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Fabrizio Pittalis muore a 18 anni in un impianto rifiuti nel nuorese: l'Inail dice che i morti calano, l'ispettorato del lavoro è a un terzo sotto organico.

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C’è un modo comodo di raccontare gli infortuni sul lavoro: si guarda il numero che scende rispetto all’anno prima e si scrive che va meglio. Poi arriva un venerdì di fine luglio e a Oniferi, in provincia di Nuoro, un ragazzo di diciotto anni muore colpito alla testa dalle forche di un muletto, alle sei del mattino, durante un lavoro estivo. Nelle stesse ventiquattr’ore, a Roma, muore anche un operaio di quarantasette anni, schiacciato da un macchinario. Il trend, sulla carta, resta positivo.

Il ragazzo si chiamava Fabrizio Pittalis, di Orotelli, studente dell’indirizzo Agrario dell’Istituto “Don Deodato Meloni” di Oristano, dove — dettaglio che dice già molto su chi paga il prezzo di questi lavori — viveva in convitto: uno di quei ragazzi che lo Stato ospita e segue apposta perché arrivano da zone rurali senza altre soluzioni per studiare. Doveva ancora sostenere la maturità. Lavorava nell’impianto di stoccaggio e trattamento rifiuti di S’Infurcau, colpito dalle forche del muletto guidato da un collega che, a quanto pare, non lo aveva visto. Il magistrato non ha ritenuto necessaria l’autopsia; i funerali si sono svolti il giorno dopo.

Le reazioni, in ordine di prevedibilità – La segretaria generale della FLC CGIL, Gianna Fracassi, ha parlato di una “sconfitta collettiva”, chiedendo che l’educazione alla sicurezza diventi parte del percorso scolastico prima che i ragazzi entrino nel mercato del lavoro. La CGIL di Nuoro, per voce della segretaria Domenica Moravera, ha posto la domanda più scomoda: perché un diciottenne senza formazione specifica fosse stato messo in un’area di movimentazione mezzi, uno dei punti più pericolosi di un impianto industriale, e quanto pesino in questi casi i contratti a termine usati per tamponare le urgenze stagionali. Alcuni osservano in modo più drastico: in Italia esiste il reato di omicidio nautico, non quello di omicidio sul lavoro — una gerarchia delle responsabilità penali che dice molto su cosa consideriamo davvero grave.

I numeri che dovrebbero consolare – Secondo l’Osservatorio di Vega Engineering sui dati Inail, nei primi cinque mesi del 2026 si sono registrate 370 vittime sul lavoro contro le 386 dello stesso periodo del 2025: un calo del 4,1%. Il 2025 si era chiuso a 792 morti, praticamente invariato rispetto ai 797 del 2024. Nello stesso periodo, però, le denunce di infortunio non mortale sono aumentate di oltre il 4%: si muore un po’ meno, ma ci si fa male di più, il che non è esattamente la stessa cosa di “va meglio”. E il dato Inail, per sua natura, conta solo chi è assicurato: l’Osservatorio indipendente di Bologna stima per i primi cento giorni del 2026 oltre 400 vittime totali, più del doppio del dato ufficiale per un periodo comparabile, perché include lavoratori irregolari, pensionati ancora attivi, persone senza copertura obbligatoria. Fabrizio, che un lavoro estivo di questo tipo lo aveva già fatto altre volte, di solito nei campi, rientra esattamente nella zona grigia che le statistiche ufficiali fotografano peggio.

Chi dovrebbe controllare, e non può – L’Ispettorato Nazionale del Lavoro ha una dotazione organica fissata per legge a 7.776 unità. Al 1° gennaio 2026 il personale effettivamente in servizio era di 5.176 unità: un terzo dell’organico manca all’appello, e il piano di assunzioni previsto — poche centinaia l’anno, spalmate fino al 2028 — non lo colma prima di anni. Nel frattempo, secondo una ricostruzione di Articolo21, ai vertici dell’ente si moltiplicano le poltrone dirigenziali — otto direttori generali e ventisette dirigenti non generali per un ente di circa cinquemila dipendenti — mentre si discute persino di assorbire l’Ispettorato dentro il ministero del Lavoro. Controllare la sicurezza reale nei cantieri, negli impianti, nei campi costa personale sul territorio, non organigrammi a Roma.

La cornice che manca sempre – Non è la prima volta che l’Italia perde un adolescente in un contesto legato alla scuola: nel 2022 erano morti così, a distanza di pochi mesi, Lorenzo Parelli e Giuliano De Seta, entrambi durante percorsi di alternanza scuola-lavoro. Da allora il dato è sempre peggiorato: negli ultimi 5 mesi sono ben 10 le vittime.

Gli Open Data INAIL provvisori di recentissima pubblicazione continuano a raccontare l’aumento degli infortuni ai danni dei nostri studenti di ogni ordine e grado. Considerando i primi cinque mesi dell’anno in corso, l’INAIL ha ricevuto ad oggi 47.748 segnalazioni, un aumento pari al 5,7% rispetto alle 45.159 denunce che hanno contraddistinto i primi cinque mesi del 2025. Tra queste, dieci sono riferite a casi con esito mortale. Dieci studenti sono morti per ragioni collegate ad attività formative, scolastiche o nel tragitto casa-lavoro-casa. Non abbiamo informazioni specifiche riguardo questi dieci giovani periti nello svolgimento del loro percorso formativo, possiamo confrontarli con lo stesso dato dello scorso anno e relativo allo stesso arco temporale, quando a morire furono otto. Sappiamo, però, genericamente che il 97% dei casi denunciati è stato registrato in occasione delle attività scolastiche e (solo) il 3% nel tragitto in itinere.

Fonte: In cinque mesi, dieci studenti sono morti durante attività di apprendimento formativo. Lo scorso anno furono otto. (ANMIL)

Il caso di Fabrizio è diverso: si tratta infatti di un lavoro estivo scelto, non uno stage imposto dalla scuola. La sostanza non cambia: un neomaggiorenne, poca esperienza, mansioni pericolose, formazione da verificare, una morte inaccettabile. Cambia la cornice normativa, non il rischio a cui viene esposto chi ha diciotto anni e un curriculum ancora da scrivere.

Chiudere il cerchio – In un recente post su decreti sicurezza e capri espiatori la morte di Fabrizio compariva come una riga sola, buttata lì per contrasto. Meritava di più, perché racconta meglio di tante analisi dove va davvero l’attenzione di questo governo: sei decreti sicurezza in quattro anni per inseguire minorenni in tuta da ginnastica, e un ispettorato del lavoro che aspetta il 2028 per arrivare a un organico già insufficiente sulla carta. Si può sorvegliare tutto, a quanto pare, tranne il muletto che manovra un collega alle sei del mattino.


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