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Valditara, Galli della Loggia, Perla: tre nomi, un solo progetto. Ovvero: come riformare la scuola guardando nello specchietto retrovisore.

mondoscuola 11 minuti di lettura

La bozza delle nuove Indicazioni nazionali per i licei è comparsa sul sito del MIM il 22 aprile 2026, con la tempistica di chi sa di avere il vento in poppa e il Parlamento in tasca. Elaborata dalla Commissione presieduta dalla pedagogista Loredana Perla — la stessa che aveva già firmato le Indicazioni per il primo ciclo, entrate in vigore con il DM 221/2025 — il documento chiude un cerchio che il ministro Valditara aveva aperto mesi fa, quando aveva già anticipato ai giornali la linea: Italia, Europa, Occidente. In quest’ordine. E guai a chi fa domande.

La consultazione pubblica è aperta fino al 31 maggio 2026. Ma come segnala puntualmente la FLC CGIL, il questionario ministeriale è costruito in modo che le risposte possibili siano tutte varianti di “sì, ottimo lavoro”: un questionario a risposta multipla in cui le opzioni sono formulate per ratificare scelte già prese. Chi volesse dissentire ha a disposizione la sola opzione del silenzio. Una consultazione “blindata”, per usare il termine del sindacato. Democratica quanto un referendum a partito unico.

La fabbrica dell’identità (ma quale identità?) – Il documento si apre con una “Premessa culturale” che avrebbe il sapore di un manifesto, se non fosse che i manifesti di solito hanno una tesi da difendere. Qui invece si afferma che il liceo deve formare studenti consapevoli della propria identità culturale italiana. Peccato che nessuno spieghi cosa si intende.

L’Italia è un paese che ha unificato i propri territori nel 1861, con una lingua che per secoli è stata parlata da una minoranza colta mentre il resto della popolazione usava dialetti reciprocamente incomprensibili. È un paese che ha avuto il fascismo, la lotta partigiana, il boom economico, le migrazioni interne dal Sud al Nord, poi quelle esterne. Che identità culturale stiamo tutelando, esattamente? Quella di Dante o quella di Totò? Quella del rinascimento fiorentino o quella delle industrie di Sesto San Giovanni? Quella dei marinai di Genova o quella dei pastori della Barbagia?

La risposta del documento è implicita: quella della tradizione umanistica europea, con l’Italia come baricentro e Roma come mito fondativo. Il resto è folklore.

Questa vaghezza sull’identità non è un difetto del testo: è la sua funzione. “Identità culturale” è un significante vuoto abbastanza capiente da contenere qualsiasi ideologia, purché venga riempito dal ministero giusto nel momento giusto.

Galli della Loggia e la storia che non vuole guardarsi allo specchio – La sezione più controversa del documento — e la più rivelatrice — è quella relativa all’insegnamento della storia, firmata dal gruppo guidato da Ernesto Galli della Loggia, lo stesso che aveva scritto la parte storica delle Indicazioni per il primo ciclo. La continuità non è casuale: si tratta di un progetto culturale coerente, non di una semplice revisione curricolare.

L’incipit della sezione storia ha ormai raggiunto lo statuto di frase celebre: “Solo l’Occidente conosce la storia”. Quando la critica è esplosa — e dodici Società scientifiche di storia si sono espresse contro — Galli della Loggia ha risposto dal Corriere della Sera accusando i detrattori di “denigrazione” anziché di discussione nel merito. Poi ha aggiunto che in Italia “l’odio per l’avversario” prevale sul rispetto della verità. Difendere l’eurocentrismo accusando gli altri di partigianeria: è un classico.

La parte storica è pervasa da una vena polemica incongrua in un testo che dovrebbe essere pianamente enunciativo: gli autori lamentano che alla “storia cosiddetta politica” sia venuto in uso da tempo mostrare sufficienza. Come se la storiografia degli ultimi cinquant’anni — la Scuola des Annales, la storia sociale, quella di genere, la storia globale — fosse un capriccio modaiolo da correggere con un po’ di sana narrativa nazionale.

Il colonialismo italiano? Sullo sfondo. Le decolonizzazioni? “Sconfitte dell’Occidente”. L’Algeria e il Vietnam non sono luoghi di resistenza ma teatri di sconfitta militare. L’anticolonialismo come prospettiva critica è semplicemente assente. La cultura occidentale, sostiene Galli della Loggia, “è stata in grado di farsi intellettualmente padrona del mondo, di conoscerlo, di conquistarlo per secoli e di modellarlo”. Almeno è onesto.

Si legge in Scuola7 che in un editoriale sul Corriere della Sera del 3 gennaio 2026 lo stesso Galli della Loggia aveva scritto che “solo un patriottismo europeo fondato sulla consapevolezza della propria comune identità storica può oggi dare all’Unione volontà e capacità”.

Filosofia senza Spinoza: la curatela ideologica – L’altro caso che ha fatto rumore riguarda la filosofia. Le Indicazioni nazionali per i licei propongono elenchi di autori “esemplificativi e non vincolanti”. Il problema è che quando si decide chi includere e chi escludere, la non-vincolatività è una finzione: ogni lista orienta, ogni esclusione segnala.

Dalla lista mancano Spinoza, Leibniz, Marx, Schelling e Gramsci. Oltre sessanta professori universitari — tra cui Massimo Cacciari— hanno firmato una petizione definendo le scelte del ministero una “polpetta avvelenata” e accusando i redattori di “dilettantismo” e “temeraria esclusione” di “giganti della filosofia razionalista e materialista e, più in generale, del pensiero critico”.

La risposta di Loredana Perla è stata che Marx rientra nello studio dello “hegelismo” e Spinoza nel “razionalismo”, cioè sono lì, ma come accessori di qualcun altro. Marx come appendice di Hegel. Spinoza come nota a piè di pagina del razionalismo. Gramsci, al solito, non pervenuto.

Nulla di sorprendente. Il pensiero critico, quello materialistico in particolare, crea fastidio a chi vuole una scuola che formi studenti “consapevoli della propria identità” e, si sa, identità e critica difficilmente convivono: la prima consolida, la seconda mette in discussione. La commissione ha scelto per la prima possibilità.

La continuità col primo ciclo: un progetto, non una coincidenza – Le nuove Indicazioni per i licei sono la prosecuzione coerente di quelle per il primo ciclo, entrate in vigore dall’anno scolastico 2026/2027. La stessa commissione, la stessa coordinatrice, lo stesso impianto culturale: il DM 221 del 9 dicembre 2025 — quello del primo ciclo — ridefinisce “l’impianto del curricolo, le priorità, il lessico e le cornici metodologiche” (Erickson nella sua analisi).
Lessico e cornici metodologiche, appunto: non solo contenuti.

Le affinità tra i due documenti sono strutturali:

  • Centralità della narrazione rispetto all’analisi critica. La storia come “grande racconto”, per usare le parole di Valditara, non come laboratorio storiografico.
  • Primato della lingua italiana come bene culturale identitario, con la letteratura come “strumento di comprensione di sé e delle proprie radici”.
  • Visione eurocentrica del sapere, con il resto del mondo che entra nel curriculum come conseguenza dell’espansione occidentale.
  • Impianto assertivo e difficilmente emendabile, come denuncia la FLC CGIL per entrambi i cicli. Nei due casi il questionario di consultazione è stato costruito per raccogliere consenso, non dissenso.
  • Introduzione dell’intelligenza artificiale come elemento trasversale, presentata con la retorica della doxa/epistéme — distinzione platonica arruolata nell’era degli algoritmi — senza un percorso progressivo credibile.

La differenza è che per i licei c’è l’aggiunta di Galli della Loggia a sovrintendere alla storia, il che eleva l’operazione da revisione curricolare a dichiarazione d’intenti culturale. L’eurocentrismo nel primo ciclo era implicito; per i licei è esplicito, rivendicato, difeso sul Corriere della Sera.


La maturità-maturità e il ritorno dell’autorità – Il quadro si completa con la riforma dell’esame di Stato, che torna a chiamarsi con l’antico nome — “esame di maturità” — grazie al decreto-legge 127/2025. Nella comunicazione ministeriale, questa non è una questione nominalistica: è un messaggio culturale. La “maturità” ha una sua aura quasi sacrale; l'”esame di Stato” suonava troppo istituzionale, troppo repubblicano, troppo asettico.

Il colloquio orale è ora ristretto a quattro discipline, individuate annualmente dal ministero, tralasciando i “collegamenti interdisciplinari forzati” che tanto irritavano Valditara. Peccato che quei collegamenti forzati — trovare relazioni tra saperi diversi a partire da uno stimolo imprevisto — fossero esattamente uno degli esercizi cognitivi più utili che la scuola potesse proporre. Ma non era questo l’obiettivo.

La novità più eloquente? chi si rifiuta di rispondere all’orale viene bocciato, anche se ha già raggiunto il punteggio minimo con gli scritti. Una misura introdotta come risposta alle “scene mute di protesta” dell’estate 2025. Perché la disciplina prima di tutto, e l’obbedienza come prerequisito della valutazione.


I tecnici: quando il futuro si taglia con il bisturi – Mentre si ridisegnano i licei, il ministero ha già “riformato” gli istituti tecnici con il DM 29/2026. Firmato il 19 febbraio 2026, quando le iscrizioni alle classi prime erano già chiuse da settimane, per cui prima si chiudono le liste, poi si cambia la scuola: una prassi che dice tutto sul rispetto che questo governo nutre per le comunità scolastiche.

La FLC CGIL ha definito la riforma un provvedimento che “riduce il tempo scuola, mortifica il valore delle discipline, produce tagli alle cattedre e diminuisce la qualità dell’offerta formativa”. La segretaria generale Gianna Fracassi ha parlato di “scelta politica precisa: subordinare l’istruzione alle esigenze delle imprese, indebolendo il valore nazionale del titolo di studio”. Lo sciopero del 7 maggio ha riempito cinquanta piazze in tutto il paese.

Il contrasto con i licei è illuminante: i licei ricevono una riforma culturalmente ambiziosa (in senso conservatore), con 130 esperti in commissione, una premessa filosofica e citazioni da Erodoto a Gramsci (beh, quasi). I tecnici ricevono tagli orari, confusione sulle classi di concorso e un decreto firmato fuori tempo massimo. Due scuole per due popoli, come ai tempi di Gentile. La differenza è che Gentile almeno lo dichiarava esplicitamente.


La Commissione Perla: 130 esperti, zero insegnanti (quasi) – L’aspetto metodologico più rivelatore è la composizione della commissione e il modo in cui è stata condotta la consultazione. La FLC CGIL nell’audizione dell’11 maggio 2026 ha denunciato “la totale assenza di un confronto preventivo e l’esclusione dei docenti che negli ultimi quindici anni hanno applicato le Indicazioni vigenti sul campo”.

La commissione conta oltre 130 esperti, prevalentemente accademici, fra i quali non compare chi insegna ogni giorno, chi sa cosa significa portare la geostoria in una terza di un istituto di periferia, chi conosce i tempi reali dell’apprendimento. Sono stati convocati, invece, storici con opinioni già note (Galli della Loggia), pedagogisti già in linea con l’indirizzo politico, disciplinaristi scelti per ratificare, non per discutere.

Riforma Gentile 2.0: perché questo paragone regge – Giovanni Gentile, ministro dell’Istruzione del governo Mussolini, varò nel 1923 una riforma che costruiva una gerarchia esplicita tra gli indirizzi di studio: in cima il liceo classico, crogiolo della cultura nazionale; in basso gli istituti tecnici e professionali, per chi non era destinato alla guida del paese. La cultura come selezione, l’identità nazionale come collante ideologico, la storia come narrazione edificante.

Ovviamente il paragone ha limiti: non siamo nel 1923, non c’è una dittatura, Valditara non è Gentile e il fascismo non è il centrodestra italiano del 2026. Però …

Però c’è una commissione che ridisegna l’intero curricolo verticale — dal nido ai licei, idealmente — attorno all’asse Italia-Europa-Occidente, con la storia che diventa “grande narrazione” priva di “sovrastrutture ideologiche” (che è il modo in cui l’ideologia si presenta quando non vuole essere riconosciuta come tale).; c’è una gerarchia implicita tra licei culturalmente valorizzati e tecnici economicamente ridimensionati.; c’è una filosofia depurata dei suoi filoni materialisti e critici. C’è una consultazione che non consulta.

Come segnalano le riviste specializzate — da Insegnare del CIDI a La Ricerca di Loescher — il problema non è questo o quel contenuto specifico, ma l’intero impianto. È la logica con cui si decide cosa merita di essere trasmesso e cosa no, chi ha diritto alla cultura critica e chi deve accontentarsi della narrazione identitaria.

Cosa resta da fare – La consultazione pubblica si chiude il 31 maggio 2026. La FLC CGIL ha lanciato un questionario alternativo per raccogliere le valutazioni reali dei docenti del secondo ciclo, quelle che il questionario ministeriale non può raccogliere per come è costruito.

Vale la pena compilarlo.
Vale la pena leggere le analisi disciplinari che la rivista Insegnare sta raccogliendo settimana dopo settimana.
Vale la pena seguire la mobilitazione sui tecnici che la FLC CGIL porta avanti con determinazione.

Non perché ci sia la certezza di cambiare qualcosa — il documento sembra, appunto, “blindato” — ma perché il dissenso documentato è materiale politico per il futuro. Le riforme scolastiche durano finché durano i governi che le producono. O almeno è quello che ci diciamo per andare avanti.


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