“Stanton Wood”, la scuola di Steve, non ha una lista d’attesa: ha una lista di respinti. È un istituto-convitto nella campagna inglese, ambientato a metà anni Novanta, che accoglie ragazzi che ogni altra scuola del sistema ha già rifiutato per motivi disciplinari. Il film , distribuito su Netflix pochi mesi fa, con Cillian Murphy nel ruolo del preside, non la presenta come un’opzione tra le tante: è definita da chi ci lavora “l’ultima possibilità”. Il che significa una cosa precisa, e più inquietante di quanto sembri a prima vista: oltre quell’edificio scrostato, con i fondi scarsi e il personale ridotto all’osso, per quei ragazzi non c’è nient’altro. Non un’altra scuola, non un altro programma, non un’altra rete. Se Stanton Wood chiude, quei ragazzi non “cambiano istituto”: escono dal perimetro di qualunque cosa lo Stato abbia ancora deciso di offrire loro.
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Il baluardo che regge solo perché qualcuno si ammala per tenerlo in piedi – Steve mette in scena meglio di qualsiasi altro film una dura riflessione sulla scuola pubblica: non racconta un’istituzione che funziona male, racconta l’ultimo argine prima del vuoto istituzionale, e mostra che quell’argine regge non per un impegno collettivo e per un investimento mirato e consapevole dello Stato, ma per l’ostinazione delle persone che lavorano nell’Istituto. Steve combatte per impedire la chiusura imminente della scuola mentre la propria salute mentale si sgretola sotto lo stesso peso: è logorato dalla realtà contro la quale sta lottando. Il film lascia intendere con chiarezza che quando lo Stato smette di investire in una funzione di questo tipo, quella funzione non scompare: si trasferisce sul corpo e sulla testa di chi ci lavora. Il preside non è un eroe, è “un uomo stanco” che tenta, si dice nelle recensioni, “con le unghie e con i denti” di non far crollare l’ultimo rifugio di ragazzi abbandonati. Ad aggravare la giornata, una troupe televisiva che documenta l’istituto: la società esterna si accorge di “Stanton Wood” solo quando c’è una storia da raccontare, mai quando c’è un bilancio da approvare. È attenzione mediatica, è showbusiness, non investimento.
Dentro questa cornice si muove Shy, uno degli studenti, alle prese con la propria violenza, il proprio dolore, e quella che le recensioni descrivono come “l’idea, ancora distante, di un futuro possibile”. Non è un dettaglio narrativo: è la posta in gioco resa visibile. Se il baluardo tiene, quel futuro resta un’ipotesi percorribile. Se il baluardo cade, per una scelta economica, per un taglio, per una chiusura, per l’ennesimo anno di fondi insufficienti, quell’idea di futuro non si allontana: sparisce insieme all’istituzione che la teneva in vita.


Lo stesso argine, in altre lingue e altri decenni – Lo stesso schema di Steve si ripete, con costanza sospetta, in contesti diversi. In Detachment, la scuola di Henry Barthes non è l’ultima possibilità dichiarata, ma lo è di fatto per alcuni dei suoi studenti: una ragazza di nome Erica, senza famiglia alle spalle, trova nell’edificio decrepito l’unico riparo rimasto, mentre l’istituto stesso è sotto minaccia di chiusura per risultati insufficienti nei test, la stessa scuola che dovrebbe fare da argine viene giudicata, e punita con altro disinvestimento, proprio per gli effetti della mancanza di risorse. In La Scuola di Luchetti l’argine è più defilato ma c’è: dietro le battute sugli studenti “nati per zappare” e il soffitto che rischia di crollare, l‘istituto tecnico resta comunque l’unico luogo che tiene insieme, ogni giorno, ragazzi che il sistema economico ha già in gran parte scartato dal proprio orizzonte di aspettative. In Freedom Writers, l’argine ha un nome diverso (integrazione forzata post rivolte di Los Angeles), ma la sostanza non cambia: senza i libri che la professoressa compra di tasca propria, senza le ore extra non retribuite, l’aula 203 smette di essere un argine e torna a essere solo un contenitore.
Perché l’argine per chi ha meno è sempre il più scoperto – Questi film, messi insieme per una mia scelta empirica, presentano una realtà sociale e politica difficili da ignorare: la funzione di argine contro l’emarginazione è quasi sempre la più povera di risorse, non per caso ma per meccanismo. Chi beneficia di una scuola come “Stanton Wood”, o dell’aula 203 di Erin Gruwell, è per definizione chi ha meno voce politica ed economica per reclamare investimento, si tratta spesso di famiglie senza rappresentanza, ragazzi già etichettati come “difficili”, territori senza lobby. Il risultato è un paradosso rovesciato al quale non bisogna però rassegnarsi:
l’istituzione con la funzione sociale più urgente riceve sistematicamente le risorse più scarse, mentre un’offerta educativa privata selettiva, pensata per chi può permettersi di non aver bisogno di un argine, cresce parallelamente, ben finanziata, per chi la domanda del baluardo non se la pone nemmeno.
Non è un problema di scarsità assoluta: sono le stesse economie che, quando serve altro, trovano miliardi per guerre, per finanziare aziende private, per fare dumping allo stato sociale. È una scelta su quale funzione pubblica merita di reggersi sulla dedizione personale di un preside allo stremo, e quale no. Il rapporto OCSE Education at a Glance lo misura in salari reali, in calo strutturale in più paesi contemporaneamente; il cinema lo misura in un uomo che si ammala per tenere aperta la porta di un edificio che nessuno vuole davvero finanziare. I film qui richiamati rappresentano la stessa storia, raccontata diverse volte, in lingue diverse e ogni volta l’argine tiene solo finché qualcuno accetta di pagarne il prezzo al posto dello Stato.
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