Quante versioni di Robin Hood servono ancora, prima che il mito smetta di avere qualcosa da dire? “Robin Hood – Il prezzo del sangue” (titolo originale “The Death of Robin Hood”), diretto da Michael Sarnoski e uscito in Italia il 12 agosto, prova a rispondere scegliendo la strada più ovvia per ogni rifacimento contemporaneo di un mito esausto: rovesciarlo. Niente più compagni allegri in calzamaglia, niente più acrobazie col bastone contro lo sceriffo di Nottingham. Al centro c’è un Robin Hood anziano, sfigurato, sfinito da una vita di sangue, che scopre, mentre muore, quanto la leggenda costruita sul suo nome sia distante dalla persona che è stato davvero.
Non è, sia chiaro, il primo tentativo di rileggere Robin Hood in chiave adulta. Dal Robin Hood spensierato di Errol Flynn nel 1938 fino alla versione action di Kevin Costner nel 1991, passando per il tentativo storicista e cupo di Ridley Scott con Russell Crowe nel 2010, che già puntava su un’ambientazione grigia e una caratterizzazione più politica del personaggio: il fuorilegge di Sherwood viene reinventato praticamente a ogni generazione. Ciò che distingue questa versione, almeno nelle intenzioni dichiarate, è la radicalità della decostruzione: non un Robin Hood più realistico, ma un Robin Hood che smentisce apertamente il proprio mito, mostrato nel momento della sua fine fisica e morale, non nel pieno della propria gloria.
La trama, in breve
Sarnoski, già regista di “Pig” e “A Quiet Place: Day One”, ambienta la storia in un’Inghilterra medievale fredda, fangosa, priva di qualunque patina avventurosa. Robin Hood (Hugh Jackman), ridotto quasi irriconoscibile da una lunga capigliatura grigia, una barba incolta e un volto solcato da cicatrici, viene gravemente ferito in quella che crede sia la sua ultima battaglia. A salvarlo è suor Brigid (Jodie Comer), una misteriosa priora a capo di una comunità ai margini del mondo, che lo costringe a fare i conti con i fantasmi del proprio passato. Al suo fianco, un Little John interpretato da Bill Skarsgård, reso quasi irriconoscibile quanto lo stesso Jackman, porta nel racconto un contrappunto fisico e silenzioso, mentre nel cast figurano anche Jade Croot, Murray Bartlett e Noah Jupe, in un ensemble che punta più sulla caratterizzazione dimessa e realistica che sul carisma da blockbuster. “Ho ucciso così tante persone che ho perso il conto”, confessa lui stesso a un certo punto — una frase che riassume meglio di qualunque sinossi il tono dell’operazione. Il film, va detto, non nasce dal nulla: attinge in parte a un poema secentesco sulla morte di Robin Hood, tornando a una fonte più antica e più cupa di quella hollywoodiana a cui siamo abituati.
L’eroe rovesciato: lo stesso movimento dell’Odissea
C’è un filo che lega questo film a un’altra operazione di cui scrivevo qualche settimana fa, “Nolan ha già vinto: quello che l’Odissea (e la sua polemica) ci dicono sul diritto di riscrivere i classici”: anche qui l’eroe non viene celebrato, ma rovesciato, illuminato non dalle sue imprese ma dalle sue fragilità. Non è un caso isolato: sembra essere diventata la cifra stilistica obbligata di ogni epica rivisitata in questi anni, che si tratti di un semidio omerico o di un fuorilegge di Sherwood. L’eroe classico, granitico e sicuro di sé, viene sostituito da un uomo esausto, sfigurato, roso dal rimorso e la sua forza narrativa sta proprio nello scarto fra il mito che tutti conosciamo e la persona reduce e ferita che scopriamo dietro di esso. È un movimento culturale comprensibile, in un’epoca sospettosa verso ogni retorica eroica non problematizzata, e figlio anche di una generazione di attori, Jackman come Russell Crowe prima di lui, che a un certo punto della carriera cerca proprio in questi ruoli crepuscolari una nuova statura drammatica, lontana dai personaggi più leggeri che li hanno resi celebri. Ma vale la pena domandarsi se, ripetuto film dopo film, questo movimento non stia già diventando esso stesso una formula prevedibile quanto quella che pretende di sovvertire: la fragilità come nuovo eroismo rischia, replicata all’infinito, di trasformarsi in un cliché tanto rigido quanto l’epica trionfalistica a cui reagiva in origine.
Fra splatter e mistica
Il tratto più interessante del film, però, è un altro, ed è squisitamente di tono. Sarnoski costruisce la prima parte come un action-thriller d’epoca durissimo, quasi splatter: scontri corpo a corpo con effetti pratici, sangue vero, un’estetica sporca e priva di ogni idealizzazione, la Britannia devastata da guerre e debiti di sangue indissolubili, per usare le parole della sinossi ufficiale. Ma nella seconda parte il registro cambia bruscamente: la comunità di suor Brigid introduce una dimensione quasi mistica, fatta di confessione, espiazione, un bilancio dell’anima che assomiglia più a un dramma da camera spirituale che al thriller violento visto poco prima. La macchina da presa rallenta, i dialoghi si fanno più contemplativi, la violenza lascia spazio a lunghe sequenze di introspezione quasi liturgica dentro le mura della comunità religiosa.
Sono due film diversi cuciti insieme e la cucitura si vede: quando Sarnoski deve scegliere se restare fedele alla brutalità storica che ha costruito con tanta cura nella prima ora, o abbandonarsi alla catarsi redentiva della seconda, il film sembra non decidersi mai fino in fondo, oscillando fra i due registri senza fonderli davvero in un’unica visione coerente. Non è un particolare da poco: un film che vuole smontare un mito deve avere qualcosa di preciso da mettere al suo posto e qui la proposta oscilla fra due risposte diverse e non pienamente conciliate, da una parte l’uomo ridotto a puro corpo violento, dall’altra l’uomo redento dalla confessione. Ma il film non sceglie mai apertamente quale delle due sia la verità più profonda del proprio protagonista.
Jackman, la fotografia, e il dubbio di fondo
Sul piano della resa tecnica e attoriale, non ci sono molte riserve da muovere. Hugh Jackman offre una prova fisicamente e vocalmente estrema che testimonia un impegno raro anche per un attore del suo calibro: ha raccontato di essersi documentato a lungo sui libri storici sul personaggio prima delle riprese. La fotografia di Pat Scola restituisce con grande efficacia il freddo e la nebbia di questa Inghilterra spogliata di ogni fascino da cartolina: ambientazioni fangose, luce livida, un realismo visivo che è probabilmente la componente più riuscita dell’intera operazione.
Resta però il dubbio di fondo che dà il titolo a questo pezzo: tutta questa cura formale (la fotografia, la trasformazione fisica di Jackman, l’ambizione di riscrivere il mito dalle fondamenta) costruisce davvero un senso complessivo, o resta un esercizio di stile applicato a un materiale che non regge fino in fondo il peso della propria ambizione?
La critica italiana si è divisa esattamente su questo punto: c’è chi ha scritto di un film “cupo, violento e profondamente realista” capace di sfidare “le visioni a cui siamo più affezionati”, sottolineando la riflessione sulla necessità umana di costruire miti positivi a prescindere dalla realtà storica; e chi invece ha segnalato come il tono fortemente nichilista e la narrazione “rarefatta e contemplativa” rischino di respingere il pubblico generalista senza offrire, in cambio, una vera scoperta tematica. Il responso del pubblico italiano, va detto, è stato piuttosto tiepido: un punteggio medio critica-pubblico fermo poco sopra la sufficienza e un incasso al botteghino tutt’altro che clamoroso, segno che la scommessa di unire decostruzione autoriale e action medievale non ha del tutto convinto neppure chi si aspettava, forse, qualcosa di più vicino al puro intrattenimento.
“Robin Hood – Il prezzo del sangue” fa esattamente quello che promette di fare: rovescia il mito, mostra la carne e le cicatrici dietro la leggenda, rifiuta ogni nostalgia da cappa e spada. È un’operazione onesta, sorretta da un cast impegnato e da una fotografia di prim’ordine. Ma risulta in parte carente.
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