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Da Cefalù ai conti nazionali della scuola paritaria: 700 milioni l'anno, il nodo dell'articolo 33 sulla Costituzione, e la domanda aperta su cosa cambierebbe se lo Stato se ne facesse carico.

mondoscuola 9 minuti di lettura

In queste circostanze si parla sempre di “casi isolati”. Così anche Suor Anna Monia Alfieri, commentando all’Adnkronos le indagini della Guardia di Finanza su una cooperativa di Cefalù che gestisce istituti paritari a Cefalù e Termini Imerese: oltre 1,5 milioni di evasione contestata, circa 150 lavoratori (fra docenti e personale amministrativo) a cui sarebbero stati versati stipendi regolarmente registrati e poi, di fatto, fatti restituire, con simulazione di volontariato al posto di rapporti regolari e indebita percezione di contributi Ue. L’accusa di caporalato, inizialmente contestata dai Carabinieri, è stata annullata dalla Cassazione perché quel reato riguarda solo il settore agricolo: restano dichiarazione infedele e responsabilità amministrativa dell’ente, con una richiesta di sequestro preventivo di circa 105mila euro.

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Il commento di suor Alfieri – Suor Alfieri, “paladina” degli istituti paritari, ha detto di augurarsi che le indagini “non siano strumentalizzate da chi vuole associare l’intero mondo della scuola paritaria alla mancanza di serietà”, ha ringraziato il ministro Valditara “per le misure introdotte a sostegno dei controlli” e si è dichiarata “garantista”, in attesa degli esiti giudiziari. Ha ricordato che la scuola paritaria “fa parte del Sistema Nazionale dell’Istruzione, svolge un servizio pubblico” e assolve ai propri doveri fiscali “non senza difficoltà, indebitandosi, accendendo mutui”, una difesa coerente con la posizione che sostiene da anni: i casi di sfruttamento, se confermati, sarebbero un tradimento dei “mandati di fondazione”, non la fisiologia del sistema. Il punto, però, è che Cefalù non nasce nel vuoto: nasce dentro un sistema di finanziamento pubblico che vale centinaia di milioni l’anno e che merita di essere guardato nel suo complesso, non solo quando esplode uno scandalo.

I numeri del sistema paritario – Nell’anno scolastico 2023/2024 la scuola paritaria contava 790.460 studenti in 11.765 istituti, il 9,89% della popolazione scolastica italiana, in una tendenza di iscrizioni comunque in calo, come per la scuola statale. Il finanziamento pubblico ordinario, quello erogato attraverso il capitolo di bilancio 1477, è passato dai 646,2 milioni di euro del 2023 ai 703,7 milioni del 2024, suddivisi fra contributi ordinari (circa 500 milioni), fondo per gli alunni con disabilità (113,4 milioni) e fondo per la scuola dell’infanzia paritaria (90-135 milioni, a seconda dell’anno). A questo si è aggiunto, dalla Legge di Bilancio 2026, un nuovo “bonus scuole paritarie” — voucher fino a 1.500 euro per studente, cumulabile con bonus regionali fino al tetto del CMS, per famiglie con Isee sotto soglia — reso operativo con il decreto 140/2026, dotazione 20 milioni per il 2026. Il CMS stesso, pubblicato ogni anno dal Ministero, misura quanto costa allo Stato un alunno della scuola statale: per il 2025/2026 sono 7.204 euro alla scuola dell’infanzia, 9.004 alla primaria, 7.161 alla secondaria di primo grado, 7.852 alla secondaria di secondo grado — cifre che danno un fondamento, per una volta non aneddotico, alla tesi di Alfieri secondo cui uno studente statale costa alle casse pubbliche assai più di quanto costi, in media, uno studente paritario.

Un altro pezzo del sostegno pubblico: l’esenzione Imu – La Legge di Bilancio 2026 ha risolto un contenzioso che durava da anni: l’articolo 1, comma 856, stabilisce che le attività didattiche svolte negli immobili di enti non commerciali si considerano “non commerciali” quando la retta resta sotto il CMS. È la stessa soglia che regola contributi ordinari e voucher: un unico parametro decide chi riceve contributi, chi ottiene lo sconto sugli immobili e chi accede al bonus. A questo si somma la storica detrazione Irpef del 19% sulle rette, entro un tetto di spesa. Sommando contributi, fondi, voucher, esenzione Imu e detrazioni, il sostegno pubblico al sistema paritario supera abbondantemente i 700 milioni l’anno, prima ancora di contare le rette versate dalle famiglie.

Il CMS a confronto: statale, paritaria e IeFP non si misurano allo stesso modo – Rimettere in fila i tre canali con lo stesso metro (quanto costa allo Stato, o alla famiglia, un anno per studente) è la vera chiave per capire cosa dica davvero il CMS. Per la statale, il CMS pubblicato dal Ministero — 7.204 euro all’infanzia, 9.004 alla primaria, 7.161 alla secondaria di primo grado, 7.852 alla secondaria di secondo grado — è l’intera spesa pubblica per alunno: lo Stato copre il 100%, la famiglia non versa rette. Per la paritaria il CMS non è affatto la spesa pubblica reale, ma solo la soglia sotto cui una retta è “simbolica” ai fini fiscali: il contributo pubblico diretto, dividendo i 703,7 milioni di contributi ordinari per i 790.460 studenti, si aggira sugli 890 euro per alunno, il 10-12% del CMS corrispondente. Il resto lo pagano le famiglie: il CMS, qui, non misura quanto lo Stato spende, ma quanto la scuola può ancora chiedere restando “non commerciale”. Per l’IeFP, di competenza regionale, il costo standard europeo per un allievo di quarto anno è 6.681,52 euro l’anno, quasi interamente pubblico perché la frequenza è gratuita: un ragazzo di un CFP costa alle casse pubbliche una cifra vicina a uno studente statale, mentre uno studente paritario ne costa, in media, un decimo. Tre economie diverse mascherate da un’unica sigla.

Va inoltre detto che il CMS è un valore unico nazionale per grado, non differenziato per regione. Le disparità reali si misurano altrove: i dati Openpolis su infrastrutture comunali danno 15,8 metri quadri di plessi ogni residente 3-14 anni nel Nord-Est e 14,6 nel Nord-Ovest, contro 12,5 al Centro e 10,1 al Sud; la mensa scolastica arriva al 32,3% dei residenti 3-14 anni nel Nord-Ovest e crolla al 12,3% nel Mezzogiorno. Un CMS uguale per l’Italia intera fotografa una spesa media che maschera un accesso diseguale — e la stessa geografia attraversa l’IeFP: nel 2023/2024 gli iscritti ai triennali erano 210.014, di cui 163.038 nei Centri di Formazione Professionale e 46.976 negli istituti in sussidiarietà, questi in calo dell’11,8%; ma la distribuzione è fortemente concentrata, con la sola Lombardia al 45,5% dei qualificati italiani, quota che sale al 60,2% con il 14,7% della Sicilia. Il finanziamento passa da legge 144/1999, Fse+ regionale e Pnrr (Missione 5, Investimento 1.4 “Sistema duale”): la Lombardia destina oltre 334 milioni l’anno, la Sicilia 94,5 milioni sul triennio per 8.100 allievi — lo stesso divario già visto per la statale, su un terzo canale che il dibattito sulla paritaria ignora quasi sempre.

Il nodo costituzionale: “senza oneri per lo Stato” – L’articolo 33 della Costituzione riconosce a enti e privati il diritto di istituire scuole “senza oneri per lo Stato”: formula scritta nel 1947 per impedire che la scuola privata diventasse un capitolo di spesa pubblica strutturale. La legge 62/2000, la legge Berlinguer, ha aggirato l’ostacolo creando la “scuola paritaria” — un istituto privato che, rispettando dei requisiti, entra nel “sistema nazionale di istruzione” e svolge un “servizio pubblico” che giustifica il sostegno statale, in base all’articolo 118 sulla sussidiarietà orizzontale: se un privato svolge un’attività di interesse generale, lo Stato può sostenerlo invece di sostituirlo. È un’architettura solida ma politicamente scivolosa: ogni volta che si approva un nuovo capitolo di spesa — come il voucher da 1.500 euro, contestato in Parlamento da chi ricorda che “l’articolo 33 chiarisce che le scuole private non debbono avere oneri per lo Stato” — la stessa domanda torna: quanto sostegno pubblico è compatibile con un principio che, testualmente, dice il contrario?

Se lo Stato se ne facesse carico: gli svantaggi possibili … – Assorbire integralmente il sistema paritario nella scuola statale — ipotesi che periodicamente riaffiora, sostenuta da settori sindacali e della sinistra — avrebbe conseguenze reali, non solo simboliche. Verrebbe meno, anzitutto, la libertà di scelta educativa dei genitori: principio riconosciuto anche dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dalla Convenzione europea, secondo cui lo Stato deve rispettare il diritto dei genitori di scegliere l’educazione dei figli. Inoltre lo Stato dovrebbe interamente venire incontro all’offerta della scuola dell’infanzia, dove il paritario copre porzioni significative della domanda specie al Nord e dello 0-6 . Significa che lo Stato dovrebbe rimpiazzare i servizi con nuovi investimenti, non un semplice trasferimento di bilancio. E c’è l’argomento che Alfieri ripete da anni: se una parte dei 790mila alunni paritari transitasse nella statale, il costo aggiuntivo calcolato sul CMS (7.100-9.000 euro per alunno) supererebbe ampiamente gli 890 euro medi oggi versati al sistema paritario.

… e i vantaggi di una scuola pubblica unica – Ma l’argomento regge fino a un certo punto. Primo: il calcolo di Alfieri confronta un costo medio con un costo marginale — assorbire 790mila studenti non richiederebbe di replicare l’intero costo per alunno, ma di espandere una capacità già in parte esistente, dato che le iscrizioni statali calano ogni anno di oltre 120mila unità. Secondo: una scuola interamente pubblica eliminerebbe il rischio che Cefalù mette a nudo, quello di enti privati che, pur dentro il sistema nazionale, restano governati da logiche di bilancio proprie — mutui, ipoteche, rette da incassare — dove comprimere il costo del lavoro resta più tentante che in un’amministrazione statale. Terzo: una parte della letteratura sulle diseguaglianze educative segnala che i sistemi segmentati fra pubblico e privato producono più stratificazione sociale, con le famiglie abbienti nei circuiti paritari e quelle fragili in quelli statali — un rischio che l’universalismo pubblico ridurrebbe. Nessuna delle due tesi si lascia liquidare con una battuta.

Restano due sistemi che si guardano e si finanziano a vicenda senza mai chiarire i propri conti: uno Stato che dichiara, per Costituzione, di non farsi carico della scuola privata e che, nel 2026, le destina oltre 700 milioni l’anno fra contributi, bonus e sgravi; un sistema paritario che rivendica pluralismo e insieme chiede, a ogni manovra, un sostegno crescente — mentre l’IeFP, il terzo canale, resta il grande assente del dibattito pubblico nonostante costi quasi quanto la statale. Cefalù non è la fotografia di un intero settore, ma è la prova che è nella zona grigia fra sussidiarietà costituzionale e bilancio pubblico che si annidano gli abusi più gravi.

La domanda resta questa: se la libertà di scelta educativa è un diritto costituzionale, chi deve pagarne il conto — e quanto.


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