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Sleepers di Barry Levinson: il film preferito dell'autore. Trama, cast esaltato, il nodo irrisolto sulla giustizia, e la domanda scomoda se i riformatori rieducano o fabbricano criminali.

cinema 8 minuti di lettura

Ci sono film che si ammirano e film che si portano dentro. Sleepers di Barry Levinson, per me, appartiene alla seconda categoria da quando lo vidi la prima volta, e ogni rivisitazione non ne ha mai smussato la forza: né la commozione, né il disagio, né le domande senza risposta comoda che continua a lasciare aperte trent’anni dopo l’uscita nelle sale.

È un film sull’amicizia, sulla vendetta, sulla giustizia che non coincide mai perfettamente con la legge, e su cosa un’istituzione pensata per correggere i ragazzi possa, in realtà, finire per fabbricare. È un film sulle occasioni e le opportunità che ti dà la vita, sulla pazienza che si deve avere per non essere travolti dalla vita stessa, per riuscire a darle un senso, un ordine, uno scopo.

La trama

Hell’s Kitchen, Manhattan, fine anni Sessanta. Quattro ragazzini — Lorenzo, detto Shakes, Michael, John e Tommy — crescono per strada in un quartiere povero e mafioso, sotto lo sguardo un po’ complice del boss locale King Benny e sotto l’ala protettiva di padre Bobby, il prete che li tiene lontani dai guai peggio che può.

Nell’estate del 1967 un gioco finito male (spingere un carretto di hot dog giù per una scalinata della metropolitana) ferisce gravemente un passante: i quattro vengono arrestati e condannati a un anno nel riformatorio Wilkinson Home. È lì che il film cambia registro e si fa durissimo: le guardie, capeggiate dal sadico Sean Nokes, sottopongono i ragazzi a violenze fisiche e sessuali sistematiche, in un regime di terrore che nessuno, fuori da quelle mura, arriverà mai a conoscere davvero.

Vent’anni dopo, due dei quattro — John e Tommy — sono diventati piccoli criminali; Michael è diventato assistente procuratore distrettuale; Lorenzo, il narratore, fa il giornalista. Quando per puro caso John e Tommy si imbattono in Nokes in un bar, non ci pensano due volte e lo uccidono, Michael decide di occuparsi personalmente dell’accusa — ma solo per sabotarla dall’interno, arruolando come difensore un vecchio amico d’infanzia del quartiere, l’avvocato alcolizzato e ormai ai margini Danny Snyder, e orchestrando insieme a lui un intero teatro processuale pensato per far assolvere gli amici. Il piano richiede persino il concorso, tutt’altro che indolore, di padre Bobby, chiamato a testimoniare un alibi che sa essere falso. È un finale che non assolve nessuno del tutto, nemmeno lo spettatore.

Il cast e la recitazione

Pochi film degli anni Novanta possono vantare un cast così densamente stellare per ruoli che, in altre produzioni, sarebbero stati affidati a comprimari: Robert De Niro, Dustin Hoffman, Brad Pitt, Kevin Bacon, Vittorio Gassman, Jason Patric, Minnie Driver, tutti riuniti nello stesso film, tutti al servizio della stessa storia corale. Kevin Bacon costruisce in Sean Nokes uno dei villain più agghiaccianti del decennio proprio perché non lo rende mai una macchietta: è un uomo apparentemente ordinario, quasi bonario nei modi, e questa normalità di superficie rende il personaggio ancora più insopportabile. Robert De Niro, nei panni di padre Bobby, gestisce con misura rara la contraddizione centrale del suo personaggio — un uomo di fede chiamato a scegliere fra la verità e la lealtà verso chi ama — senza mai scivolare nella retorica edificante. Dustin Hoffman, nel ruolo dell’avvocato Danny Snyder, porta la vena di umorismo amaro e dolente di cui il film ha un disperato bisogno per non collassare sotto il proprio peso drammatico, e Vittorio Gassman, come il boss King Benny, regala al personaggio una gravità quasi operistica, un’autorità che si impone senza bisogno di alzare la voce.

Ma il vero peso emotivo del film, va detto con chiarezza, poggia sulle spalle dei quattro giovanissimi attori che interpretano i ragazzi al riformatorio — Joseph Perrino, Brad Renfro, Geoffrey Wigdor, Jonathan Tucker — chiamati a reggere le scene più difficili dell’intero film con un controllo che pochi adulti saprebbero garantire. È un dettaglio che la critica ha notato fin dall’uscita: il primo atto, quello dei ragazzi, resta il cuore pulsante del film, e la sezione con gli adulti — pur sorretta da interpreti di primissimo livello — non riesce mai del tutto a eguagliarne l’intensità. Chiude il quadro la colonna sonora di John Williams, candidata all’Oscar, capace di accompagnare la storia senza mai indulgere nel sentimentalismo che il materiale, pure durissimo, avrebbe potuto suggerire.

Il senso della giustizia

Il nodo morale del film non si scioglie mai, ed è proprio questo a renderlo memorabile invece che consolatorio. Michael, Lorenzo, John e Tommy costruiscono una giustizia parallela — un omicidio di vendetta seguito da un processo deliberatamente truccato per garantirne l’impunità — perché quella ufficiale li aveva abbandonati da bambini, esponendoli senza protezione a chi avrebbe dovuto rieducarli, senza però risultare mai una scelta eroica: la mette in scena con tutte le sue crepe, a partire dalla richiesta fatta a padre Bobby di spergiurare, un atto che tradisce esattamente i valori che il prete ha provato a trasmettere loro per una vita intera.

È una domanda che il film pone senza fornire l’uscita facile: può essere giusto un atto profondamente ingiusto, se a renderlo necessario è stata un’ingiustizia precedente, più grande e mai riparata?
Lo spettatore esce dalla sala — o dalla visione in streaming, oggi — senza una risposta definitiva, ed è la scelta più onesta che il film potesse fare.

I riformatori: servono, o creano criminali?

È qui che la vicenda di Sleepers, per quanto ambientata nell’America degli anni Sessanta, smette di essere solo un dramma d’epoca e diventa una domanda scomodamente attuale. Va detto che il romanzo di Lorenzo Carcaterra da cui il film è tratto, presentato all’epoca come storia vera, non rappresenta una situazione realmente accaduta, la sua veridicità è stata messa seriamente in dubbio, senza che si sia mai trovato un riscontro giudiziario verificabile: resta, con ogni probabilità, una parabola romanzata più che un resoconto letterale. Ma la domanda che pone resta reale, ed è la stessa che la cronaca italiana continua a riproporre.

Nel carcere minorile Beccaria di Milano, per fare solo l’esempio più recente, sono emerse segnalazioni di violenze e abusi da parte del personale su ragazzi detenuti — un’eco inquietante, seppure su scala diversa, della stessa domanda che il film pone sul Wilkinson Home. I dati del Dipartimento per la giustizia minorile italiano non aiutano a stare tranquilli: il 59,2% dei detenuti negli istituti penali per minorenni risulta già transitato in precedenza nel circuito penale, un tasso di recidiva che smentisce, nei fatti, l’idea che la detenzione da sola rieduchi davvero. Dopo il decreto Caivano, inoltre, gli ingressi in custodia cautelare negli IPM sono aumentati di circa il 20% in un solo anno, mentre la popolazione detenuta è cresciuta di oltre il 30% fra il 2022 e il 2024 — non perché la criminalità minorile sia esplosa, ma perché la soglia per finire dentro si è abbassata. Non tutti i modelli falliscono allo stesso modo, va detto per onestà: l’Italia, rispetto ad altri paesi europei, ha storicamente fatto un uso residuale della detenzione minorile a favore di misure alternative, con tassi di reclusione fra i più bassi del continente.

Ma il film e la cronaca concordano su un punto che nessuna statistica rassicurante può cancellare: un’istituzione punitiva che non protegge chi dovrebbe rieducare non rieduca nessuno. Rischia, semmai, di fabbricare esattamente ciò che dice di voler prevenire.

L’attesa e l’amicizia

C’è infine un tema che il film tratta con una delicatezza che rischia di passare inosservata sotto il peso della violenza: il tempo. Vent’anni separano il trauma subito da bambini dalla resa dei conti da adulti, vent’anni in cui Michael e Lorenzo trovano una via d’uscita — la legge, il giornalismo — mentre John e Tommy restano intrappolati in una traiettoria criminale che il film collega, senza ambiguità, proprio a quello che hanno subito da ragazzi.

È un’attesa che non è mai passiva: è la costruzione lenta, silenziosa, di un legame che nessuna distanza sociale — un procuratore, un giornalista, due criminali di piccolo cotone — riesce a spezzare. L’amicizia, in Sleepers, non è un sentimento consolatorio: è un codice d’onore che tiene insieme quattro vite altrimenti divergenti, lo stesso codice che il quartiere e la chiesa avevano insegnato loro fin da piccoli, applicato infine a proteggersi a vicenda dall’unica cosa che nessuno di loro, da solo, avrebbe potuto affrontare.

Ho rivisto Sleepers molte volte, e ogni volta mi ha restituito la stessa sensazione: un film che non cerca il consenso facile dello spettatore, che affida a un cast enorme una storia piccola e dolorosissima, e che pone, senza risolverla, la domanda più scomoda che si possa fare su qualunque sistema che dica di voler correggere i più fragili. Non è un film perfetto — il secondo atto, con gli adulti, non ha mai la stessa forza dei primi quaranta minuti — ma è un film necessario, e la necessità, più della perfezione, è quello che chiedo ai film che continuo a portarmi dentro.


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