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La Lombardia registra +7,18% di lavoratori minorenni, infortuni doppi alla media nazionale. Le riforme scolastiche accelerano la transizione da educazione ad addestramento.

mondoscuola 3 minuti di lettura

Il Quarto Report Statistico 2026 dell’UNICEF traccia un quadro preoccupante per la Lombardia: mentre a livello nazionale il numero di lavoratori minorenni (fascia 15–17 anni) rimane sostanzialmente stabile — con una lievissima flessione dello 0,14%, da 81.683 a 81.565 unità — la regione più popolosa d’Italia registra nel medesimo biennio una crescita del 7,18%, passando da 9.085 a 9.737 giovani occupati. Un’inversione di tendenza che non può essere letta come semplice congiuntura economica.

Allargando la finestra anagrafica agli under 19, la Lombardia si conferma al primo posto nazionale con una media di 60.501 occupati, con un picco di 72.961 nel solo 2024. Numeri assoluti che riflettono, in parte, il peso demografico della regione, oltre 303.000 residenti nella fascia 15–17 anni (la più ampia d’Italia), ma che acquistano un significato diverso se letti insieme al dato sugli infortuni.

«La crescita del lavoro minorile in Lombardia non è un’anomalia statistica, ma il riflesso diretto di una profonda transizione del sistema educativo verso la rapida professionalizzazione, ovvero la subordinazione dell’istruzione al mercato del lavoro con conseguente passaggio da educazione ad addestramento.»

— FLC CGIL Lombardia, 22 giugno 2026

Sul fronte della sicurezza, la Lombardia detiene un primato tutt’altro che invidiabile: nel quinquennio 2020–2024, ha accumulato 15.059 denunce di infortunio per lavoratori tra i 15 e i 17 anni, pari al 21,27% del totale nazionale. Nel solo 2024, il tasso di incidenza infortunistica in questa fascia ha toccato il 43,97%, quasi il doppio della media italiana. Tra gli under 19, il tasso medio di denunce nel quinquennio è stato del 24,89%, contro il 18,64% nazionale: dati che collocano la Lombardia nella categoria delle regioni con «maggiori criticità» per sicurezza sul lavoro giovanile.

Il report UNICEF individua un nesso strutturale tra questi numeri e il progressivo orientamento del sistema scolastico lombardo verso la filiera tecnico-professionale. La regione presenta una quota di iscritti agli istituti tecnici del 35,9%, ben al di sopra del 30,8% nazionale, e le iscrizioni ai professionali, in costante crescita, raggiungono il 14,7% previsto per l’anno scolastico 2026/27 contro il 13,28% della media italiana. A questo si aggiunge la sperimentazione della filiera «4+2», cresciuta del 41% in Lombardia, e il ripristino a pieno regime dei percorsi formazione scuola-lavoro (ex PCTO, ex alternanza scuola-lavoro) dopo la pausa pandemica: fattori che aumentano l’esposizione degli studenti ai rischi nei contesti aziendali.

La FLC CGIL Lombardia denuncia con chiarezza la dinamica sottostante: non si tratta di un’anomalia statistica, bensì del riflesso di una transizione sistemica che subordina l’istruzione alle esigenze del mercato del lavoro, trasformando la scuola da luogo di educazione e formazione critica in cinghia di trasmissione verso l’occupazione precoce. L’ingresso anticipato nel mondo del lavoro, letto attraverso la lente delle riforme in corso — dalla sperimentazione tecnico-professionale al rafforzamento dei percorsi duali — non è una conseguenza incidentale, ma l’esito coerente di scelte politiche precise.

La FLC CGIL Lombardia chiede un doppio intervento: da un lato, il rafforzamento del ruolo sociale e costituzionale della scuola come istituzione che forma cittadini e pensiero critico; dall’altro, il potenziamento immediato della formazione sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e dei meccanismi di prevenzione.

Lavorare è un diritto, ma un diritto che deve poter essere esercitato sempre e comunque in condizioni di sicurezza.

Fonte: FLC CGIL Lombardia


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