Gli spomenik sono luoghi di transizione, di passaggio, sono delle macchine del tempo che raccontano il passato, ma che vengono direttamente dal futuro.

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Molto spesso non sono indicati, ancora più spesso sono abbandonati a loro stessi, in cima ad una collinetta o nascosti fra erbacce incolte e piante orami non più giovani. Le stesse indicazioni per raggiungerli, targhe in metallo arrugginite e con la vernice scrostata, non offrono grandi aiuti a chi li cerca in quelle zone dove anche il campo del telefono e dei navigatori è un lontano.

Poi all’improvviso il paesaggio si apre, la strada si schiude e si vede una sagoma che, con delle forme strane, linee e volumi dall’aspetto non ordinario, si staglia occupando tutto lo spazio del cielo. Succede così a Podgarić quando si arriva al Monumento alla rivoluzione del popolo della Moslavina (Spomenik Revolucije Naroda Mosalvine), un architrave in cemento che aumenta di dimensione grazie a un paio di ali, anch’esse in cemento. Si tratta di un monumento che ricorda i soldati che sacrificarono la loro vita per la libertà e l’indipendenza della Moslavina uccisi fra il 1941 ed il 1945, durante il periodo dell’occupazione nazifascista, pensato e realizzato da Dušan Džamonja: più che un monumento è un’entità che ti osserva, che custodisce il passato, ma con le sue ali lancia la Jugoslavia, l’idea della libertà e unità del popolo jugoslavo, nel futuro. Sembra brutto e rozzo, ma con la sua dissimulata staticità racconta bene le sorti della Jugoslavia. Almeno questa è l’idea che Tito in persona aveva espresso a Džamonja: “Io non amo l’arte astratta, ma questa sua opera parla molto bene della nostra rivoluzione”. Dopo di che chiese, ed ottenne, un modellino delle ali della libertà per la sua casa zagabrese.


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