Vannacci rilancia classi differenziali e naja a scuola, Valditara a Rimini parla di "scuola della segregazione". Due registri, la stessa nostalgia per una scuola che separa invece di includere.

mondoscuola 6 minuti di lettura

Nel giro di due giorni, il 24 e il 25 agosto, la scuola italiana ha ricevuto due proposte di visione che vale la pena leggere insieme, non separatamente. Il 24 agosto Roberto Vannacci ha pubblicato le prime due parti del programma del suo partito, Futuro Nazionale, un faldone di oltre cento pagine con un intero capitolo dedicato a scuola, giovani e famiglie.

Il giorno dopo, al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha tenuto un intervento dal titolo “Il coraggio di educare. Ricostruire l’alleanza tra scuola e famiglia”. Due registri completamente diversi — uno apertamente movimentista e radicale, l’altro istituzionale e misurato, pronunciato dentro la cornice più rassicurante della cultura cattolica italiana — che raccontano, se li si guarda in fila, una convergenza culturale più ampia di quanto le rispettive appartenenze politiche lascerebbero pensare.

Vannacci e Sasso: la scuola della naja e della separazione

Il programma di Futuro Nazionale, che vede fra i suoi deputati anche Rossano Sasso — ex sottosegretario all’Istruzione nel governo Draghi, oggi passato dalla Lega, dove svolgeva il ruolo di longa manus di Valditara in Parlamento, al partito di Vannacci — punta su alcuni assi ricorrenti: più spazio alle forze armate nella scuola, con un’educazione alla difesa nazionale che affiancherebbe il curricolo ordinario; una fascia oraria protetta dai contenuti definiti “genderisti/omosessualisti”; il rifiuto delle unioni civili e una stretta su aborto e transizione di genere dei minori. Sul fronte specificamente scolastico, Vannacci ha rilanciato più volte nei mesi scorsi il ritorno alle classi differenziali per gli alunni con disabilità e classi separate per merito e profitto, definendo la misura “un fattore inclusivo e non discriminante”. A questo si aggiungono una scuola “dura e selettiva” con ingresso anticipato nel mondo del lavoro, la riduzione delle vacanze estive, e le cosiddette “quote azzurre”: posti riservati nei concorsi pubblici, compresi quelli della scuola, ai candidati con famiglie numerose.

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L’anacronismo, qui, non è un’accusa retorica: è una descrizione tecnica, ed è tanto più netto se si considera che già a giugno Vannacci aveva citato come modello i vecchi licei italiani in cui le sezioni A e B accoglievano gli studenti con i giudizi migliori — un ricordo scolastico personale elevato a proposta di sistema, senza che nulla nella sua argomentazione tenga conto di ciò che quella pratica ha effettivamente prodotto in termini di segregazione sociale fra le sezioni, ben documentata dalla ricerca pedagogica degli ultimi cinquant’anni. Le classi differenziali furono superate dalla legge 517 del 1977, che sancì l’integrazione degli alunni con disabilità nelle classi comuni dopo decenni in cui la separazione veniva presentata, esattamente come oggi da Vannacci, come una forma di attenzione e non di esclusione.
L’ingresso anticipato nel lavoro a quattordici anni riporta indietro le lancette rispetto a un intero secolo di innalzamento dell’obbligo scolastico.
Cinquant’anni di progresso didattico cancellato senza logica né scientificità, solo per rendersi attrattivi …
Le “quote azzurre” rievocano politiche natalistiche corporative che la storia europea ha già sperimentato, con esiti tutt’altro che memorabili, e hanno raccolto reazioni durissime anche da opposizioni non tenere: il Partito democratico le ha bollate come “una follia del suprematismo maschile” e “una teoria delirante, anticostituzionale e di stampo fascista”. Eppure il fascino di queste proposte non sta nella loro solidità tecnica, che non hanno, ma nella loro capacità di offrire risposte semplici — disciplina, merito, naja, famiglia — a un disagio giovanile reale e diffuso, senza dover discutere di organici, edilizia scolastica o formazione dei docenti.

Valditara a Rimini: la stessa cornice, un registro diverso

Il giorno dopo, sul palco più istituzionale del Meeting di Rimini, Valditara ha usato parole assai più misurate, ma temi sorprendentemente contigui. Il ministro ha richiamato l’articolo 30 della Costituzione, secondo cui educare e istruire i figli è “prima di tutto un dovere e poi un diritto” dei genitori, e ha ricordato il dibattito della Costituente fra la visione cattolico-liberale e quella comunista di Togliatti, che scelse di porre al centro la persona — un riferimento storico mobilitato per difendere la legge sul consenso informato, la norma che riserva ai genitori la decisione su alcuni contenuti educativi. Ma il passaggio più delicato dell’intervento riguarda la distribuzione degli studenti stranieri nelle classi: Valditara ha definito “scuola della segregazione” un istituto o una classe con presenza esclusiva di studenti stranieri, richiamando esplicitamente il contesto storico dell’America della segregazione razziale, con le sue scuole separate per bianchi e neri, per sostenere la necessità di un “dosaggio equilibrato” fra alunni italiani e stranieri.

È un’analogia storicamente scivolosa. La segregazione razziale americana era un sistema legale di apartheid imposto dallo Stato per escludere una minoranza dai diritti civili; la concentrazione di studenti stranieri in alcune scuole italiane è, nella maggior parte dei casi, l’effetto di dinamiche abitative e di segregazione residenziale la stessa di cui scrivevo a proposito del tetto del 30% annunciato da Valditara stesso pochi giorni fanon di una politica di separazione voluta.

Usare il lessico della lotta per i diritti civili per giustificare un limite alla presenza di studenti stranieri nelle classi rischia di rovesciare il significato storico di quelle parole, trasformando uno strumento nato per combattere l’esclusione in un argomento per gestirla diversamente.

Il fascino e il rischio della stessa propaganda

Ciò che rende Vannacci e Valditara, nonostante le distanze di stile e di collocazione istituzionale, due facce della stessa medaglia è il modo in cui entrambi costruiscono il proprio racconto sulla scuola: partendo da un disagio reale — la fragilità delle famiglie, la dispersione scolastica, il disorientamento giovanile, temi che lo stesso Meeting di Rimini pone esplicitamente al centro — e proponendo risposte che sembrano intuitive proprio perché guardano al passato: l’autorità dei genitori, la disciplina militare, la separazione per merito o per provenienza, la famiglia tradizionale come argine.
Sono risposte che funzionano perché non richiedono di affrontare la complessità reale del sistema scolastico — organici, edilizia, formazione, risorse — ma solo di riaffermare un ordine simbolico rassicurante.
Il rischio non è tanto che queste proposte diventino legge domani, quanto che normalizzino, un passo alla volta, un modo di pensare la scuola come luogo di selezione e separazione anziché di inclusione: un ministro che parla di “dosaggio” degli alunni stranieri e un aspirante leader di partito che rilancia le classi differenziali non dicono la stessa cosa, ma preparano lo stesso terreno culturale.

Entrambi i registri, quello di Valditara e quello di Vannacci, raccontano una scuola che guarda indietro — a un tempo di classi separate, di autorità indiscussa, di identità nazionale da difendere — mascherando la nostalgia da riforma e il vuoto di policy da coraggio educativo.


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