Secondo giovedì di questa rubrica e stavolta il classico si presenta con l’aria di chi ha qualcosa di serissimo da dire: un monastero benedettino, un omicidio dietro l’altro, pagine di teologia medievale. Se invece lo si guarda con un minimo di malizia, è uno dei romanzi più smaliziatamente divertiti mai scritti in Italia. “Il nome della rosa” di Umberto Eco compie ormai quarantacinque anni, ha venduto oltre cinquanta milioni di copie nel mondo, e resta il caso più clamoroso di un fenomeno che vale la pena raccontare con leggerezza, senza però rinunciare a prenderlo sul serio: un romanzo giallo storico dotto ed erudito, scritto con l’intento neppure troppo nascosto di fare politica.
Prima di arrivare al trucco più bello, vale la pena ricordare in due righe di cosa parliamo. Siamo nel novembre del 1327, in un’imprecisata abbazia benedettina del Nord Italia: il frate francescano Guglielmo da Baskerville arriva per partecipare a una disputa teologica sulla povertà di Cristo e si ritrova invece a indagare su una serie di morti sospette che si susseguono nei giorni dell’incontro, tutte legate, ma lo scoprirà solo alla fine, da un’unica, terribile ossessione bibliotecaria. È un giallo a incastro perfetto, con tanto di indizi disseminati e depistaggi, incastonato in una ricostruzione storica così densa e verificata da poter essere letta, volendo, come un manuale di storia delle eresie medievali. Ma è proprio l'”volendo” a fare la differenza.
Il manoscritto che (non) c’era
Cominciamo dal trucco più antico della narrativa occidentale, quello del manoscritto ritrovato. Eco apre il libro raccontando di aver avuto fra le mani, il 16 agosto 1968, un testo dell’abate Vallet che a sua volta traduceva in francese, nel 1842, un manoscritto del Trecento ritrovato ancora prima, nel Seicento, da un erudito benedettino nell’abbazia di Melk. È una “dotta trouvaille”, sono parole sue, di terza mano, passata attraverso secoli di copiature, traduzioni e probabili errori di trascrizione: esattamente il contrario di quanto avevo raccontato la settimana scorsa a proposito di Manzoni, che usava lo stesso trucco per garantire al proprio racconto una parvenza di verità storica verificabile. Eco fa l’opposto: accumula deliberatamente strati su strati di mediazione fino a rendere impossibile qualunque pretesa di autenticità, dichiarando fin dalla prima pagina che il lettore non deve fidarsi di nulla. Il messaggio, sotto la superficie erudita, è già politico: la verità storica, quando passa attraverso troppe mani, smette di essere verità e diventa racconto — e chi pretende di possederla senza dubbi, in un modo o nell’altro, sta mentendo.
Praga, l’Armata Rossa, e una traduttrice coraggiosa
Ma è la data scelta per l’incontro con quel manoscritto a rivelare il vero gioco di Eco. Il 16 agosto 1968: sei giorni dopo, le truppe del Patto di Varsavia invadevano Praga, schiacciando la primavera di riforme che il Paese aveva vissuto per tutto quell’anno. Non è un dettaglio decorativo: Eco firma l’incipit facendo coincidere la propria “dotta trouvaille” con l’istante immediatamente precedente al collasso di una libertà e quella scelta, decenni dopo, si è tradotta in un problema molto concreto per chi doveva far arrivare il romanzo oltre la cortina di ferro. Come racconta Elena Kostioukovitch, storica traduttrice russa di Eco, che iniziò a tradurre “Il nome della rosa” già nel 1983 senza alcun contratto, convinta che in Unione Sovietica non sarebbe mai stato pubblicato: la sola apertura del romanzo, con l’Armata Rossa che entra a Praga, poteva “costare la prigione”.
Il libro riuscì a uscire in russo solo nell’agosto del 1988, non a caso nel ventennale esatto di quei fatti, dopo che una frase di Gorbaciov aveva aperto uno spiraglio nella censura: le vendite furono, nelle sue parole, “strepitose”, ma con una lettura tutt’altro che disimpegnata, i lettori sovietici ci trovarono, comprensibilmente, un romanzo sulla libertà del sapere travestito da giallo medievale. Non era la prima volta che Eco stesso, del resto, si era imbattuto in quella zona d’ombra: Kostioukovitch racconta di aver preso in mano l’originale già nel 1981, sette anni prima della pubblicazione, in una stanza segreta della Biblioteca statale di letterature straniere di Mosca, riservata a pochi eletti autorizzati a consultare libri occidentali altrimenti proibiti.
Il romanzo sulla censura medievale, insomma, ha attraversato per anni una censura reale, prima di poter essere letto liberamente proprio nel Paese la cui Armata aveva ispirato l’incipit.
C’è poi un’altra chiave politica, più vicina a casa, che vale la pena non dimenticare: Eco pubblica il romanzo nel 1980, nel pieno degli anni di piombo italiani, in un clima di rigidità ideologica, violenza politica e sospetto reciproco che la trama medievale rispecchia più di quanto sembri a prima vista. La caccia agli eretici, l’Inquisizione che trasforma il dubbio filosofico in reato, la violenza legittimata da una verità che non tollera contraddittorio: sono, con costumi diversi, gli stessi meccanismi che l’Italia stava vivendo proprio in quegli anni. Non è un caso che il romanzo, uscito con tutt’altre pretese — un divertissement erudito per pochi appassionati, secondo le previsioni iniziali dello stesso editore — sia diventato invece un caso editoriale planetario, e nel 1986 anche un film di successo con Sean Connery nei panni di Guglielmo da Baskerville: la prova che l’erudizione, se ben raccontata, non ha mai davvero bisogno di scusarsi con il grande pubblico.
Il delitto che uccide per non ridere
E qui arriva il colpo di teatro più ludico e più serio insieme. Dietro la catena di omicidi che percorre l’abbazia si nasconde un vecchio monaco cieco, Jorge da Burgos (omaggio a Jorge Luis Borges), che uccide per impedire la diffusione dell’unica copia sopravvissuta del secondo libro della Poetica di Aristotele, quello dedicato al riso, alla commedia. La sua paura, dichiarata senza mezzi termini, è che il riso, se legittimato dalla massima autorità filosofica dell’Occidente cristiano, possa disarmare per sempre la paura di Dio su cui si regge il potere della Chiesa. È difficile non leggerci un autoritratto rovesciato dell’autore: Eco scrive un romanzo enciclopedico, gremito di semiotica, teologia, storia delle eresie medievali, e lo fa scegliendo come vero motore dell’intreccio la difesa disperata — e perdente — del riso contro chi lo considera un’arma sovversiva. Chi uccide per non ridere, nel libro, perde. Chi si diverte, mentre insegna tutto questo al lettore, vince: cinquanta milioni di copie sono un argomento difficile da ignorare.
Lo scrittore ludens
Non è un caso isolato nella biografia intellettuale di Eco, semiologo di professione prima ancora che romanziere, che teorizzò a lungo il carnevale medievale e il comico come categorie culturali serissime, non semplici intermezzi leggeri: la sua stessa disciplina, la semiotica, studia come i segni (parole, immagini, persino gesti) producano significati che vanno oltre l’intenzione immediata di chi li usa, ed è esattamente questo che accade nel romanzo, zeppo di simboli, labirinti bibliotecari e indizi che vanno interpretati come veri e propri testi da decifrare. È lo stesso spirito che Johan Huizinga aveva chiamato, in un celebre studio del 1938, “Homo ludens”: l’essere umano definito non dalla sola razionalità, ma dalla capacità di giocare, e di prendere sul serio proprio quel gioco. Eco applica questa lezione alla scrittura stessa: costruisce un detective medievale, Guglielmo da Baskerville — il cognome, tra Guglielmo di Occam e Sherlock Holmes, è già una battuta filologica — affiancato dal giovane Adso da Melk nel ruolo che fu di Watson, e usa l’impalcatura del giallo popolare per fare entrare, quasi di contrabbando, la filosofia più esigente dentro le librerie di mezzo mondo. Non è un trattato filosofico medievale travestito da romanzo: è un romanzo vero, con un ritmo, una suspense, persino delle battute, che si diverte a insegnare — e soprattutto, prima di tutto, si diverte.
“Il nome della rosa” resta il caso più fortunato di un’equazione che pochissimi scrittori hanno saputo risolvere: erudizione senza pedanteria, politica senza slogan, gioco senza superficialità.
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