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Il racconto si sviluppa per immagini e piani temporali, diventa un canto poetico e crudo, di rabbia e speranza, di meraviglie e sconforti: un vero e proprio reportage che mette al centro la guerra e le sue assurdità, con uno sguardo allargato a tutte le guerre, quelle passate e quelle contemporanee.

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Un mese dopo l’omicidio di Sarajevo, anche Trieste piomba nel dramma della Prima guerra mondiale: con un feroce entusiasmo giovani e meno giovani assaltano i treni per dirigersi a Vienna. L’ultimatum a Belgrado è stato mandato, ma la risposta è negativa: si va in guerra, una dopo l’altra.

La Russia corre in aiuto dei fratelli slavi, poi la Francia e l’Inghilterra entrano nel conflitto, chi per un motivo, chi per un altro motivo. Dopo quasi un anno tocca anche all’Italia: molti saranno inviati a morire nella regione della Galizia, altri invece sul fronte con l’Austria. Di fronte all’avanzata delle truppe di Cadorna fra Trieste e Lubiana, l’Impero austro-ungarico richiama a combattere giovani soldati ancora in addestramento, e fra questi ci sono anche i ragazzi del 97° reggimento, un esercito formato per lo più da giovani triestini. L’esercito italiano minaccia di arrivare in poco tempo a Zagabria, perciò i soldati del 97° reggimento spianano le linee costringendo gli italiani ad uscire allo scoperto, ma è tutto inutile: in poco tempo e con poco sforzo, sono fatti a pezzi dall’artiglieria della Terza Armata. Il loro sacrificio, ancora oggi, è considerato un’infamia al popolo italiano: degli italiani, dei triestini, che hanno ignorato il richiamo della Patria ed hanno combattuto contro altri italiani al soldo dell’impero germanico. Eppure ci sono nonne, donne anziane, che ancora oggi, mentre la memoria dei soldati triestini è infangata e profanata a San Michele, ricordano il sacrificio dei ragazzi del 97° reggimento, uccisi dell’assurdità della guerra.


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