Esiste una categoria di film catastrofici che ci tengono inchiodati alla poltrona di un cinema o al divano del salotto: quelli in cui tutto va storto e, alla fine, nessuno ci spiega bene il perché. Il mondo dietro di te , diretto da Sam Esmail e tratto dal romanzo di Rumaan Alam, appartiene a questa famiglia. Prodotto, tra l’altro, dalla Higher Ground di Barack e Michelle Obama: un dettaglio su cui avrò modo di ritornare.
La trama è abbastanza semplice: Amanda (Julia Roberts), pubblicitaria che dichiara senza troppi giri di parole di odiare il prossimo, e suo marito Clay (Ethan Hawke), professore universitario dal carattere più accomodante, affittano una villa di lusso a Long Island per un weekend di fuga dalla città con i figli Archie e Rose. Peccato che in poche ore internet sparisca, i satelliti smettano di funzionare, le auto a guida autonoma comincino a schiantarsi in serie e nel giardino si materializzino branchi di cervi dalle intenzioni poco amichevoli. Nel cuore della notte bussano alla porta G.H. (Mahershala Ali) e sua figlia Ruth (Myha’la): sono loro i veri proprietari della casa, tornati a cercarvi rifugio. A questi si aggiunge fra i personaggi anche Danny (Kevin Bacon), il vicino sopravvivenzialista col bunker già pronto da anni, che aspettava questo momento da una vita intera. Questi sono tutti gli elementi principali, il resto non lo anticipo, perché magari a qualcuno viene voglia di vederlo dopo aver letto queste righe.
Nessuno ha davvero il controllo – La tesi di fondo del film è semplice nella sua crudeltà: si può pianificare tutto, prenotare la casa giusta, scegliere il weekend perfetto, ma la vita si preoccuperà comunque di ricordarci che non comanda nessuno. Non è un caso che Amanda apra il film dichiarando guerra al genere umano: è il tipico eccesso di controllo di chi, in fondo, sospetta di non averne nessuno. Il film non le dà torto: per due ore assistiamo a persone che tentano di razionalizzare l’irrazionale, di trovare un piano B a un evento che non ha nemmeno un piano A comprensibile. E la sceneggiatura, con crudeltà quasi elegante, si rifiuta fino all’ultimo fotogramma di dirci davvero cosa sta succedendo.

La tecnologia come divinità fragile – Secondo pilastro del film, quello che più ci interessa da queste parti: la nostra dipendenza totale dalla tecnologia trattata come un dio muto che smette improvvisamente di rispondere alle preghiere. A seguito di un attacco — probabilmente informatico, forse militare, chissà — in un attimo spariscono internet, GPS, satelliti, telefoni. Le auto a guida autonoma (Tesla!), il simbolo per eccellenza del progresso che ci semplifica la vita, si trasformano in un tamponamento a catena. Questo accade a chi delega tutto, perfino l’orientamento, perfino la guida, a sistemi che si danno per scontati esattamente come si dà per scontata l’elettricità, finché non manca.
Viene spontaneo pensare ad una rivolta delle macchine, ma con una differenza sostanziale: nel post precedente si parlava di macchine che, per ipotesi, decidono di ribellarsi, di uno scenario da fantascienza classica con l’intelligenza artificiale che prende coscienza di sé e ci scavalca; Il mondo dietro di te è molto meno romantico, e proprio per questo più inquietante. In questo film le macchine non si ribellano affatto, si limitano a smettere di funzionare e questo basta a mandare in frantumi ogni cosa. Non serve un’IA malvagia con un piano, basta un’infrastruttura fragile e una società che ci ha costruito sopra l’intera esistenza.
Il vuoto informativo, terreno fertile per ogni teoria – Quando le spiegazioni ufficiali non arrivano, arriva tutto il resto: nessuno, né i protagonisti, né lo spettatore, riceve mai una versione definitiva dei fatti.
Attacco straniero? Complotto interno per destabilizzare il governo, come ipotizza a un certo punto G.H.? Semplice collasso di sistema? Il film lascia deliberatamente la domanda aperta, e i personaggi la riempiono ciascuno a modo proprio. Danny, il vicino col bunker, è la versione umana di questo vuoto: ha passato anni a prepararsi per “quel giorno” e quando arriva si sente quasi sollevato. Non è un cattivo, è solo la controprova di cosa succede quando smettiamo di fidarci delle fonti condivise e ognuno si costruisce la propria verità, con tanto di scorte di cibo in cantina.
Tuttavia Amanda è il personaggio-chiave. Julia Roberts la interpreta con quel suo modo di essere contemporaneamente simpatica e insopportabile: una donna che ha costruito la sua intera esistenza sull’idea che se pianifichi tutto, nulla può andare storto. Ha un’app per tutto, un’opinione per tutto, un controllo immaginario su ogni aspetto della sua vita. Quando il mondo inizia a crollare, Amanda non ha paura dell’apocalisse. Ha paura di non sapere cosa sta succedendo. Di non poter googlare. Di non poter chiamare. Di non poter controllare. Il regista Esmail vuole dirci qualcosa di scomodo: la nostra generazione non sa più gestire l’ignoto. Non siamo più abituati a non sapere, abbiamo dimenticato che la vita, per gran parte della storia umana, è stata una serie di “non so che sta succedendo, ma devo sopravvivere”. Ora abbiamo iPhone, e pensiamo che iPhone = controllo. Non è così!
Non si sa mai cosa sta succedendo davvero: i sono rumori strani, aerei che cadono, navi che si arenano, cervi che si comportano in modo strano (e sì, i cervi diventano inquietanti, chi l’avrebbe mai detto). Forse è un attacco informatico. Forse una guerra civile. Forse un collasso economico globale. Forse alieni. Forse tutto insieme. Il film non ci dice nulla. E questa è la vera cattiveria: il complotto perfetto non è quello che spiega tutto, è quello che ti fa sentire stupido perché non capisci niente. Viviamo in un’epoca di teorie del complotto infinite, di QAnon, di notizie false, di deepfake. Esmail ci mette davanti lo specchio: siamo tutti convinti di “sapere la verità”, ma se domani internet smettesse di funzionare, quanto ne sapremmo davvero?

Ognuno nel proprio bunker: la fine della solidarietà – Ed eccoci al punto più amaro: di fronte alla catastrofe, la famiglia Sandford (bianca, borghesia creativa di Brooklyn) e la famiglia Scott (nera, benestante, proprietaria della casa) non trovano affatto una solidarietà immediata: trovano sospetto. Amanda fatica a credere che quell’uomo elegante sia davvero il proprietario di una casa così lussuosa; Ruth, dal canto suo, non si fida per principio delle persone bianche in una situazione di sopravvivenza. Nessuno dei due ha completamente torto ed è proprio questo a fare male: la crisi non azzera i pregiudizi di classe e di razza già presenti nella società, anzi, li accende e li amplifica. Vince la legge dell’egoismo: il vicino col bunker non ha mai avuto intenzione di dividerlo con nessuno, ma l’ha costruito esclusivamente per mettersi in salvo, per salvare soltanto sé e nessun altro.
L’emergenza non trasforma automaticamente gli estranei in una comunità: più spesso li trasforma in concorrenti diffidenti, ciascuno chiuso nel proprio perimetro di sicurezza, reale o metaforico che sia.
Più device, meno parole – Ne consegue un ulteriore paradosso, forse il più sottile ma anche il più drammaticamente attuale: la difficoltà nella comunicazione fra persone -ancora di più se queste persone sono in difficoltà e dovrebbero solidaristicamente aiutarsi. Viviamo nel momento storico in cui tecnicamente potremmo parlare con chiunque, ovunque, in tempo reale, eppure il film mostra famiglie che non riescono a dirsi la verità nemmeno tra le mura di casa. Clay mente ad Amanda su dettagli minimi già prima del disastro. Rose, la figlia più piccola, passa l’apocalisse ossessionata dal voler finire l’ultima puntata di Friends, incapace di staccarsi da uno schermo anche quando lo schermo ha smesso di funzionare. È l’istantanea perfetta di un mondo iperconnesso che, proprio mentre moltiplica i canali, smarrisce il contenuto: più cresce la tecnologia intorno a noi, meno ci parliamo davvero, dentro casa, tra le stesse quattro mura in cui ci sentiamo al sicuro.
Non stupisce che a produrre questo ritratto poco lusinghiero degli Stati Uniti (e non solo) sia stata la famiglia Obama: il disincanto istituzionale si veste da intrattenimento di lusso, cast stellare compreso. Resta il sospetto, guardando il film, che la vera catastrofe non sia mai stata l’evento misterioso che spegne internet, ma quello che l’evento si limita a rivelare: una società che aveva già smesso di fidarsi di sé stessa molto prima che cadesse la linea.
Scopri di più da la mia pagina personale
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.