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Dal 18 giugno, quasi mezzo milione di studenti affronterà il primo "Esame di Maturità" della Repubblica. Non un esame di Stato: una maturità. Il lessico conta, ci insegnano i semiotici. E quando il lessico arretra di un secolo, qualcosa merita di essere detto.

mondoscuola 7 minuti di lettura

Il 18 giugno 2026, alle ore 8:30, suonerà la campanella per 527.607 studenti chiamati ad affrontare la prima prova dell’esame conclusivo del secondo ciclo di istruzione, ovvero, per dirla con il ministro Giuseppe Valditara, dell’Esame di Maturità. Perché questa, in fondo, è la novità più emblematica del decreto-legge 127/2025 convertito in legge 164/2025: non un investimento straordinario, non una revisione curricolare organica, ma una ridenominazione, un colpo di pennello ideologico su una targa istituzionale. Piccola cosa. Eppure il diavolo si nasconde nei dettagli linguistici.

Il nome che torna dal ventennio – La denominazione “Esame di Maturità” non è una trovata originale: è esattamente il nome che questa prova ha portato a partire dal 1923, anno della Riforma Gentile, sotto il governo Mussolini. Quasi un secolo dopo, il ministro dell’Istruzione e del Merito decide che quel nome aveva qualcosa di irrinunciabile, e lo riporta in vita con decreto-legge.

La FLC CGIL, che su questo punto ha espresso con chiarezza la propria posizione in sede di audizione parlamentare, ha rilevato come il ritorno alla denominazione “esame di maturità” indebolisca la natura istituzionale e certificativa della prova, spostando la valutazione su aspetti prevalentemente qualitativi inerenti il livello di maturazione personale, invece che su una certificazione oggettiva e quantitativa delle conoscenze. Il rischio, in prospettiva, è quello di indebolire persino il valore legale del titolo di studio.

Nessuno sostiene che la parola “maturità” evochi automaticamente il regime , ma il fatto che quella denominazione sia nata in quel contesto, e che nessuno si sia preoccupato di motivarne il ripristino sul piano pedagogico o scientifico, dice qualcosa sull’orizzonte culturale entro cui si muove questa riforma. Come ha osservato sempre la FLC CGIL, la denominazione “esame di maturità” richiama al passaggio da un’età adolescenziale ad una più matura, con uno sguardo paternalistico a studentesse e studenti, più che alla certificazione di competenze acquisite. Non è una prova: è un rito di passaggio

Si legga in questo contesto anche l’analisi pubblicata su quanto scritto in un’altra occasione sulla cosiddetta “Riforma Gentile 2.0” applicata alle Indicazioni nazionali per i licei: il filo rosso tra quel progetto curricolare e questa ridenominazione è tutt’altro che casuale.

Cinque punti per misurare un essere umano – Il cuore della riforma sta nel colloquio orale. La nuova griglia di valutazione prevede quattro indicatori da cinque punti ciascuno, per un totale di venti punti. Uno di questi indicatori misura la “maturazione personale e la crescita dello studente nel corso del percorso scolastico”.
Cinque punti, assegnati da una commissione in parte esterna, composta da persone che vedono quell’adolescente per la prima volta in vita loro, lo osservano per venti o trenta minuti, e sono chiamate a quantificare la sua crescita come persona nel corso di cinque anni. È difficile non rimanere colpiti dall’ambizione del progetto: Sigmund Freud impiegava anni per delineare la struttura psichica di un paziente; Erik Erikson ha dedicato l’intera vita a teorizzare le fasi dello sviluppo dell’identità. La commissione di maturità ha trenta minuti e una griglia a crocette.

Non si tratta di mettere in discussione la professionalità dei commissari, molti dei quali, è bene ricordarlo, svolgono questo lavoro con dedizione genuina. Si tratta di interrogarsi sulla sensatezza epistemologica di pretendere che una commissione in parte esterna possa valutare in modo attendibile la “maturazione personale” di uno studente in un colloquio di prima conoscenza. È una bandierina ideologica, quella della suggestione retorica della “persona nella sua interezza”, vestita da indicatore di valutazione. Il simbolismo del nome, ancora una volta, prevale sulla sostanza della misura.

Quattro materie: l’addio all’interdisciplinarità – La seconda grande novità dell’orale è la riduzione delle discipline a quattro materie sorteggiate, con il divieto esplicito per i commissari di sconfinare al di fuori di esse. Il ministro è stato limpido: i commissari, anche se abilitati in più discipline, devono attenersi a quella per cui sono stati convocati. Niente domande fuori dal perimetro assegnato. L’interdisciplinarità rimane possibile, ma cambia radicalmente natura: non è più strutturalmente richiesta, diventa un “valore aggiunto” che lo studente può scegliere liberamente di proporre. In altre parole, chi sa collegare Leopardi con l’evoluzionismo darwiniano, o la crisi del ’29 con le dinamiche dell’economia comportamentale, potrà farlo, ma non sarà la commissione a sollecitarlo, perché la commissione non potrà nemmeno aprire quella porta.
Il risultato è un esame che premia la profondità nozionistica in quattro compartimenti disciplinari, e affida l’approccio sistemico alla buona volontà — e alla preparazione autonoma — dei candidati. Non è un caso che la FLC CGIL abbia definito questa impostazione un ritorno al passato con un rafforzamento della separatezza dei percorsi: esattamente la logica contraria a quella che la pedagogia contemporanea indica come necessaria per formare cittadini capaci di leggere la complessità del mondo.
Valditara dice che le domande “non saranno nozionistiche”, ma se le domande sono vincolate a quattro discipline e i commissari non possono esondare, il contenitore è per definizione nozionistico, qualunque sia il lessico con cui lo si descrive.

I commissari del 2007 nel 2026 – C’è infine una questione che, nient’affatto secondaria, fotografa con crudezza lo stato di considerazione in cui il Governo tiene il lavoro degli insegnanti: i compensi dei commissari d’esame.
La riforma ha ridotto il numero dei componenti per commissione da sette a cinque — una scelta dettata, come ha confermato anche un ordine del giorno accolto dal Senato nell’ottobre 2025, esclusivamente da ragioni di contenimento della spesa pubblica. I fondi risparmiati dovrebbero essere in parte reinvestiti in formazione, ma i compensi per i commissari restano fermi al 2007. Quasi vent’anni di inflazione, di aumento del costo della vita, di precarietà strutturale nella scuola pubblica: i tabelle retributive dei commissari d’esame sembrano impermeabili al tempo che passa.

Per dare una misura concreta: un presidente di commissione che nel 1999 percepiva circa 1.368 euro lordi (tra funzione e trasferta), oggi ne percepisce 1.249. Non è un errore tipografico: i compensi reali sono diminuiti, erosi da un’inflazione che le tabelle ministeriali hanno ignorato per quasi un quarto di secolo. L’adeguamento promesso verbalmente dal ministro — “contiamo di pagare di più i commissari” — non si è tradotto in norma.
Si investe in formazione aggiuntiva per professionisti che valutano ogni giorno: tre milioni di euro nel 2026, undici dal 2027, ma sugli stipendi degli stessi professionisti, adeguatamente “formati”, silenzio.

È una contraddizione che merita di essere nominata: si chiede ai docenti di certificare la “maturità” degli studenti italiani, si costruisce un apparato retorico sull’importanza di questa prova, e poi li si paga con tariffe da Prodi II. Forse anche per i commissari varrebbe la pena parlare di “maturità”, quella delle politiche salariali.

Il nome non fa la cosa – L’esame che inizia il 18 giugno non è migliore né peggiore del precedente per il solo fatto di chiamarsi “Maturità”. Non misura davvero la crescita personale degli studenti per il fatto di averle assegnato cinque punti. Non supera il nozionismo per il fatto di vietare formalmente le domande disciplinari fuori perimetro.

Quel che rimane, al netto della ridefinizione lessicale, è un esame che:

– porta un nome scelto per ragioni ideologiche più che pedagogiche;
– affida la valutazione della “persona” a commissari che vedono per la prima volta quella persona;
– vincola l’orale a quattro materie lasciando l’interdisciplinarità alla buona volontà dei candidati;
– remunera i commissari come se vivessimo ancora nell’era Prodi.

Buona maturità a tutti gli studenti che, davvero, meritano di meglio.


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