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Rileggere Gramsci per sfuggire alla trappola di Tucidide (Michele Prospero)

gramsci
Categoria fondamentali
Pubblicato il 4 Luglio 2026
Autore massideconca
Tempo di lettura 4 minuti

L’articolo di Michele Prospero, “Rileggere Gramsci per sfuggire alla trappola di Tucidide” (L’Unità del 4 luglio 2026), analizza il disordine mondiale contemporaneo — caratterizzato da una “Washington fuori di testa” e una “Londra acefala” — attraverso la lente della filosofia politica di Antonio Gramsci.

Prospero sostiene che, per orientarsi nel caos odierno e decifrare il tramonto dell’Occidente, la “vecchia officina gramsciana” sia più efficace delle analisi di Oswald Spengler, poiché indaga le fratture che hanno eroso l’egemonia politica europea fin dalla Grande Guerra.

Nel Tramonto dell’Occidente (1918-1922), Oswald Spengler propone una lettura radicalmente anti-progressista della storia. Rifiuta l’idea illuminista di un’unica storia umana che avanza linearmente verso il progresso, sostituendola con una visione pluralista e ciclica: non esiste “la” storia, ma tante storie parallele e incomunicabili, quelle delle grandi culture (egizia, babilonese, indiana, cinese, classica o “apollinea”, araba o “magica”, occidentale o “faustiana”), ciascuna un organismo autosufficiente dotato di un'”anima” propria, irriducibile alle altre. Ogni cultura, per Spengler, nasce, cresce, matura e muore seguendo un ciclo quasi biologico di circa mille anni, scandito da fasi analoghe alle stagioni: una “primavera” mitico-religiosa, un'”estate” di piena creatività spirituale e filosofica, un “autunno” razionalistico-illuminista e infine un “inverno”, che Spengler chiama “civiltà” (Zivilisation): la fase terminale, rigida e materialistica, in cui la creatività organica della cultura si irrigidisce in forme tecniche, urbane, imperiali. La distinzione fra Kultur (vitale, spirituale) e Zivilisation (il suo guscio esausto) è il cuore del sistema spengleriano.
La cultura occidentale, nata secondo Spengler attorno all’anno Mille e definita “faustiana” per la sua tensione verso l’infinito, sarebbe entrata nel proprio inverno storico fra Otto e Novecento: metropoli, denaro, tecnica, democrazia di massa destinata a cedere a forme di “cesarismo” autoritario, sul modello della tarda Roma. Il “tramonto” non è dunque un crollo improvviso, ma il compimento naturale e ineluttabile di un ciclo vitale già scritto nella morfologia della cultura stessa. Debitrice di Goethe (l’idea di forma organica) e di Nietzsche (la coppia apollineo-dionisiaco, qui ampliata con il “faustiano”), l’opera ebbe enorme risonanza nella Germania di Weimar, letta come diagnosi della crisi post-bellica, ma fu duramente criticata dagli storici di professione per il determinismo, le forzature empiriche e l’assenza di verificabilità delle sue analogie cicliche.

Prospero evidenzia come Gramsci abbia analizzato la sostituzione egemonica tra Gran Bretagna e Stati Uniti avvenuta dopo il 1914-18. Il punto cruciale è che il passaggio di leadership avvenne “senza armi” tra le due potenze: di fronte al “contraccolpo della prepotenza americana”, Londra fu obbligata a riconoscere la supremazia degli Stati Uniti per ragioni economiche e per la trasformazione del proprio impero (spinto dai movimenti nazionali nelle colonie). Prospero sottolinea che in questo processo Gramsci vede affiorare una “rivoluzione passiva”, dove i governi del capitalismo liberale devono adottare legislazioni sociali per gestire le tendenze del mercato mondiale.

Prospero approfondisce la nozione gramsciana di “sistema mondiale”, che esclude l’idea di uno Stato che eserciti una direzione monocratica assoluta. Il sistema è un “bilanciamento dinamico” di rapporti di potere asimmetrici, dove le potenze egemoni gestiscono il consenso e la coercizione attraverso trattati e organizzazioni internazionali. L’egemonia garantisce un “plusvalore economico-finanziario“, permettendo alla potenza dominante di imporre condizioni commerciali favorevoli, gestire i debiti internazionali e favorire l’integrazione dei propri capitali all’estero.

Secondo Prospero va sottolineata la lungimiranza di Gramsci nel prevedere, già nei Quaderni, che il centro del mondo si sarebbe spostato dall’Atlantico al Pacifico: Gramsci ipotizzava che se Cina e India fossero diventate nazioni moderne con grandi masse di produzione industriale, l’equilibrio mondiale sarebbe mutato drasticamente, rompendo la dipendenza europea e spostando la riva dell’economia moderna verso il Pacifico.

Il commento finale e più politico di Prospero riguarda la possibilità di evitare lo scontro bellico tra potenze: oggi, di fronte a un nuovo ordine mondiale che incombe e a gerarchie inedite tra centro e periferia, la “trappola di Tucidide” (lo scontro inevitabile tra una potenza dominante e una emergente) può essere evitata. Prospero conclude che spetta alla potenza egemone attuale decidere se seguire il “precedente inglese” — ovvero accettare il cambio di leadership facendo tacere le armi — o precipitare il mondo nel conflitto.

In sintesi, il commento di Prospero suggerisce che Gramsci non è solo un classico del marxismo, ma un analista delle relazioni internazionali i cui concetti di “rivoluzione passiva” e “sistema egemonico” offrono una via d’uscita intellettuale alla logica della guerra totale


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