Oggi, 6 settembre, mentre sto scrivendo, l’Alternative für Deutschland (AfD) ha ottenuto in Sassonia-Anhalt il miglior risultato mai raggiunto da un partito di estrema destra in un’elezione regionale tedesca: il 44,5% secondo la prima proiezione Ard-Infratest dimap, oltre venti punti in più rispetto al 2021. La Cdu del presidente uscente Sven Schulze, partito dello stesso cancelliere Friedrich Merz, crolla al 18,5%, il suo peggior risultato nella storia del Land.
Per l’Spd si profila un umiliante 8%; i Verdi si fermano al 9%, la Linke al 9,5%, l’Alleanza di Sahra Wagenknecht resta sul filo della soglia di sbarramento al 5%. Il candidato di Afd, Ulrich Siegmund, ha commentato senza mezzi termini: “non si può già dire alle 18 di stasera se sarò ministro presidente, ma abbiamo già scritto la storia”.
La vera domanda, come nota Linkiesta, non è più chi abbia vinto, ma se Afd possa davvero governare. Siegmund aveva posto la maggioranza assoluta dei seggi come condizione per la propria candidatura a governatore, respingendo ogni ipotesi di coalizione; tutti gli altri partiti, dal canto loro, escludono da anni qualunque accordo con l’estrema destra, secondo la regola non scritta che i tedeschi chiamano Brandmauer, il “muro tagliafuoco”.
Quella regola ha retto finché è stato possibile costruire maggioranze senza Afd: con un partito sopra il 40%, diventa molto più complicato, e la pressione sulla Cdu cresce di pari passo con i consensi del partito di Alice Weidel, che a livello federale viene dato dai sondaggi fra il 27 e il 29% in vista delle elezioni del Bundestag del 2029.
Non è un dettaglio simbolico: la Sassonia-Anhalt conta 2,1 milioni di abitanti, poco più della Calabria, ma nel sistema federale tedesco i governi regionali dispongono di poteri ampi su scuola e polizia, gestiscono parte delle politiche migratorie e partecipano alla legislazione nazionale attraverso il Bundesrat. Un governo Afd a Magdeburgo significherebbe ministeri da dirigere, bilanci da amministrare, centinaia di nomine su cui esercitare influenza: la prima base istituzionale reale da cui preparare la corsa alla cancelleria in vista delle elezioni federali del 2029, alla fine della legislatura guidata da Merz.
Fino a oggi l’isolamento ha paradossalmente protetto Afd, che non ha mai dovuto amministrare un Land e non ha mai pagato il prezzo politico di una decisione impopolare, restando un contenitore di protesta pura senza il logoramento che comporta l’esercizio reale del potere. Tutto questo, da stasera, potrebbe cambiare: un partito che controlla la polizia regionale e i programmi scolastici non è più soltanto una voce di opposizione nei talk show, è un’amministrazione con effetti materiali immediati sulla vita di due milioni di persone.
Per il cancelliere Friedrich Merz si tratta di una sconfitta politica difficile da circoscrivere al solo livello regionale: la campagna elettorale era stata interpretata fin dall’inizio come un test sulla capacità della Cdu di arginare l’ascesa di Afd anche a livello federale, e un crollo di quasi venti punti smentisce clamorosamente quella strategia di contenimento. La domanda che si pone ora la stampa tedesca è se la Brandmauer possa reggere ancora a lungo di fronte a un partito che, in un intero Land, ha semplicemente doppiato il primo partito di governo.
L’Europa divisa fra l’onda nera e l’ultimo faro
Se si allarga lo sguardo al resto del continente, il risultato di Magdeburgo si inserisce in una mappa che si sta rapidamente polarizzando fra un’onda nera in avanzata e pochissimi argini rimasti in piedi. Fra i ventisette Stati membri dell’Unione, oggi restano solo due governi guidati da un socialdemocratico: quello spagnolo di Pedro Sánchez e quello danese di Mette Frederiksen. Sánchez lo sa bene e da mesi si è intestato il ruolo di ultimo faro progressista d’Europa, chiamando a raccolta le forze di sinistra su entrambe le sponde dell’Atlantico: al summit Unione europea-Celac di Santa Marta, in Colombia, si è confrontato con Lula, con il presidente uruguaiano Yamandú Orsi, con il cileno Gabriel Boric, definendo il movimento internazionale di estrema destra “ben organizzato” ma con “segni di esaurimento”.

Sánchez non è un leader qualunque nel panorama europeo: è stato fra i capi di governo occidentali più espliciti nel definire “genocidio” l’offensiva israeliana a Gaza, ha riconosciuto lo Stato palestinese, ha criticato apertamente l’uso unilaterale della forza nella politica estera occidentale — posizioni che gli hanno guadagnato, presso una parte dell’opinione pubblica europea, la reputazione di raro statista coerente.
Il problema è che, in casa propria, è tutt’altro che in una posizione di forza.
Il partito popolare di Alberto Núñez Feijóo si è spostato a destra per arginare l’emorragia di consensi verso Vox — votando insieme all’estrema destra europea sull’espulsione degli irregolari, ammorbidendo la posizione sul clima — mentre Vox continua a crescere, specialmente fra i più giovani: fra i 18 e i 34 anni, il 40% degli uomini dichiara che lo voterebbe. I sondaggi più recenti danno Pp e Vox insieme oltre i 190 seggi su 350, una maggioranza assoluta che porterebbe per la prima volta l’estrema destra al governo in Spagna.
A pesare sono il costo della vita, la crisi degli alloggi, gli scandali giudiziari che coinvolgono il fratello e la moglie dello stesso premier. Eppure l’economia spagnola cresce quasi il doppio della media dell’eurozona: un paradosso che dice qualcosa di più ampio sul modo in cui, in Europa, il malcontento politico si sia in gran parte scollegato dagli indicatori macroeconomici.
Come si legge Ceuta, oggi
È in questo scenario che bisogna fare un esercizio e rileggere la crisi di Ceuta, esplosa fra il 30 e il 31 luglio scorsi, quando circa 60-70mila persone hanno attraversato in poche ore il confine fra il Marocco e l’exclave spagnola. Giorgia Meloni ha reagito sospendendo temporaneamente Schengen con la Spagna, ripristinando i controlli alle frontiere aeree e marittime con la giustificazione di prevenire “movimenti secondari” di migranti verso l’Italia — una misura poi prorogata più volte nel corso dell’agosto, con tanto di mediazione con Berlino per evitare uno strappo definitivo con Madrid.
Come ha notato Il Post già a caldo, la sospensione probabilmente sposta poco sul piano del controllo reale dei flussi: serve soprattutto a Meloni per posizionarsi sul fronte interno, mostrandosi ferma sull’immigrazione irregolare proprio mentre viene incalzata da destra dal nuovo partito di Roberto Vannacci, la cui parola d’ordine — “remigrazione” — punta esattamente all’elettorato più radicale che Meloni teme di perdere.

I numeri, del resto, raccontano una proporzione diversa da quella evocata nella crisi diplomatica: nei primi sei mesi del 2026 oltre 16mila migranti sono approdati in Grecia attraverso il Mediterraneo orientale, 15mila in Italia, poco più di 10mila in Spagna comprese le Canarie.
La Spagna, insomma, non è il principale punto di ingresso in Europa: è diventata il bersaglio simbolico di una crisi costruita più per il pubblico interno italiano che per la gestione reale dei flussi.
Non è un caso che, nella disputa, l’Italia abbia trovato sponda in un blocco di Stati — Finlandia, Repubblica Ceca, Svezia, Danimarca, Austria — accomunati da posizioni più rigide sull’immigrazione, mentre la presidenza di turno irlandese cercava di ricomporre la frattura in sede di Consiglio Giustizia e affari interni.
Il paradosso più istruttivo arriva dopo: la stessa linea muscolare sui confini, rivendicata da Roma come prova di sovranità nazionale, si è poi ritorta contro l’Italia quando cinque Paesi europei — inclusi proprio Finlandia e Svezia, alleati di Ceuta — hanno preteso che Roma rispettasse le regole di Dublino, rispedendo indietro i cosiddetti “dublinanti”: persone transitate sul territorio italiano prima di raggiungere il Nord Europa. La stessa retorica sui confini che serve a costruire consenso interno, quando applicata da altri contro l’Italia, diventa improvvisamente un problema da denunciare come ingiusto.
Tre episodi, la stessa lezione: in Sassonia-Anhalt l’estrema destra conquista per la prima volta le leve reali di un governo regionale tedesco; in Spagna l’ultimo argine socialdemocratico rimasto in piedi in Europa insieme alla Danimarca regge a fatica, eroso da un’estrema destra che cresce proprio fra i più giovani; a Ceuta, una crisi migratoria vera viene piegata a esigenze di consenso interno con una sproporzione fra allarme dichiarato e numeri reali che nessuno, alla fine, sembra avere davvero interesse a correggere.
L’Europa che emerge da questi tre fotogrammi non è tanto quella descritta dai flussi migratori effettivi, quanto quella disegnata dalla convenienza politica di chi, di volta in volta, ha bisogno di una crisi per giustificare la propria narrazione.
Il muro tagliafuoco tedesco, il faro socialista spagnolo, il ponte levatoio italiano: sono tutte metafore difensive, ed è forse questo il segnale più preoccupante di tutti — un continente che, ovunque si guardi, si racconta ormai soprattutto attraverso l’immagine di ciò che teme di veder crollare.
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