Il paradosso di Pavese: come la Maturità ha scelto la fatica e si è dimenticata di “Lavorare stanca”
Le tracce della prima prova del nuovo Esame di Maturità 2026 sono uscite con un filo tematico abbastanza esplicito, tanto che il ministro Valditara lo ha rivendicato lui stesso in conferenza stampa, parlando di “messaggi” lanciati ai maturandi: il confine tra adolescenza ed età adulta (Furedi), la meraviglia perduta (Husmann) e, soprattutto, la fatica, “un tema disprezzato” che secondo il ministro sarebbe stato “coinvolto in dibattiti politici, come se la fatica fosse ormai diventata una parola politicamente scorretta”.
La traccia di Calabresi, tratta da Alzarsi all’alba, è stata peraltro quella più scelta in assoluto dai maturandi: il 23,2% degli studenti l’ha preferita a tutte le altre. Segno che il messaggio, in un modo o nell’altro, è arrivato, o forse solo perché era la traccia più rassicurante, quella su cui si poteva scrivere un tema “di buon senso” senza rischiare di inciampare in Pavese o in Brancati.
Quidni, riassumendo, il “maturando” ha potuto scegliere fra una poesia d’amore non corrisposto, un saggio sulla memoria, Saragat che parla di democrazia, Furedi che ci spiega che siamo tutti “adultescenti”, una giornalista tedesca che rimpiange lo stupore infantile e quindi un giornalista (Calabresi) che ci ricorda che bisogna alzarsi all’alba, con un filo conduttore dichiarato fin dalla vigilia (la fatica), tema peraltro annunciato dal Ministro Valditara a fine agosto 2025, in occasione di un intervento durante il Meeting di Comunione e Liberazione di Rimini.
Peccato che, quando si è trattato di scegliere davvero un autore che della fatica ha fatto un programma di vita e di scrittura, il Ministero abbia pescato il Cesare Pavese sbagliato: tra tutto ciò che Pavese ha scritto, la scelta è caduta su una delle sue poesie meno rappresentative, una lirica d’amore dal sapore crepuscolare, indirizzata a Constance Dowling. Al contrario la raccolta che porta il suo nome più strettamente legato all’idea di fatica, Lavorare stanca, è rimasta chiusa nel cassetto.
Se la fatica era davvero il leitmotiv pensato a tavolino, perché tra gli autori del Novecento per l’analisi del testo poetico si è scelto proprio Passerò per Piazza di Spagna? Non è un testo sulla fatica del vivere o del lavorare: è un testo sull’attesa, sull’amore non ricambiato per Constance Dowling, sull’incanto di una città che si apre come una promessa che non si compirà. Avevano invece la possibilità di aprire una discussione sul tema aprendo una qualunque delle liriche di Lavorare stanca (1936), la raccolta che dà il titolo a un’intera linea di pensiero sul lavoro, sulla solitudine urbana, sulla campagna abbandonata, sul peso esistenziale del vivere quotidiano, tanto da diventare sinonimo stesso dell’idea di fatica come categoria dell’esistenza.
Pavese, in quella raccolta, non racconta la fatica come valore pedagogico da inculcare ai sedicenni, ma racconta la fatica come condanna, come alienazione, come distanza incolmabile tra il lavoro e il senso della vita. Ecco, quella sarebbe stata una discussione davvero utile ed attuale (a novant’anni dalla pubblicazione). Ci si sarebbe confrontati con un tema più scomodo, con un Pavese decisamente più scomodo di quello sentimentale di Piazza di Spagna.

Altra è la polemica scatenatasi sui social per la presunta difficoltà del testo rispetto ai programmi scolastici: secondo alcuni commenti, puntualmente raccolti dalla stampa, la scelta avrebbe spiazzato studenti che spesso non arrivano a discutere Pavese nello svolgimento del “programma”. Ma qui si apre un’altra discussione che spero di affrontare presto altrove.
Doppio paradosso: si sceglie un Pavese non centrale rispetto al tema dichiarato, e per di più si finisce per metterlo fuori target rispetto a ciò che si studia davvero nelle quinte superiori.
Però qui c’è la forzatura pedagogica sulla quale bisogna ragionare: il problema non è se parlare di fatica a scuola (la fatica dello studio, della crescita, della costruzione di sé è ovviamente reale), ma come se ne parla, e soprattutto chi la racconta come virtù.
Quando un ministro che ha legato il proprio mandato a un impianto valutativo fortemente individualizzante e competitivo, in cui conta curriculum dello studente, la valorizzazione delle “azioni particolarmente meritevoli”, la bocciatura per chi rifiuta l’orale facendo “scena muta” , sceglie di intestarsi platealmente il tema della fatica nelle tracce della Maturità, il rischio non è tanto quello di proporre un brano sbagliato, quanto quello di banalizzare un concetto complesso in una favola morale individuale: ce la fai se ti impegni, fallisci se non hai voglia di sudare.
Cioè si evitano quegli aspetti scomodi da affrontare come la fatica intesa come dimensione strutturale dell’esistenza, legata a classe sociale, contesto familiare, accesso alle risorse. Cioè si evita di affrontare il tema costituzionale della rimozione degli ostacoli e dell’eliminazione delle disuguaglianze.
È esattamente l’opposto della critica che la pedagogia progressista muove da tempo all’ideologia del merito e del talento: l’idea che il successo scolastico sia il prodotto lineare di sforzo individuale, mentre le disuguaglianze economiche, sociali, culturali di partenza restano fuori campo, come se non esistessero. Si definisce una scuola che parla di fatica come valore astratto, senza interrogarsi su chi quella fatica la vive ogni giorno per necessità e chi invece può permettersi di raccontarla in un libro. Il rischio è di trasformare tutto in pura ideologia. Non è un caso la stessa traccia di Furedi, la terza per popolarità tra gli studenti con il 20,7% delle preferenze, che vira proprio su questo registro: l’idea di “adultescenti” come categoria un po’ colpevolizzante, persone che “rifiutano di sistemarsi e di assumersi impegni” .
Il vero corto circuito, allora, non è solo filologico, ma politico: si prende la fatica, la si trasforma in collante ideologico di sette tracce e poi la si racconta attraverso un poeta che della fatica depotenziandone i contenuti. Pavese infatti racconta la fatica come dramma sociale del lavoro alienato, non come incanto sentimentale di uno squarcio romano.
Si tratta dell’ennesimo tentativo di costruire una narrazione revisionista ed ideologica.
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