Di fronte all'aumento di episodi di disagio nelle scuole, le uniche risposte che dà questo governo sono punitive: così il male si archivia, non si risolve.

mondoscuola 7 minuti di lettura

Facciamo un rapido riepilogo. Il 25 marzo 2026, davanti all’istituto comprensivo di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, una professoressa di 57 anni viene accoltellata da un suo alunno tredicenne, che si era presentato con un coltello, una pistola scacciacani nello zaino, un pantalone militare e una maglietta con la scritta “Vendetta”. Il ragazzo aveva filmato l’aggressione in diretta su Telegram.

A maggio, un gruppo di ragazzi a Parma circonda due docenti, colpendoli con calci, pugni e bastonate, mentre altri studenti ridono e filmano la scena con il cellulare. Uno dei professori viene spinto a terra e colpito alla schiena. I tre aggressori hanno rispettivamente 17, 16 e 15 anni.

E siamo a ieri: a San Vito Lo Capo, in provincia di Trapani, un alunno di 11 anni entra a scuola armato di due coltelli, tenta di aggredire il suo professore davanti ai compagni di classe. L’undicenne indossa un casco integrale per non farsi riconoscere, poi riprende la scena con il cellulare e trasmette in diretta il video in un gruppo Telegram. Ha undici anni.
C’è qualcosa che non torna — e non è il comportamento dello studente.

La risposta del Ministro: più manette, meno pensiero – Prevedibile la reazione del ministro Valditara che è intervenuto con il consueto arsenale retorico: “è arrivato il momento di dire basta alle giustificazioni” e “la colpa è innanzitutto di chi aggredisce e usa violenza: deve rispondere dei propri fatti”. Ha annunciato, tra le altre cose, il rafforzamento delle sanzioni contro chi aggredisce i docenti e la previsione dell’arresto in flagranza. Come soluzione all’11enne con il casco da moto: l’arresto in flagranza. Impeccabile.

Valditara ha anche esibito le sue statistiche, con un certo orgoglio: nel 2023-2024 le aggressioni al personale scolastico erano 72, quest’anno sono scese a 51. Peccato che in questo conteggio non figuri la qualità delle aggressioni, per cui il fatto che un 13enne con un pugnale che manca l’aorta di un millimetro è statisticamente equivalente a un “episodio”. Il ministero dell’eccellenza statistica.

Per fortuna i docenti sono diversi dal Ministro: uno dei docenti aggrediti a Parma ha avuto il coraggio di dire pubblicamente ciò che molti pensano: ha definito le parole del ministro quelle di “una persona incompetente”, contestando in particolare alcune posizioni sull’umiliazione degli studenti come strumento educativo. Tra l’altro, quel professore ha scelto di non denunciare i ragazzi che lo avevano aggredito. Ha spiegato di non considerare la querela di parte un atto educativo: “Uno Stato deve sapere quando agire, non deve delegare i cittadini.” Chi ha più lucidità pedagogica, in questa storia, non è chi siede al Ministero.


Il disagio non si arresta con le manette– La risposta repressiva è, tecnicamente, un approccio che Foucault avrebbe riconosciuto (e condannato) a prima vista: in Sorvegliare e punire (1975), il filosofo francese mostrava come la penalità moderna non elimini la devianza ma la produca, la sposta, la cataloga. L’istituzione disciplinare — la prigione, ma anche la scuola — non nasce per correggere i comportamenti devianti ma per governarli, distribuirli, renderli gestibili. Più pene, più sorveglianza, più registrazione del trasgressore: non è una soluzione al disagio, è la sua amministrazione burocratica. Trasformare un 13enne che esplode in un fascicolo penale non cura nulla. Lo archivia.

La FLC CGIL lo ha detto con chiarezza: secondo Gianna Fracassi, segretaria generale della federazione, le misure introdotte negli ultimi anni, basate sull’inasprimento delle sanzioni e sull’introduzione di nuovi reati, non hanno prodotto risultati efficaci, perché non intervengono sulle cause profonde del disagio giovanile. Per la sindacalista il disagio che attraversa una parte del mondo giovanile richiede risposte strutturate, integrate e continuative.

Dietro questi episodi si nasconde un disagio sociale ed educativo sempre più evidente, aggravato dall’impoverimento culturale, dalla marginalità, dalla solitudine relazionale e dalla progressiva riduzione degli spazi di aggregazione pubblici. La scuola resta uno dei pochi presìdi educativi, ma viene lasciata sempre più sola, anche a causa dei tagli e dei disinvestimenti. (così anche la FLC dell’Emilia Romagna su Collettiva)

“Non siamo capolavori”: il disagio ha un nome – Marco Rovelli, scrittore, musicista e insegnante di Filosofia e Storia, ha pubblicato nel 2025 Non siamo capolavori. Il disagio e il dissenso degli adolescenti (Laterza). È un libro che dovrebbe essere letto da chiunque parli di violenza giovanile in televisione senza averci mai passato un’ora in classe con un adolescente in crisi. Nelle nostre scuole, insegnanti e operatori terapeutici si confrontano quotidianamente con un disagio adolescenziale diffusissimo e in continua espansione: questo malessere prende le forme più diverse (ansia, attacchi di panico, disturbi del comportamento alimentare, ritiro sociale, autolesionismo, personalità borderline, abuso di sostanze.

Il punto cruciale del libro è questo: le parole con le quali i ragazzi raccontano il loro disagio mettono in evidenza l’ansia di fallire in un contesto genitoriale, scolastico e sociale che li vuole performativi, capaci, risolti, vincenti. Il coltello di Trescore, i pugni di Parma, la diretta Telegram di San Vito Lo Capo non sono eccezioni mostruose al tessuto sociale, sono le sue crepe più visibili, quelle di una società che produce adolescenti che esplodono. Per questo sarebbe meglio, prima di minacciare e alzare le pene, interrogarsi.


La professione docente svilita ed abbandonata – C’è una terza storia in questo disastro, meno spettacolare ma più strutturale: quella degli insegnanti, messi in prima linea senza equipaggiamento adeguato e con salari da terzo mondo dell’istruzione europea.

Il rapporto OCSE “Education at a Glance 2025” conferma che i docenti della scuola italiana sono tra i meno pagati d’Europa: lo stipendio degli insegnanti italiani è inferiore del 15% (9.800 dollari) rispetto alla media europea. L’Italia si conferma il Paese che paga peggio i suoi docenti rispetto a Germania, Francia e Spagna, con gli insegnanti di scuola primaria che nel 2024 hanno visto calare i loro salari reali del 4,4%. E un insegnante italiano con 15 anni di esperienza guadagna appena l’85% rispetto a un coetaneo con titolo terziario impiegato in altri settori.

Chiediamo a queste persone di gestire adolescenti in crisi profonda, con famiglie assenti o sopraffatte, senza psicologi strutturali, senza educatori di sostegno sufficienti, in classi sovraffollate, firmando registro elettronico, compilando PTOF e PEI — e li paghiamo meno di un impiegato ministeriale.
Da anni la FLC CGIL denuncia queste mancanze, perché oggi servono organici adeguate, stipendi adeguati e meno burocrazia (perché l’eccesso di adempimenti sottrae tempo alla relazione educativa), nonché una rete sociale di supporto.

Il contratto 2022-2024, firmato a novembre 2025 da quasi tutti i sindacati tranne la FLC CGIL, ha introdotto aumenti attesi da anni, ma le retribuzioni restano sensibilmente inferiori rispetto a quelle di molti Paesi comparabili per economia e costo della vita: per questo la FLC CGIL non ha firmato, perché le risorse erano insufficienti, perché la qualità e la professionalità merita di essere adeguatamente riconosciute. Scelta coerente, scomoda, silenziata.


Che fare? – La scuola non è un presidio di sicurezza pubblica, non è un distaccamento della polizia con cattedre: è -o dovrebbe essere — uno spazio di costruzione di soggettività. Ma per farlo occorre che la società la smetta di scaricare sulla scuola il proprio fallimento relazionale, poi scandalizzarsi quando la scuola non regge il peso.

Servono spazi pubblici per i giovani — che non siano il centro commerciale o il gruppo Telegram. Servono docenti pagati, riconosciuti, non lasciati soli a gestire situazioni che richiederebbero équipe multidisciplinari. Servono investimenti nella scuola pubblica, nei servizi territoriali, nei luoghi di socialità e nelle politiche rivolte alle giovani generazioni.
Servono anche psicologi ed educatori, non nelle scuole, ma nella società.

E serve, soprattutto, quella cosa che la politica attuale sembra trovare intollerabile, la capacità di ascoltare e di dialogare. Non punire, non sorvegliare, non registrare. Ascoltare.
Come ricorda Rovelli, di fronte al disagio adolescenziale, ascoltarli è necessario se vogliamo provare a dare un senso alla loro sofferenza. Un governo che risponde ad un disagio soltanto minacciando l’arresto in flagranza per i minori non ha ascoltato nulla. Ha solo trovato un modo nuovo per non farlo.


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