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Morto Ratko Mladić, funerali di Stato in Serbia. Un film del 2015 e la Bosnia che vota il 4 ottobre ancora divisa: la morte del boia non chiude la ferita di Srebrenica

cinema 7 minuti di lettura

Ratko Mladić è morto il 27 agosto, a 84 anni, nell’ospedale del carcere dell’Aja dove scontava l’ergastolo per genocidio. Le cronache di queste ore raccontano una fine coerente con il personaggio: solo, in un letto d’ospedale, dopo mesi da malato terminale seguiti a una serie di ictus; ma è quello che è successo nelle ventiquattr’ore seguenti a raccontare, meglio di qualunque sentenza, che la morte del “boia di Srebrenica” non chiude nulla.

Il governo serbo ha annunciato che Mladić avrà funerali con tutti gli onori militari e di Stato; il ministro del Lavoro e della protezione dei veterani della Republika Srpska lo ha definito “un eroe che il popolo serbo deve ricordare per sempre”; la componente serba della presidenza tripartita bosniaca, Željka Cvijanović, ha promesso che sarà ricordato come “il comandante” che ha difeso il proprio popolo. Le associazioni delle vittime di Srebrenica, dall’altra parte, non hanno lasciato spazio ad ambiguità: nessuna pietà per il macellaio. L’Unione europea ha fatto sapere, con un comunicato diplomatico ma inequivocabile, di non poter accettare alcuna forma di glorificazione di un criminale condannato per genocidio, un monito che arriva proprio mentre Belgrado formalizza gli onori di Stato.

Un processo, prima ancora della sentenza

Nel 2015 la regista bulgara Iglika Triffonova gira The Prosecutor, the Defender, the Father and His Son, coproduzione fra Bulgaria, Svezia e Paesi Bassi presentata in concorso al festival di Tallinn. La trama, dichiaratamente ispirata a una storia vera, racconta il processo a un comandante di nome Milorad Krstić, accusato di crimini di guerra commessi durante il conflitto bosniaco davanti al Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, all’Aja. Da una parte la pubblica accusa, Catherine Lagrange, convinta della colpevolezza dell’imputato ma a corto di prove solide; dall’altra il difensore Mikhail Finn, che ha già smontato punto per punto l’impianto accusatorio. Quando la procura chiama a testimoniare un giovane che afferma di essere stato uno dei soldati di Krstić, abbandonato da bambino e cresciuto nell’esercito del comandante, la difesa avvia un’indagine parallela che la porterà fino in Bosnia, davanti alla famiglia del ragazzo — e davanti a verità più scomode di quelle che il tribunale era pronto ad ascoltare.

Il nome scelto per l’imputato, Krstić, non è casuale: richiama direttamente Radislav Krstić, il generale serbo-bosniaco che nel 2001 fu il primo condannato dal Tribunale dell’Aja per genocidio proprio in relazione a Srebrenica. Ma il film, uscito nel 2015, anticipa anche per temi (la catena di comando, la responsabilità individuale dentro una macchina collettiva di sterminio, il confine sfumato fra ordine ricevuto ed esecuzione volontaria) quello che sarebbe diventato, due anni dopo, il cuore della sentenza di primo grado contro lo stesso Mladić, condannato all’ergastolo nel novembre 2017 e confermato in via definitiva nel giugno 2021. The Prosecutor non dichiara mai esplicitamente che la giustizia sia ambigua, ma costruisce una struttura in cui ogni punto di vista — l’accusa, la difesa, il padre, il figlio — porta con sé una verità parziale e incompleta, esattamente come è accaduto, nella realtà, per ogni singolo processo nato dalle macerie della Bosnia.

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Il boia di Srebrenica, letto in due modi opposti

La biografia di Mladić si presta, meglio di quella di quasi ogni altro criminale di guerra europeo del dopoguerra, a raccontare quanto la storia recente dei Balcani resti un terreno conteso più che un capitolo chiuso. Comandante dell’esercito della Republika Srpska dal 1992 al 1995, braccio militare del progetto di pulizia etnica ideato dal presidente Radovan Karadžić — condannato a sua volta all’ergastolo — Mladić guidò l’assedio di Sarajevo e l’operazione che a Srebrenica portò, nel luglio 1995, all’uccisione di oltre ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi in quello che le Nazioni Unite avevano dichiarato “zona sicura”. Rimasto latitante per sedici anni, protetto da una rete di fedelissimi anche dopo la caduta di Milošević, fu arrestato solo nel 2011. Il Tribunale dell’Aja lo riconobbe colpevole di dieci degli undici capi d’imputazione: genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra ,”il peggior atto di sangue in Europa dalla Seconda guerra mondiale”, per usare la formula che ricorre in quasi tutte le cronache di questi giorni.

strage di Srebrenica

Ma la stessa vicenda, letta da Belgrado o da Banja Luka, racconta una storia diversa. I funerali di Stato annunciati dal governo serbo, gli onori militari, le dichiarazioni di chi lo definisce “eroe” non sono episodi isolati: sono la fotografia di una memoria pubblica che, in una parte consistente dei Balcani serbi, non ha mai accettato la lettura del Tribunale dell’Aja come verità condivisa. È lo stesso meccanismo, del resto, che si osserva nei murales dedicati a Mladić comparsi a Belgrado negli ultimi anni, tollerati se non incoraggiati da settori dell’establishment politico serbo. La morte del “boia” chiude, semmai, solo il capitolo giudiziario: non tocca la frattura di fondo, che riguarda quale racconto della guerra jugoslava un’intera regione sia disposta a riconoscere come proprio.

Le elezioni che arrivano, e il rischio della memoria come arma

I vizi dovunque generano l’odio, perché consumano e non creano, ma nei paesi come la Bosnia, anche le virtù spesso parlano e si esprimono attraverso l’odio.

Ivo Andric, I racconti di Sarajevo

Non è un dettaglio che questa morte arrivi a poco più di un mese dalle elezioni generali bosniache del 4 ottobre 2026, quando si voterà per la presidenza tripartita, il parlamento nazionale e i governi delle due entità in cui il Paese resta diviso dagli accordi di Dayton del 1995: la Federazione croato-musulmana e la Republika Srpska. È in quest’ultima entità che il partito nazionalista di Milorad Dodik, di cui Željka Cvijanović è stata a lungo la figura di punta, continua a costruire consenso proprio sulla rivendicazione dell’autonomia serba e sulla riabilitazione implicita delle figure che quell’autonomia armata la costruirono sul campo. Un funerale di Stato per Mladić, celebrato a ridosso del voto, rischia di trasformarsi in un atto di mobilitazione elettorale prima ancora che in un gesto di lutto privato: la memoria della guerra, in Bosnia, non ha mai smesso di essere anche uno strumento di campagna elettorale ed è difficile immaginare che questa occasione faccia eccezione.

Il boia è morto, ma la ferita non si è chiusa: la Bosnia va al voto fra poco più di un mese ancora spaccata lungo le stesse linee etniche disegnate da Dayton, con una parte del Paese pronta a seppellire Mladić con gli onori di Stato e un’altra a chiedere che nessuno osi chiamarlo eroe. Il cinema, dal 1997 a oggi, ha fatto probabilmente più della diplomazia internazionale per tenere viva la memoria di quella ferita: ogni volta che la cronaca riporta la Bosnia in prima pagina, sono i film (o i libri), e non le sentenze, a restare come racconto condiviso, per quanto la condivisione, ancora oggi, resti l’unica cosa che manca davvero.


– Una breve rassegna: il cinema che non ha smesso di raccontare la Bosnia

Il cinema, dal canto suo, non ha mai smesso di tornare su questa ferita, forse proprio perché la giustizia e la politica non sono riuscite a rimarginarla. Welcome to Sarajevo (1997) di Michael Winterbottom raccontò l’assedio della capitale attraverso lo sguardo di un giornalista occidentale. No Man’s Land (2001) di Danis Tanović, premio Oscar per il miglior film straniero, mise in scena l’assurdità della guerra attraverso due soldati nemici bloccati nella stessa trincea. Grbavica (2006), di Jasmila Žbanić, Orso d’oro a Berlino, raccontò le violenze sessuali di massa attraverso la storia di una madre e sua figlia a Sarajevo. In the Land of Blood and Honey (2011), esordio alla regia di Angelina Jolie, affrontò lo stesso tema da un’altra angolazione, quella di una coppia mista serbo-bosniaca travolta dal conflitto. Il documentario The Fog of Srebrenica (2015) ricostruì il massacro attraverso le testimonianze dirette dei sopravvissuti. E soprattutto Quo Vadis, Aida? (2020), ancora di Jasmila Žbanić, candidato all’Oscar come miglior film internazionale, restituisce la caduta di Srebrenica dal punto di vista di un’interprete delle Nazioni Unite, impotente testimone del tradimento della “zona sicura” da parte della comunità internazionale: probabilmente il film più necessario da vedere, oggi, per chiunque voglia capire perché la morte di un solo uomo non possa mai coincidere con la fine di una storia collettiva irrisolta.



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