Con ventuno mesi di ritardo sulla scadenza del 15 novembre 2024, l’Italia ha finalmente affrontato la direttiva europea 2022/2041 sui salari minimi adeguati: prima con il decreto-legge 30 aprile 2026, n. 62 — il cosiddetto “Decreto Primo Maggio”, convertito in legge il 25 giugno con il numero 112 — poi con il decreto legislativo 96 del 2026 che ne completa il recepimento formale.
Il risultato, però, non è un salario minimo legale nel senso in cui lo intendono ventidue dei ventisette Stati membri dell’Unione europea: è un concetto più sfuggente, battezzato “salario giusto”, che ancora la retribuzione ai contratti collettivi invece di fissare una cifra. L’Italia resta, fra i paesi del G7, l’unico senza una soglia salariale minima stabilita per legge.
- Una direttiva contestata fin dall'inizio
- Cos'è, in concreto, il "salario giusto"
- 960 milioni, ma non ai lavoratori
- Il problema che il salario giusto dovrebbe risolvere
- Le critiche della CGIL: una legge, non solo un rinvio ai contratti
- Un caso concreto: come si aggira il salario giusto, in pratica
- Anche un salario davvero giusto lascerebbe intatta un'altra domanda
Una direttiva contestata fin dall’inizio
Il ritardo italiano si inserisce in un quadro europeo più ampio di resistenza alla direttiva stessa. La Danimarca, che insieme alla Svezia si oppone da sempre a qualunque ingerenza comunitaria sui propri modelli salariali basati esclusivamente sulla contrattazione, aveva presentato ricorso contro Parlamento europeo e Consiglio già nel gennaio 2023 per ottenerne l’annullamento; la Svezia era intervenuta a sostegno. È stata la Corte di giustizia europea, con una sentenza dell’11 novembre 2025, a chiudere la partita confermando la legittimità della direttiva: una decisione che la CGIL, per voce della segretaria confederale Francesca Re David, ha salutato come conferma dei principi di giustizia sociale e valorizzazione del ruolo della contrattazione collettiva. Solo dopo quella sentenza, e con ulteriori mesi di attesa, l’Italia si è mossa: prima con il decreto Primo Maggio, poi con il decreto legislativo di recepimento formale.
Cos’è, in concreto, il “salario giusto”
Il decreto definisce il salario giusto come il Trattamento Economico Complessivo, o TEC, non inferiore a quanto previsto dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni sindacali e datoriali “comparativamente più rappresentative” del settore. Non una cifra oraria fissa, dunque, ma un rinvio dinamico alla contrattazione: il TEC comprende stipendio base, contingenza, scatti di anzianità, mensilità aggiuntive, indennità contrattuali, welfare contrattuale e contributi alla previdenza complementare, agganciandosi esplicitamente all’articolo 36 della Costituzione sul diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente. Per renderlo verificabile, dal 1° maggio 2026 ogni busta paga deve riportare il codice alfanumerico del CCNL applicato, assegnato dal CNEL: uno strumento che permette a Ministero del Lavoro, INPS e CNEL di individuare gli scostamenti fra ciò che viene versato e i minimi tabellari dei contratti leader. Le aziende che applicano un contratto “pirata” — cioè non sottoscritto da organizzazioni realmente rappresentative — perdono l’accesso agli esoneri contributivi, rifinanziati per circa 964 milioni di euro nel triennio 2026-2028: la leva, insomma, non è il divieto ma l’incentivo economico a rientrare nei ranghi.
960 milioni, ma non ai lavoratori
Vale la pena soffermarsi su un aspetto che il dibattito tecnico sul TEC rischia di far passare in secondo piano, e che avevo già messo nero su bianco commentando a caldo il decreto: dei 934-960 milioni di euro stanziati dal decreto Primo Maggio, la parte più consistente non finisce in busta paga, ma negli sgravi contributivi alle imprese che assumono — fino a 650 euro al mese per l’assunzione di donne svantaggiate, 500 euro per gli under 35, bonus rafforzati nella ZES del Mezzogiorno, incentivi alla stabilizzazione dei contratti a termine. È lo stesso Landini, del resto, a fotografare il problema senza mezzi termini in un’intervista a Di Martedì: «Il Primo maggio è la festa dei lavoratori. Ma in questo decreto i 960 milioni stanziati vanno alle imprese. I lavoratori non prendono un euro». Il meccanismo del salario giusto condiziona l’accesso a questi incentivi al rispetto dei CCNL rappresentativi, ma resta un vincolo indiretto: il denaro pubblico continua a essere concepito come riduzione del costo del lavoro per chi assume, non come aumento diretto della retribuzione di chi già lavora. Anche l’idea che gli sgravi producano automaticamente nuova occupazione, notava ancora Landini, non regge alla prova dei fatti: un’azienda assume quando ha bisogno di manodopera, non perché riceve un bonus — mentre il potere d’acquisto di chi un lavoro ce l’ha già resta, salario giusto o meno, esattamente dove si trovava prima del decreto.
Il problema che il salario giusto dovrebbe risolvere
I numeri spiegano perché una misura del genere fosse considerata urgente. Secondo i dati del CNEL, dei quasi mille contratti collettivi nazionali depositati nell’archivio ufficiale, solo circa duecento risultano sottoscritti da soggetti realmente rappresentativi: un rapporto che lascia intuire quanto sia diffuso il fenomeno dei contratti pirata, utilizzati storicamente per comprimere il costo del lavoro. A fine 2025 risultavano inoltre in attesa di rinnovo circa ottanta contratti nazionali, che riguardano complessivamente quindici milioni di lavoratori — un ritardo strutturale che il decreto prova ad affrontare con un meccanismo di adeguamento automatico. Sullo sfondo restano i dati che rendono la questione tutt’altro che accademica: secondo l’INAPP, fra i 2,2 e i 2,6 milioni di lavoratori dipendenti guadagnano meno di 9 euro lordi l’ora, la soglia indicata dalla direttiva europea come parametro di riferimento. Il Rapporto statistico Caritas 2026 registra il numero più alto mai raggiunto di persone assistite — 282.539, in crescita dell’1,7% sull’anno precedente — con una quota di “lavoratori poveri” salita al 24% di tutti gli assistiti, quasi 70mila persone: un salario, va ricordato, non basta a garantire l’uscita dalla povertà se resta strutturalmente troppo basso.
Le critiche della CGIL: una legge, non solo un rinvio ai contratti
La posizione della CGIL, ripercorsa da Collettiva fin dalla lettera che Maurizio Landini inviò a Giorgia Meloni il 12 novembre 2024, non è mai stata di rifiuto della contrattazione collettiva a favore di una soglia legale sostitutiva, ma di richiesta che le due cose convivano. Come ha spiegato lo stesso Landini in un intervento pubblico, “salario minimo e salario giusto possono coesistere”: la Germania, ha ricordato, ha contratti nazionali forti e insieme un salario minimo legale di 13,5 euro, in cammino verso i 15 — la dimostrazione che le due tutele non si escludono. Nella sua lettera del 2024, Landini definiva “un’anomalia assoluta nel quadro europeo” il fatto che l’Italia unisca un tasso di copertura contrattuale altissimo a dinamiche salariali comunque depresse: la sola estensione della contrattazione, insomma, non garantisce da sola l’adeguatezza dei salari che la direttiva richiede.
Le critiche più tecniche sono arrivate in due momenti distinti. Il primo, nel giugno 2026, riguarda un emendamento al decreto Primo Maggio che secondo Landini rischiava di “legittimare i contratti pirata” mettendo sullo stesso piano, rendendoli equivalenti e non distinguibili, retribuzione e welfare contrattuale — un intervento che, nelle sue parole, “rischia di rendere strutturale il sotto-salario a favore dell’abbattimento dei costi per le imprese scorrette”. Il secondo, nella memoria depositata dalla CGIL il 7 maggio 2026 in audizione alla Camera sulla proposta di legge popolare C. 2179 per l’istituzione del salario minimo, è persino più netto: il decreto-legge 62 del 2026, si legge nel documento, “non può considerarsi quale atto di recepimento della direttiva”, perché non ha visto il confronto preventivo con le parti sociali che la direttiva stessa richiede. La CGIL chiede quindi due cose distinte: una soglia salariale oraria minima inderogabile che integri, non sostituisca, la contrattazione collettiva, e una legge sulla misurazione della rappresentanza sindacale — un tema su cui l’organizzazione lavora dal Testo Unico del 2014 con Confindustria — capace di rendere finalmente pienamente verificabile chi firma davvero i contratti applicati a milioni di lavoratori.
Un caso concreto: come si aggira il salario giusto, in pratica
Che il rischio segnalato da Landini non sia teorico lo dimostra una vicenda dei primissimi giorni di agosto. Il gruppo Euronics SIEM, circa 600 dipendenti nella grande distribuzione, ha sottoscritto il 4 agosto un accordo con UilTucs Puglia per passare dal CCNL Anpit-Cisal — non rappresentativo — al CCNL Confcommercio-Filcams-Fisascat-Uiltucs, in ottemperanza formale al decreto. Ma l’intesa applica da subito solo la parte normativa del nuovo contratto, distribuendo l’adeguamento economico su più anni: un'”armonizzazione contrattuale” che, di fatto, deroga proprio al principio del salario giusto che dovrebbe rendere immediato l’allineamento. Le segreterie nazionali di Filcams-Cgil e Fisascat-Cisl hanno risposto con una diffida formale, opponendosi all’applicazione dell’accordo prevista per il 1° settembre e riservandosi ulteriori iniziative. È un piccolo caso aziendale, ma fotografa perfettamente il problema strutturale: una norma che rinvia alla contrattazione collettiva resta vulnerabile a ogni escamotage che la contrattazione stessa, se non adeguatamente vigilata, può inventare per aggirarla.
Anche un salario davvero giusto lascerebbe intatta un’altra domanda
C’è infine un livello ancora più profondo del problema, che vale la pena richiamare senza pretendere di risolverlo qui: come scrivevo in un pezzo precedente, il tempo del lavoro non è tempo vissuto, è tempo venduto. Anche un salario minimo legale accompagnato da una contrattazione collettiva forte — la sintesi tedesca che Landini indica come modello — risolverebbe il problema della redistribuzione, cioè quanto viene pagato quel tempo venduto, ma lascerebbe intatta la questione che Marx poneva già nei Manoscritti economico-filosofici e che André Gorz ha tradotto nella distinzione fra lavoro eteronomo, definito da altri e misurato dal mercato, e attività autonoma, scelta e significativa. Il salario giusto, per quanto necessario, agisce interamente dentro la cornice del rapporto salariale: alza, nella migliore delle ipotesi, il prezzo a cui il tempo di lavoro viene venduto, senza toccare la subordinazione che caratterizza l’atto stesso della vendita. È una distinzione che vale la pena tenere a mente proprio per evitare un equivoco: risolvere la questione salariale — obiettivo tutt’altro che scontato, come mostra la vicenda Euronics — non equivale a risolvere la questione del lavoro. Sono due piani diversi, e la sovrapposizione fra i due è probabilmente il motivo per cui, anche quando un governo trova le risorse per intervenire, la sensazione di aver risolto qualcosa di strutturale resta sempre, in un modo o nell’altro, incompleta.
Il salario giusto è un passo reale, non uno specchietto per le allodole: il codice CCNL in busta paga, la perdita degli sgravi per i contratti pirata, il vincolo esplicito all’articolo 36 della Costituzione sono strumenti concreti che prima non esistevano. Ma resta, per definizione, un sistema che funziona solo quanto funziona la contrattazione collettiva che lo sostiene — ed è proprio questo il punto debole che la CGIL continua a segnalare: se ottocento contratti su mille restano firmati da soggetti poco rappresentativi, se il rinnovo di ottanta contratti resta bloccato per anni, se un’azienda può comunque negoziare una deroga di fatto con un sindacato minoritario, allora il salario giusto rischia di restare giusto solo sulla carta. La domanda che il governo continua a rinviare è la stessa che la Germania, ricorda Landini, ha già risolto da tempo: perché scegliere fra salario minimo legale e contrattazione collettiva forte, quando la prima esiste altrove proprio per sostenere la seconda, non per sostituirla?
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