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Quando la marginalità di una categoria coincide con la sua invisibilità statistica, il precariato smette persino di essere un problema da nominare.

mondoscuola 3 minuti di lettura

Una categoria che raramente compare nei titoli, e che proprio per questo merita attenzione, è quella degli educatori dei convitti e degli educandati.

Il personale educativo – istitutori e istitutrici, per usare la nomenclatura ancora in vigore – lavora nelle scuole interne ai Convitti Nazionali, agli Educandati Statali e ai convitti annessi agli istituti tecnici, professionali e ai convitti per sordi, istituzioni regolate dagli articoli 203 e 204 del Testo Unico D.Lgs. 297/1994, eredi di una tradizione ottocentesca di laicizzazione post-unitaria che ebbe il suo apice, non a caso, nella riforma Gentile del 1923. Lo stesso Testo Unico, all’articolo 52, ne prevede però la soppressione graduale se scendono sotto i 30 convittori o semiconvittori: un’istituzione, dunque, che la legge tutela e minaccia con lo stesso gesto.

L’ultimo concorso per il personale educativo risale al 1999: fu bandito ai sensi della legge 124/1999, con le procedure regionali concluse l’anno seguente. Da allora, un quarto di secolo di silenzio: nessun nuovo concorso, né sono mai stati attivati Tfa né percorsi abilitanti specifici. Gli educatori sono inoltre penalizzati dalla legge relativa ai contingenti di reclutamento: una segregazione professionale che rende la loro stabilizzazione dipendente esclusivamente dal turnover dei pensionamenti, e mai dalla crescita reale dei posti vacanti. Il dato è eloquente: per il 2025/2026 sono state autorizzate soltanto 44 immissioni in ruolo su 555 posti disponibili, il 7,9%. Per il 2026/2027 i posti vacanti dopo la mobilità sono saliti a 621, sessantaquattro in più dell’anno precedente: la richiesta cresce, l’offerta di stabilità resta ferma a una percentuale a una sola cifra.

Quanto vale, oggi, questa rete di istituzioni? All’inizio del 2025 i convitti nazionali erano quarantuno, distribuiti in quasi tutte le regioni, cui si aggiungono gli educandati statali superstiti (sei, dopo la riforma del 1994) e un centinaio di convitti annessi a istituti agrari e alberghieri, con personalità giuridica propria e organizzazione distinta. Gli educatori impegnati in queste strutture si contano nell’ordine di poche migliaia, sono circa censiva 2.295 nel 2023, un numero che aiuta a capire perché questa vertenza non faccia mai notizia quanto quella, molto più affollata, dei docenti o del personale Ata.
Il paradosso, poi, è tutto nella cronologia. Il rettore del Convitto Nazionale di Arezzo racconta come, dopo la pandemia, il numero di iscritti a convitti ed educandati sia aumentato, proprio perché più tempo si trascorreva a scuola, meglio si superava l’isolamento imposto dal Covid. Una domanda sociale crescente, dunque, per un modello di tempo pieno che lo stesso Ministero, per bocca del ministro Valditara, celebra come patrimonio da valorizzare, tanto da finanziare con l’Avviso 2024 una trentina di poli nazionali per la transizione digitale, dentro cui – solo nella rete che comprende Arezzo, Udine e Prato – sono stati formati oltre seicento dei circa ottocento educatori in servizio. Ma l’elogio pubblico dell’istituzione convive, senza apparente imbarazzo, con il congelamento del canale che dovrebbe garantirle personale: si esalta la funzione, si ignora chi la svolge. È forse questo l’aspetto più rivelatore dell’intera vicenda: quando la marginalità di una categoria coincide con la sua invisibilità statistica, il precariato smette persino di essere un problema da nominare.


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