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Non si tratta di una opposizione tecnica alla riforma, ma di contrastare nel merito e nel metodo un'idea di scuola subordinata al mercato del lavoro

mondoscuola 10 minuti di lettura

Con il decreto ministeriale n. 29 del 19 febbraio 2026, il governo Meloni ha impresso la propria firma su un ulteriore tassello della controriforma scolastica: la revisione dell’assetto ordinamentale degli istituti tecnici, con la ridefinizione degli indirizzi, delle articolazioni, dei quadri orari e dei risultati di apprendimento.

La norma trova il proprio fondamento negli articoli 26 e 26-bis del decreto-legge n. 144 del 2022. La riforma, definita senza mezzi termini «inutile e dannosa» dalla FLC CGIL, è entrata nel vivo di una crisi organizzativa e politica che ha travolto dirigenti scolastici, docenti e famiglie prima ancora che l’anno scolastico 2026/27 prendesse avvio. Non si tratta di una sperimentazione, ma di un riordino ordinamentale che andrà in vigore per le classi prime a settembre, in un segmento che da anni mantiene oltre il 30% delle iscrizioni alle secondarie di secondo grado e che quindi non soffriva di alcuna crisi di consenso.

Una scuola per il mercato – Per comprendere la riforma degli istituti tecnici bisogna inscriverla nel disegno complessivo con cui l’attuale governo sta ridefinendo il sistema di istruzione italiano.
Dopo la filiera tecnologico-professionale, il liceo del made in Italy e l’ipotesi del liceo in quattro anni, tocca ora ai tecnici. Il filo conduttore è chiaro: avvicinare la scuola ai fabbisogni del sistema produttivo, piegare i curricoli alle esigenze delle imprese del territorio, anticipare il più possibile l’ingresso nel mercato del lavoro.

Il decreto introduce un modello didattico fondato sulla metodologia per competenze, organizzato per Unità di Apprendimento (UdA) e «compiti di realtà». Tra le novità più significative, l’anticipo dei percorsi di formazione e lavoro (ex alternanza scuola-lavoro) al secondo anno, e la creazione di «Patti educativi 4.0» — accordi territoriali tra scuole, imprese, ITS Academy e centri di ricerca — che legano strutturalmente l’offerta formativa alle necessità del tessuto produttivo locale.

«Gli istituti tecnici si avvicinano sempre più a un vero e proprio pre-avviamento al lavoro.»

La pubblicazione dei nuovi quadri orario, avvenuta il 9 marzo con il DM 29/2026, ha confermato i tagli che la FLC CGIL aveva già anticipato: un’operazione di ingegneria oraria che ridistribuisce le ore a favore delle attività professionalizzanti, delle esperienze on the job e della «quota di curricolo a disposizione della scuola» — uno spazio di flessibilità che, nella pratica, serve a compensare le riduzioni imposte alle discipline tradizionali.

Le materie più colpite sono geografiche, linguistiche e scientifiche. La nuova disciplina denominata «Scienze sperimentali» accorpa gli insegnamenti di Scienze della Terra, Biologia, Chimica e Fisica: nel settore tecnologico-ambientale queste materie passano complessivamente da 528 ore a 297 ore, con una perdita di 231 ore. Una riduzione del 44%, nel settore più direttamente interessato dalla dichiarata volontà di potenziare le discipline STEM.

riepilogo perdita di ore

  • Scienze sperimentali –> Settore tecnologico-ambientale: da 528 a 297 ore (−231 ore)
  • Geografia -> Settore economico: taglio significativo nel triennio, incluso il 50% delle ore su A-37 per il Turismo
  • Italiano –> Riduzione di 2 ore settimanali nelle classi quinte, nell’anno dell’esame di maturità
  • Lingue straniere –> Seconda e terza lingua nel settore economico penalizzate
  • Totale stimato
    Rischio sottrazione di 561 ore di insegnamenti disciplinari per effetto della flessibilità curricolare (FLC CGIL)
  • Organici
    Saldo netto: −561 cattedre (−1.680 disciplinari, +1.104 tecnico-pratici)

Al Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (CSPI) la delegazione della FLC CGIL ha scelto l’astensione, motivata dall’assenza totale di investimenti aggiuntivi: la riforma viene calata in un regime di invarianza finanziaria, senza nuove risorse né nuovi organici. Un dettaglio non secondario: le iscrizioni alle classi prime per il 2026/27 erano già chiuse quando i nuovi quadri orario sono stati pubblicati, il 9 marzo. Gli studenti si sono iscritti, letteralmente, al buio.

Caos organici e classi di concorso – La riforma introduce nuove denominazioni disciplinari prive, al momento della pubblicazione dei quadri orario, di una corrispondenza chiara con le classi di concorso esistenti. Il decreto di individuazione delle classi di concorso da assegnare alle nuove discipline non era stato ancora emanato al momento dell’avvio delle operazioni di inserimento dati nel sistema SIDI, il sistema informativo ministeriale che le scuole usano per definire gli organici.

Il risultato è che dirigenti e collegi docenti si sono trovati a dover costruire gli organici per il 2026/27 senza sapere quali cattedre sarebbero state tagliate, quali accorpate, quali create. L’accorpamento delle scienze, per esempio, non definisce quale disciplina tra Scienze della Terra, Biologia, Chimica e Fisica dovrà essere favorita o tagliata: la scelta è affidata ai singoli istituti, generando di fatto una «guerra tra perdenti posto».

«Si realizza lo smantellamento dell’unitarietà del curricolo dell’istruzione tecnica.
Un serio attacco all’unitarietà del sistema di istruzione.»

A questo si aggiunge un problema infrastrutturale concreto: l’aumento delle materie professionalizzanti richiede un incremento dell’utilizzo dei laboratori, di cui le scuole non dispongono, già impegnati mediamente per 32 ore settimanali.

I rattoppi in corsa del MIM – Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha scelto la linea della fermezza: la riforma parte a settembre 2026, senza rinvii. La circolare ministeriale n. 1397 del 19 marzo 2026, firmata dal Capo Dipartimento Carmela Palumbo, rappresenta il principale tentativo del MIM di rispondere al caos organizzativo generato dalla riforma: un documento di «indicazioni operative» inviato alle scuole per accompagnarle nella definizione degli organici in base ai nuovi quadri orario. La FLC CGIL l’ha definita una circolare «maldestra», arrivata in grande ritardo rispetto alle scadenze di inserimento degli organici nel sistema SIDI, e comunque insufficiente.

La circolare riconosce implicitamente le lacune più gravi: in chiusura annuncia che il Ministero si propone di presentare un emendamento in sede di conversione del DL 19/2026, con l’obiettivo di tutelare le titolarità dei docenti in servizio negli istituti tecnici. È un’ammissione indiretta che la riforma, così come strutturata, produce soprannumerari. La CISL Scuola ha giudicato questo impegno «apprezzabile», pur ribadendo la necessità di un ripensamento più profondo.

Sul piano delle classi di concorso, il MIM ha promesso un’apposita «tabella di corrispondenza tra discipline e classi di concorso» da trasmettere agli uffici scolastici regionali. Ma il decreto ministeriale sulle classi di concorso non era ancora emanato nel momento in cui le scuole erano chiamate a definire gli organici: un cortocircuito amministrativo che ha costretto decine di collegi docenti a riunirsi in emergenza, senza un quadro normativo chiaro.

La posizione ufficiale del MIM resta quella di presentare la riforma come un’operazione di modernizzazione e valorizzazione delle competenze, in linea con il PNRR e con i fabbisogni del mercato del lavoro. Il Ministro Valditara insiste sul modello «per competenze», sui «Patti educativi 4.0», sull’internazionalizzazione. Ma le incoerenze sono palesi: per esempio il Ministro si vanta spesso di voler valorizzare il territorio e la geopolitica, poi le decisioni concrete vanno nella direzione opposta, cancellando proprio quegli insegnamenti che dovrebbero farne da supporto.

Il parere del CSPI e la perseveranza del MIM – Il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (CSPI) si è pronunciato il 5 febbraio 2026 sullo schema di decreto: il parere contiene osservazioni significative che il MIM ha in larga parte ignorato. Il CSPI ha rilevato nell’impianto generale diversi elementi di criticità, che è utile esaminare nel dettaglio perché rappresentano la valutazione tecnica dell’organo consultivo istituzionale del sistema scolastico italiano.

La prima e più sostanziale critica riguarda la declinazione territoriale dell’offerta formativa. Il CSPI ha avvertito che ancorare il curricolo a esigenze espresse dal tessuto produttivo locale rischia di produrre profili formativi con «rapida obsolescenza», poco adatti a un mercato del lavoro in continuo mutamento. Un rilievo che suona paradossale: una riforma pensata per adeguare la scuola al mercato potrebbe produrre diplomati con competenze già superate al momento dell’uscita.

La seconda criticità rilevata dal CSPI riguarda l’innalzamento della quota di autonomia curricolare dal 20% al 25%. Il Consiglio ha segnalato che tale espansione della flessibilità, senza una corrispondente definizione di modalità adeguate per l’assegnazione degli organici, rischia di lasciare le scuole senza le risorse umane necessarie per realizzarla. In altre parole: più autonomia sulla carta, meno docenti per esercitarla nella realtà.

La delegazione della FLC CGIL al CSPI ha scelto l’astensione motivata, aggiungendo al parere del Consiglio ulteriori rilievi che il testo ufficiale non aveva recepito. In particolare: l’assenza totale di investimenti aggiuntivi («il nuovo assetto viene calato in un contesto di invarianza finanziaria»); la riduzione di 2 ore settimanali di Italiano nelle classi quinte, nell’anno dell’esame di maturità; e le criticità sui CPIA, i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti, a cui si assegna la possibilità di attivare percorsi tecnici di secondo livello senza fornire loro né laboratori né personale aggiuntivo. Sulla questione dei CPIA, la FLC CGIL ha denunciato un meccanismo che in apparenza amplia l’offerta formativa per gli adulti, ma nella sostanza lo fa a costo zero, scaricando sulle strutture esistenti — già sotto pressione — un’ulteriore funzione senza risorse.

Il quadro complessivo è quello di un organo consultivo che ha svolto il proprio compito istituzionale segnalando le incoerenze della riforma, ma che non ha avuto il potere — né, a quanto pare, la volontà — di bloccarla. Il parere del CSPI è rimasto lettera morta nella misura in cui il MIM ha proceduto senza modificare i punti più contestati.

Lo stato d’agitazione – A differenza di altre sigle sindacali che hanno concentrato la loro azione di protesta sulla difesa delle titolarità e sulla prevenzione dei soprannumerari, posizione che è tecnica e quindi avalla la filosofia di fondo della riforma dei tecnici, la FLC CGIL ha una posizione più ampia ed articolata, che entra nel merito dei cambiamenti, per questo ha chiesto rinvio immediato della riforma all’anno scolastico 2027/28, da ottenere mediante un emendamento al DL 19/2026. Non si tratta di una differenza di metodo, ma di una divergenza politica sostanziale. La FLC CGIL contesta non solo i tempi di attuazione, ma l’impianto complessivo di una riforma che non aggiunge risorse, riduce il tempo scuola, mortifica le discipline culturali di base e orienta la scuola verso una funzione di pre-avviamento al lavoro.

La questione più profonda è quella del carattere classista di questa riforma: la scuola tecnica ha storicamente svolto una funzione essenziale di mobilità sociale, ha offerto a figli e figlie di famiglie lavoratrici un percorso che coniugava cultura di base, saperi tecnici e possibilità di prosecuzione negli studi, non era il liceo, ma neppure il semplice avviamento professionale. La riforma in corso sposta l’attenzione verso il pre-avviamento al lavoro: anticipa i percorsi di alternanza al secondo anno, riduce le ore di italiano, lingua e scienze, introduce i «Patti educativi 4.0» che vincolano l’offerta formativa ai fabbisogni locali delle imprese. Lo dimostra l’incremento degli insegnanti tecnico-pratici (+1.104) a cui corrisponde il taglio di 1.680 docenti delle discipline curricolari.

Non è una ricomposizione: è una sostituzione ideologica.

Ridurre le competenze critico-riflessive per privilegiare le abilità tecnico-operative significa formare lavoratrici e lavoratori meno capaci di comprendere la propria condizione, di organizzarsi collettivamente, di partecipare alla vita democratica. Non è un effetto collaterale: è, in tutto coerentemente, l’esito di una politica scolastica che concepisce la scuola pubblica come un servizio per le imprese anziché come un diritto della persona.

La posta in gioco non è tecnica, perché riguarda il ruolo della Scuola nella nostra società democratica: strumento di emancipazione individuale e collettiva, o ingranaggio di una macchina produttiva che seleziona, orienta e avvia al lavoro secondo le necessità del mercato? Una riforma che riduce Scienze, Italiano e Geografia nei tecnici, che anticipa l’alternanza, che vincola i curricoli ai fabbisogni delle imprese locali, ha già risposto a quella domanda.


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