Dal 9 al 13 settembre Mantova ospiterà la trentesima edizione di Festivaletteratura, oltre trecento ospiti fra cui Niccolò Ammaniti, Emmanuel Carrère, Daniel Pennac, Lea Ypi e Irvine Welsh, cinque giorni interamente dedicati al libro in una città che, per usare le parole degli stessi organizzatori, rende possibile ogni anno “l’utopia felice” di vivere di sola letteratura.
È un buon punto di partenza per una domanda che vale per Mantova come per le decine di rassegne che affollano il calendario italiano da nord a sud: cosa sono, oggi, i festival letterari? Un presidio culturale necessario dopo anni di isolamento digitale, o una macchina di marketing editoriale travestita da festa popolare?
Dopo il Covid, il bisogno della piazza
Partiamo dai numeri. Festivaletteratura debuttò nel 1997 con 15mila presenze; crebbe ininterrottamente fino al picco dei quasi 123mila partecipanti del 2019, l’anno prima della pandemia. Poi il crollo forzato, e una risalita che oggi si è stabilizzata: 69mila presenze nel 2024 e altrettante nel 2025, un dato che il Comitato direttivo del Festival, per bocca di Alessandro Della Casa, ha definito esplicitamente l’obiettivo di consolidamento: non tornare ai numeri record del 2019, giudicati non più sostenibili per una città delle dimensioni di Mantova, ma assestarsi su una soglia gestibile. Dopo gli anni in cui la cultura si è consumata quasi solo attraverso uno schermo, il valore dell’incontro fisico con un autore, con un pubblico, in una piazza, è tornato centrale, ma i festival più maturi hanno anche imparato a diffidare della crescita come unico indicatore di salute.
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Vale la pena ricordare, per inciso, da dove nasca questo modello: Festivaletteratura si ispirò al festival gallese di Hay-on-Wye, dopo che nel 1995 la Regione Lombardia aveva incaricato un’agenzia inglese di consulenza sullo sviluppo urbano di suggerire, sentite le realtà locali, la creazione di una rassegna culturale a Mantova. Un festival letterario italiano nasce dunque, storicamente, come importazione di un modello anglosassone pensato per rivitalizzare una cittadina di provincia attraverso il turismo culturale: fin dall’origine, insomma, l’anima “utopica” e quella economico-turistica convivono nello stesso progetto, senza che l’una escluda l’altra.
Questo bisogno di presenza convive però con un paradosso italiano ben documentato. Secondo l’ultima rilevazione Istat, “I cittadini e il tempo libero”, il 57,1% delle persone di sei anni e più dichiara di aver letto almeno un libro nell’ultimo anno, quota in calo rispetto al 59,4% del 2015; i lettori “forti” — chi legge fra i tredici e i trenta libri l’anno — restano appena il 10% della popolazione, mentre oltre 23 milioni di persone non hanno letto nulla. L’Associazione Italiana Editori (AIE), con una metodologia più larga che include letture parziali, e-book e audiolibri, arriva invece a un più ottimistico 76% di “lettori” nel 2025: due fotografie diverse dello stesso Paese, a seconda di quanto si stringano le maglie della definizione.
In questo contesto, un festival che porta decine di migliaia di persone in cinque giorni a inseguire scrittori per le strade di una città di trentacinquemila abitanti non è un dettaglio marginale: è, probabilmente, l’unico momento dell’anno in cui la lettura torna a essere un’esperienza collettiva e visibile, invece che un gesto privato e sempre più raro.
Troppi eventi, poco “scientifico”? Ed è un problema?
I programmi dei grandi festival — Mantova non fa eccezione, con oltre trecento eventi in cinque giorni !!! — sono cresciuti fino a diventare kermesse dense, quasi ininterrotte, in cui il visitatore deve scegliere fra decine di appuntamenti sovrapposti, spesso votati più all’intrattenimento colto che all’approfondimento. È una critica che si sente spesso ed è in parte fondata: ma è una critica che rischia anche di fraintendere la natura stessa dell’oggetto “festival”. Cosa dovrebbero essere, questi eventi, se non “scientifici”? Non sono congressi accademici, non hanno mai avuto quella pretesa: lo stesso Festivaletteratura, fin dal primo volantino distribuito nel 1997, si definiva “manifestazione all’insegna del divertimento culturale”, rivendicando esplicitamente la parola “divertimento” come programma. Il problema non è dunque che i festival siano popolari invece che scientifici: è che, dietro la cornice del divertimento culturale, molti di questi appuntamenti sono diventati, sempre di più, il calendario promozionale dell’editoria in vista della stagione autunnale. Come nota chi segue da vicino il settore, le grandi case editrici fanno letteralmente a gara per presentare, proprio in questi giorni di inizio settembre, i libri e gli autori di punta dell’anno che comincia: in editoria, come a scuola, l’anno comincia a settembre.

Il mercato dietro le quinte: premi, editori, marchi che si dissolvono
Lo stesso meccanismo di mercato che alimenta i grandi festival regola, in modo ancora più esplicito, i premi letterari. Basti pensare alla contestazione pubblica sollevata quest’anno da uno dei giurati più autorevoli dello Strega, Emanuele Trevi, che si è “autosospeso” dalla giuria dichiarando a Repubblica:
“Non mi piace un premio in cui il candidato è stabilito dalle case editrici, che scelgono da sole i loro cavalli di battaglia, e in cui molti giurati sono stipendiati dagli stessi editori che poi gli chiedono il voto”.
Non è un caso isolato né una novità: Mondadori detiene il primato storico per numero di vittorie allo Strega e la dinamica si ripete, con proporzioni diverse, al Campiello. Il premio letterario, in questo senso, funziona meno come giudizio critico indipendente e più come ultimo passaggio di una filiera in cui le grandi sigle editoriali si spartiscono visibilità e vendite.
In questa filiera sempre più concentrata, i piccoli editori faticano a trovare spazio, e persino i marchi più prestigiosi finiscono assorbiti. Adelphi, fra le case editrici più autorevoli d’Italia, non è più indipendente da tempo: nel 2006 il 58% delle sue quote passò al gruppo RCS, che nel 2015 cedette la propria divisione libri a Mondadori; nel 2024 anche Feltrinelli è entrata nel capitale sociale, acquisendo il 10% dagli eredi del socio storico Francesco Pellizzi. Oggi, insomma, uno dei cataloghi più identitari dell’editoria italiana è distribuito fra più gruppi commerciali concorrenti, in un intreccio azionario che dieci anni fa sarebbe stato impensabile per una casa editrice nata, nel 1962, come progetto quasi artigianale di pochi soci. Non tutto è perduto: l’editoria indipendente italiana mantiene ancora, secondo le stime dell’Osservatorio degli editori indipendenti, circa il 30% della quota complessiva del mercato, e fiere come il Book Pride di Milano — 13mila visitatori in tre giorni nella sua ultima edizione — dimostrano che esiste un pubblico reale per chi resta fuori dai grandi gruppi. Ma è una resistenza, appunto, non più la norma.
Quale futuro per il libro, quale spazio per questi eventi mondani?
Le due domande, a questo punto, si tengono insieme. Il futuro del libro non si gioca tanto nei numeri assoluti dei lettori — che restano, dati Istat alla mano, stagnanti da un decennio — quanto nella capacità del sistema editoriale di continuare a produrre bibliodiversità in un mercato sempre più concentrato in poche mani. E lo spazio di questi eventi “mondani”, per usare la parola giusta, dipende dalla stessa domanda: un festival letterario vale quanto la sua capacità di offrire una vetrina anche a ciò che il mercato, lasciato a sé stesso, non promuoverebbe mai con lo stesso budget — la piccola editoria, la poesia, la traduzione, gli esordienti senza ufficio stampa alle spalle — e non soltanto quanto la sua capacità di richiamare folle attorno ai nomi già garantiti dai grandi gruppi. Un recente studio sull’impatto dei festival culturali, presentato a BookCity Milano, ne conferma la crescita economica, occupazionale e turistica: sono ormai un settore, non solo un’occasione culturale. Si tratta di un settore in crescita che non è automaticamente un settore sano, e la domanda su cosa resti, dopo l’ultimo brindisi e l’ultimo autografo, vale la pena continuare a porsela, ogni settembre, prima ancora di controllare quanti biglietti siano stati venduti.
Mantova, quest’anno, sceglie deliberatamente di non rincorrere il record: è forse il segnale più maturo che un festival possa dare di sé stesso, in un settore che negli ultimi anni ha imparato a diffidare della sola crescita come misura del proprio valore. Resta il nodo di fondo: finché i festival letterari continueranno a essere, insieme, presidio culturale necessario e calendario promozionale dell’industria editoriale, la domanda su quale delle due anime prevalga non potrà avere una risposta definitiva.
Vale però la pena continuare a farsela, una volta l’anno, prima di lasciarsi trascinare dall’entusiasmo della piazza.
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