↑

Ieri e oggi CGIL al tavolo con 14 enti datoriali. In contemporanea in piazza per le firme su appalti e sanità: due modi di fare democrazia sul lavoro.

sindacato 5 minuti di lettura

Ieri e oggi, mercoledì 29 e giovedì 30 luglio, CGIL, CISL e UIL siedono per la prima volta al tavolo vero con le quattordici principali associazioni datoriali del settore privato: è l’apertura formale della trattativa per un nuovo accordo quadro sulle relazioni industriali, dopo che l’Assemblea generale della CGIL ha confermato il mandato a proseguire il negoziato sulla piattaforma inviata alle controparti il 17 giugno.

Sul tavolo ci sono rappresentanza, salari, sicurezza, formazione, innovazione tecnologica, cinque materie che, se l’accordo arriva davvero, ridisegnano il modo in cui si contratta il lavoro in Italia da qui in avanti.

Il tavolo che finalmente si apre

Ci sono voluti quasi due mesi per arrivare a oggi. Il 17 giugno CGIL, CISL e UIL avevano varato la piattaforma unitaria; il 7 e il 10 luglio quattordici associazioni datoriali — Confindustria, Confcommercio, Confartigianato, ABI e le altre — avevano firmato un’intesa tra loro stesse sui criteri per misurare la propria rappresentanza, un passaggio preliminare più che un accordo con il sindacato. Da lì, secondo le cronache di categoria, il ritardo non è stato politico ma logistico: mettere d’accordo le agende di quattordici presidenti e altrettanti responsabili delle relazioni industriali. Ora che il confronto è nel vivo, Collettiva lo descrive come un passaggio che potrebbe ridisegnare l’intero sistema della contrattazione collettiva italiana. Se Bombardieri, segretario della UIL, ritiene che ci siano le condizioni per un accordo e per Marchesini, vicepresidente di Confindustria, resta l’apertura cauta di un mese fa, va ricordato, per onestà, che qualunque intesa dovrà passare anche dal voto dei lavoratori: la CGIL ha già annunciato che sottoporrà l’eventuale accordo a consultazione.

Prima di continuare

Se pensi che l’uomo sia un animale politico e tutto sia politica, troverai post interessanti.

esplora questa sezione →

Un’email quando c’è qualcosa da dire. Nessun rumore.

Prima di continuare

Se pensi che il sindacato sia un presidio costituzionale di democrazia, sei nel posto giusto.

Approfondisci →

Un’email quando c’è qualcosa da dire. Nessun rumore.

Prima di continuare

Se pensi che il lavoro ed il sindacato siano fondamentali in una democrazia — ne scrivo regolarmente.

Iscriviti alla newsletter →

Un’email quando c’è qualcosa da dire. Nessun rumore.

Le firme come secondo binario: appalti, sicurezza, lotta al malaffare – Mentre il tavolo istituzionale si apre solo ora, la CGIL lavora da maggio su un binario parallelo, quello della democrazia diretta: due leggi di iniziativa popolare, depositate in Cassazione il 27 aprile, per cui servono 50mila firme ciascuna. La prima, “Io firmo per stesso lavoro, stesso contratto”, interviene esattamente dove il tavolo sui contratti pirata rischia di arrivare tardi o di arrivare debole: punta a eliminare la giungla degli appalti e dei subappalti, terreno storico di sfruttamento e di infortuni, introducendo la responsabilità solidale del committente lungo tutta la filiera e l’obbligo di applicare ai lavoratori in appalto lo stesso contratto collettivo del committente principale. Non è solo una misura salariale: è una misura etica, civile e morale, contro il malaffare vero e proprio. Maurizio Landini, al lancio della campagna, ha parlato esplicitamente della “logica dell’appalto, del subappalto e della finta cooperativa” (le cooperative fittizie) sono uno degli strumenti più collaudati, in Italia, per aggirare contratti, evadere contributi e, non di rado, infiltrare capitali di provenienza opaca nella filiera degli appalti pubblici. Legare la sicurezza sul lavoro alla responsabilità solidale del committente non è quindi solo tutela del salario: significa disinnescare uno dei meccanismi strutturali attraverso cui il malaffare si annida nel lavoro appaltato.

La sanità pubblica come investimento, non solo come diritto

La seconda proposta, “Io firmo per il diritto alla salute”, merita una lettura che vada oltre lo slogan. Non chiede solo di difendere un principio costituzionale astratto: punta a rafforzare un Servizio sanitario nazionale eroso dalle disuguaglianze territoriali e dalle difficoltà di accesso ai servizi per una parte crescente della popolazione. Letta in chiave di politica economica, è un argomento sull’investimento sociale: una sanità pubblica che funziona non è un costo da contenere, ma un’infrastruttura che tiene dentro il perimetro dei diritti chi altrimenti ne resterebbe escluso, esattamente come un servizio scolastico pubblico che funziona è l’argine che tiene dentro chi il mercato, da solo, lascerebbe fuori. Il bilancio delle prime giornate di raccolta (110 Camere del lavoro coinvolte, 1.300 assemblee, oltre 58mila partecipanti attivi nella sola fase di avvio) mostra che il tema non è percepito come tecnico, ma come una scelta su chi la società decide di includere.

Democrazia, coscienza, partecipazione: l’antidoto al lavoro alienante

C’è un filo che tiene insieme il tavolo di questi due giorni e le firme raccolte nelle piazze da maggio, ed è più interessante della cronaca sindacale in sé: sono entrambi tentativi di reintrodurre partecipazione democratica in due ambiti — il posto di lavoro e la sanità pubblica — che la logica tecnocratica e di mercato tende a sottrarre alla decisione collettiva. La piattaforma unitaria misura la rappresentanza sindacale combinando iscritti e voti delle elezioni RSU: non è un dettaglio tecnico, è la differenza tra una rappresentanza calata dall’alto e una legittimata dal voto diretto dei lavoratori nei propri luoghi di lavoro. Le leggi di iniziativa popolare, dal canto loro, sono “uno degli strumenti più autentici di democrazia diretta” previsti dalla Costituzione: cinquantamila firme bastano a costringere il Parlamento a discutere un testo che nasce dal basso, non da un ministero.

Marx chiamava alienazione la condizione di chi lavora senza avere alcun controllo sulle decisioni che riguardano il proprio lavoro, un’attività imposta dall’esterno invece che scelta, subita invece che governata. Gramsci, dai consigli di fabbrica dell’Ordine Nuovo, e più tardi André Gorz, nella distinzione tra lavoro eteronomo e attività autonoma, hanno provato a immaginare cosa significhi rovesciare quella condizione: non l’abolizione del lavoro salariato dall’oggi al domani, ma la costruzione di spazi (un consiglio di fabbrica, un’elezione RSU, una legge scritta e firmata da chi la subirà) in cui chi lavora smette di essere oggetto di decisioni altrui e torna, almeno in parte, soggetto che decide.

Un tavolo di trattativa e una raccolta firme non sono la stessa cosa di un consiglio operaio, e sarebbe ingenuo scambiarli per un rovesciamento dei rapporti di forza, ma nella misura in cui rendono la rappresentanza verificabile invece che presunta, e la legge discutibile perché scritta da chi la vivrà invece che calata da un tecnico, sono un antidoto parziale (piccolo, imperfetto, ma reale) alla stessa alienazione che Marx descriveva: la differenza tra subire il lavoro e avere, almeno un poco, voce su come è organizzato.


Scopri di più da la mia pagina personale

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Altri articoli su (primo tag in ordine alfabetico): alienazione

Correlati per tema e categoria

Scopri di più da la mia pagina personale

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere