La prospettiva occidentale considera la Cina come un Paese culturalmente e politicamente arretrato, soltanto di recente uscito da una sorta di Medio Evo.
La realtà storica è ben differente: l’etichetta di “arretratezza” ignora che la Cina è stata la principale economia mondiale fino all’inizio del diciannovesimo secolo e nel corso del tempo è stata all’avanguardia nel campo dell’innovazione: in Cina sono state inventate la carta, la bussola e la polvere da sparo, solo per citare alcune innovazioni tecnologiche antiche essenziali. Ma soprattutto è stato uno dei Paesi più attenti allo “stato sociale”: secondo una massima di Mencio, discepolo di Confucio, dunque attivo nel V sec. a. C., “il popolo è prezioso, lo Stato è il secondo, il sovrano è leggero”, a testimoniare che il governo deve prendersi cura di tutti gli aspetti di benessere del suo popolo, dall’educazione al cibo, alla difesa dalle inondazioni, dalle carestie e dai cattivi raccolti. Si può dire che il Celeste Impero è stato per molti aspetti antesignano del welfare state affermatosi in Occidente soltanto nel XX secolo. La pietra angolare del buongoverno cinese, affermatasi proprio grazie all’azione di filosofi come Confucio, Mencio ed i loro discepoli, risiede nella capacità di garantire a tutti i mezzi fondamentali di sostentamento. E passa anche attraverso una attenta e meritocratica selezione del gruppo dirigente. Il declino della Cina (fra il XIX ed il XX secolo) coincide con l’imperialismo occidentale (Guerre dell’Oppio, concessioni territoriali), non con una presunta inferiorità culturale.
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