Per questo i sondaggi continuano a raccontare un Paese diviso quasi a metà: la metà che sa cosa vuole dalle proprie regole del gioco, e la metà che ancora non sa nemmeno chi le rappresenterà.


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