"Egemonia culturale" compare due volte, non una, nei Quaderni — e nessuna riguarda i media. Ricostruita con ampie citazioni la genealogia gramsciana: dirigente/dominante, Stato integrale, guerra di posizione.

domenicale 11 minuti di lettura

Qualche giorno fa, commentando il pezzo di Andrea Minuz su Il Foglio, scrivevo di come la destra di governo, nel tentativo dichiarato di “ribaltare l’egemonia culturale della sinistra”, abbia finito per rubare pezzi interi del lessico e del pantheon dell’avversario storico — Gramsci compreso — pur di darsi un’autorità culturale che da sola non riesce a costruire. Quel pezzo restava però sul terreno della cronaca politica, senza risalire fino alla fonte.

Vale la pena farlo ora, perché la fonte riserva una sorpresa che nessuno dei contendenti, di destra o di sinistra, sembra aver notato: l’espressione “egemonia culturale”, diventata negli ultimi decenni una specie di passe-partout polemico buono per ogni stagione politica, compare nella sterminata mole dei Quaderni del carcere soltanto due volte con questa esatta formulazione — e nessuna delle due riguarda la Rai o i giornali nel senso in cui li intendiamo oggi. Ricostruire come Gramsci sia arrivato a quel concetto — passando per il rapporto fra dominio e direzione, per lo Stato integrale, per gli intellettuali organici, per la guerra di posizione — significa restituire complessità a una parola che l’uso politico quotidiano ha consumato fino a renderla quasi vuota.

Vale la pena partire da dove il pensiero di Gramsci oggi si può davvero incontrare: il progetto di digitalizzazione I Quaderni del Carcere, che dal 2013 rende consultabile online, quaderno per quaderno e paragrafo per paragrafo, l‘edizione critica curata da Valentino Gerratana per Einaudi nel 1975 — ancora oggi il testo di riferimento per chiunque voglia accostarsi ai Quaderni con rigore filologico, come confermato dallo stesso curatore del sito, Alberto Soave, rispondendo ai lettori che si informano sull’edizione utilizzata. A questa cura filologica si è affiancata negli anni una tutela della memoria materiale: la Casa Museo Gramsci di Ghilarza, dove il futuro fondatore del Partito Comunista d’Italia trascorse l’infanzia, è stata promossa a monumento nazionale, come ha raccontato Guido Liguori su il manifesto nell’articolo “L’opera prima di Nino”.

Dominio e direzione: un dualismo che precede il potere

Il primo passo per capire l’egemonia gramsciana è distinguerla nettamente dal semplice dominio. Nel Quaderno 19, Gramsci formula quella che resta probabilmente la definizione più citata di tutto il suo pensiero politico:

«Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere e anche se lo tiene fortemente in pugno, esso diventa dominante ma deve continuare ad essere anche “dirigente”».

La forza di questa frase sta nella sequenza temporale che impone: non si conquista il potere e poi, eventualmente, si convincono le masse; si convincono prima le masse, attraverso la direzione intellettuale e morale, e solo allora la conquista del potere diventa possibile e soprattutto duratura. Un partito o una classe che arrivasse al governo senza aver prima costruito questo consenso diffuso resterebbe dominante senza mai diventare davvero egemone — una distinzione che, di per sé, dovrebbe bastare a smontare l’uso disinvolto che se ne fa quando si tratta l’egemonia come un interruttore che si accende semplicemente occupando qualche poltrona.

Lo Stato integrale: quando la società civile diventa terreno di lotta

Da questa distinzione discende una delle innovazioni teoriche più radicali di Gramsci: l’ampliamento del concetto stesso di Stato. Contro la tradizione liberale, che riduce lo Stato all’apparato di coercizione legale (polizia, esercito, tribunali, burocrazia, quella che Gramsci chiama “società politica”) Gramsci propone la formula dello Stato integrale, in cui lo Stato in senso ampio coincide con la somma di società politica e società civile, quest’ultima intesa come il reticolo di organismi apparentemente “privati” — scuole, chiese, sindacati, stampa — in cui si formano le visioni del mondo che diventano senso comune diffuso.

È in questo quadro che Gramsci, nel Quaderno 6, conia una delle formule più dense di tutta la sua opera: l’egemonia, scrive, è sempre «corazzata di coercizione». Non un’alternativa alla forza, dunque, ma il suo completamento necessario: uno Stato che pretendesse di reggersi sulla sola coercizione, senza alcun consenso diffuso nella società civile, sarebbe strutturalmente fragile; uno Stato che pretendesse di reggersi sul solo consenso, senza alcuna riserva coercitiva, sarebbe altrettanto instabile.
L’egemonia reale vive sempre di questa doppia natura.

Gli intellettuali: i funzionari dell’egemonia

Se la società civile è il terreno su cui si costruisce il consenso (ed in questo senso rimando anche ad un altro post, sul rapporto democrazia vs. consenso), qualcuno deve pur occuparsi di coltivarlo, ed è qui che entra in scena una delle categorie più originali di Gramsci: gli intellettuali, intesi non come una casta separata ma come una funzione sociale specifica. Nel Quaderno 12 Gramsci parte da una premessa che ancora oggi spiazza chi la legge per la prima volta: «tutti gli uomini sono intellettuali», nel senso che ogni essere umano esercita, in qualche misura, un’attività intellettuale e una certa concezione del mondo — ma non tutti, aggiunge subito, hanno nella società la funzione di intellettuali.

Da qui la distinzione fra due tipi: gli intellettuali “tradizionali” — il clero, i letterati, i filosofi di scuola classica — che si percepiscono come autonomi e indipendenti dai rapporti di forza reali, legati com’erano a formazioni sociali precedenti ormai superate; e gli intellettuali “organici”, che ogni nuova classe sociale emergente produce direttamente dal proprio interno — tecnici, dirigenti d’azienda, intellettuali di partito, organizzatori sindacali — con il compito specifico di dare a quella classe omogeneità, consapevolezza di sé, capacità di dirigere non solo la propria area di interesse immediato ma l’intera società. È attraverso l’azione quotidiana di questi intellettuali, tradizionali e organici insieme, che l’egemonia si costruisce e si mantiene, un’istituzione e un rapporto sociale alla volta.

La guerra di posizione: perché l’Occidente non è la Russia del 1917

C’è un ultimo tassello teorico, forse il più politicamente urgente per Gramsci mentre scrive dal carcere, ed è la riflessione sulla strategia rivoluzionaria in Occidente. Nel Quaderno 7 Gramsci traccia una distinzione che nasce direttamente dal bilancio critico della rivoluzione russa: in Oriente — la Russia zarista del 1917 — lo Stato “era tutto”, mentre la società civile si presentava “primordiale e gelatinosa”, priva di consistenza autonoma; per questo lì era bastato un assalto frontale, una “guerra di movimento”, per far crollare l’intero edificio del potere.

In Occidente, scrive Gramsci, la situazione è rovesciata: fra Stato e società civile esiste un rapporto organico e stratificato, per cui lo Stato è soltanto “una trincea avanzata”, dietro la quale si estende “una robusta catena di fortezze e di casematte— un sistema fitto di istituzioni culturali, educative, religiose, associative che rende impossibile la conquista del potere con un solo colpo. Da qui la necessità di una “guerra di posizione”: una battaglia lenta, logorante, condotta trincea per trincea dentro la società civile, per costruire quella che Gramsci chiama una “controegemonia” prima ancora di puntare alla conquista formale delle istituzioni statali. Un rapporto di ricerca recente di Paolo Ferrario, pubblicato su Mappe SER, ha mostrato come questa mappa di “trincee e casematte” resti sorprendentemente utile per leggere anche i moderni servizi alla persona come terreno di costruzione del consenso sociale.

Il dettaglio che spiazza tutti: due sole comparse, e nessuna delle due è quella che si crede

Ed eccoci al punto che complica, più di ogni altro, l’uso politico corrente dell’espressione. Una tesi molto citata nella pubblicistica recente — la si legge, fra gli altri, in un intervento dello storico delle dottrine politiche Giuseppe Vacca ripreso da più testate nel 2021 e ancora quest’anno — sostiene che nei Quaderni del carcere l’espressione esatta “egemonia culturale” ricorra una volta sola, nel paragrafo 3 del Quaderno 29, un quaderno tardo, databile al 1935, dedicato non alla teoria politica generale ma a un tema apparentemente più tecnico, la linguistica, e intitolato per l’appunto “Focolai di irradiazione di innovazioni linguistiche nella tradizione e di un conformismo nazionale linguistico nelle grandi masse nazionali”. Riporto il passo per intero:

«Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale».

Verificando il testo direttamente sull’archivio digitale dei Quaderni, però, quella tesi non regge fino in fondo: l’espressione compare almeno un’altra volta, nel Quaderno 9, paragrafo 132, in un contesto del tutto diverso — non la lingua di un singolo paese, ma il rapporto fra le nazioni. Gramsci vi si chiede, testualmente:

«È ancora possibile, nel mondo moderno, l’egemonia culturale di una nazione sulle altre? Oppure il mondo è già talmente unificato nella sua struttura economico-sociale, che un paese, se può avere “cronologicamente” l’iniziativa di una innovazione, […] la perde rapidamente]».

Il paragrafo, incentrato su Dante, sulla musica, sulle arti figurative e sul carattere cosmopolita di certi linguaggi artistici, discute se un singolo paese possa ancora, nell’epoca dell’economia mondiale integrata, esercitare un primato culturale duraturo sugli altri, o se ogni innovazione culturale si diffonda ormai troppo in fretta perché una simile egemonia nazionale abbia il tempo di consolidarsi. Sono due domande diverse, poste a distanza di anni e in quaderni diversi — una sulla costruzione linguistica interna a una nazione, l’altra sul primato culturale fra nazioni — e questo, più che smentire la tesi di una comparsa rara e mirata, la rafforza in una forma più precisa: mai una, ma nemmeno la generica “battaglia per l’egemonia nei media” a cui il dibattito pubblico la riconduce oggi.

Restando al Quaderno 29, Gramsci vi elenca anche sette “focolai di irradiazione” attraverso cui una lingua — e con essa una cultura — si impone progressivamente sulle masse, in un processo che definisce “molecolare”: la scuola e l’università; i giornali e la stampa periodica; gli scrittori d’arte e quelli popolari; il teatro e il cinematografo sonoro, appena diffuso all’epoca in cui scrive; la radio; le riunioni pubbliche di ogni tipo, comprese quelle religiose; e infine, forse la più sottile, i rapporti di “conversazione” fra i diversi strati della popolazione, più e meno colti, attraverso cui una lingua si standardizza lentamente nella vita quotidiana. È una lista che anticipa con notevole precisione l’elenco dei mezzi con cui oggi si discute di egemonia culturale in senso mediatico, solo che nel testo originale non riguardava la battaglia delle idee in senso generico, ma il problema specifico e circoscritto di come una lingua nazionale unitaria si costruisce a partire da un arcipelago di dialetti locali.

Il punto non è cavillare sulla filologia per il gusto di farlo: è che la genealogia stessa del termine, comprese le sue imprecisioni più citate, racconta qualcosa di importante sul suo significato. Gramsci non ha mai scritto un trattato sistematico intitolato “L’egemonia culturale”: ha costruito, nell’arco di oltre trent’anni di riflessione politica e di un decennio abbondante di scrittura carceraria, un concetto più ampio e meno etichettabile — l’egemonia tout court, come direzione intellettuale e morale che precede e sostiene il dominio — di cui la formula “culturale” resta, nei suoi stessi appunti, un’applicazione puntuale a due problemi specifici e circoscritti — la lingua dentro una nazione, il primato fra nazioni — non la sua definizione generale.

Chi oggi la usa come sinonimo di controllo dei media o delle nomine istituzionali sta allargando, di parecchio, un concetto che nelle sue rarissime comparse letterali era assai più mirato di quanto la vulgata, comprese le sue stesse ricostruzioni filologiche più diffuse, lasci credere.

Ripercorrere questa genealogia, dal dualismo dirigente/dominante del Quaderno 19, allo Stato integrale del Quaderno 6, agli intellettuali organici del Quaderno 12, alla guerra di posizione del Quaderno 7, fino alle due sole comparse letterali dell’espressione esatta, nel Quaderno 9 e nel Quaderno 29, non serve a squalificare l’uso moderno del termine, ma a restituirgli la complessità che il dibattito pubblico gli ha tolto.

L’egemonia gramsciana non è un bottone che si preme occupando una direzione editoriale o vincendo un concorso pubblico: è un processo lento, materiale, che attraversa la scuola, la lingua, le conversazioni quotidiane, prima ancora di attraversare i palazzi del potere.

Chi la invoca come una spiegazione a portata di slogan, di qualunque colore politico sia, dimostra soprattutto di non averla letta fino in fondo.


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