In un altro post ho accennato al rapporto fra tecnologia e apocalisse passando per la porta socialmente più comoda: il complotto, l’idea che ci sia qualcuno che ha ordito un piano oscuro, che sia possibile trovare un colpevole identificabile da processare. Un altro film, ben più famoso, del 2021, Don’t Look Up di Adam McKay, satira apocalittica, si sofferma sempre sul tema dell’apocalisse, ma analizza in modo differente il rapporto fra tecnologia e comunicazione, allontanando l’idea del complotto e della distruzione volontaria, ma introducendo un altro aspetto, socialmente e politicamente più letale: nessuno nasconde la cometa, anzi tutti la vedono benissimo. Il problema è che vedere non serve a niente, se il sistema che dovrebbe reagire è costruito per non reagire.
Se sotto certi aspetti il complotto consola, perché implica un ordine nascosto dove alcuni decidono e, scoprendolo, si potrebbe anche intervenire, la scelta di fingere che va tutto bene, la negligenza strutturale, non consola affatto. In più, come nel Truman show la verità sulla fine deve essere sopposta ad un pubblico che le chiede solo di essere intrattenuto.

Dire la verità è sempre un bene? – Kate Dibiasky (Jennifer Lawrence) fa quello che dovrebbero fare tutti gli scienziati, una cosa che la nostra cultura professa di ammirare e in pratica punisce sistematicamente, cioè dice esattamente quello che sa, senza addolcirlo, senza filtri. Nel grande spettacolo della politica e dei media però il risultato è l’esatto contrario di quanto ci si aspetta, perché non è il rispetto, è il meme. Kate diventa “la donna isterica della cometa” nello stesso pomeriggio in cui viene dimostrato che ha ragione.
Il film pone una domanda scomoda che vale la pena affrontare: la sincerità è sempre la scelta giusta, anche quando la verità è letale e nessuno è pronto a maneggiarla?
Non è una domanda retorica. Chi comunica un rischio (sia esso sanitario [il film è uscito in piena pandemia!], ambientale, geopolitico) sa che la verità nuda, senza gradualità, può produrre panico, paralisi o rigetto, e quindi peggiorare l’esito che dovrebbe scongiurare. Il collega di Kate, Randall Mindy (Leonardo DiCaprio), usa la strategia opposta: addolcire, calibrare, restare sul messaggio. Ottiene più ascolto, ma lo ottiene diventando un prodotto mediatico, perde cioè l’alone dello scienziato.
La sincerità integrale isola, la sincerità calibrata corrompe.
Il film mostra che la verità non ha più nemmeno bisogno di essere negata per essere neutralizzata: basta trattarla come un’opinione fra le tante, un contenuto fra i contenuti, con il suo minutaggio nel ciclo di notizie e il suo tasso di engagement. Nessuno dice a Kate e Randall che si sbagliano: li si intervista per sei minuti come è stata intervistata poco prima la popstar (Ariana Grande), come un qualunque prodotto dello spettacolo.
È l’epoca della post-verità raccontata senza bisogno di pronunciare la parola: la realtà non viene falsificata, viene ridimensionata a format.
Il termine post-verità, traduzione dell’inglese post-truth, indica quella condizione secondo cui, in una discussione relativa a un fatto o una notizia, la verità viene considerata una questione di secondaria importanza.
Nella post-verità la notizia viene percepita e accettata come vera dal pubblico sulla base di emozioni e sensazioni, senza alcuna analisi concreta della effettiva veridicità dei fatti raccontati: in una discussione caratterizzata da “post-verità”, i fatti oggettivi – chiaramente accertati – sono meno influenti nel formare l’opinione pubblica rispetto ad appelli ad emozioni e convinzioni personali.
(fonte: Wikiwand tramite Wikipedia)
-> leggi anche le definizioni su Treccani e Accademia della Crusca
Peter Isherwell, l’altro lato della scienza: gli algoritmi predittivi – L’altro lato della tecnologia, quella che raccoglie e manipola i dati, è rappresentato da Peter Isherwell (Mark Rylance), fondatore della piattaforma BASH e principale finanziatore della presidente Orlean (Meryl Streep). Peter è un incrocio fra Steve Jobs ed Elon Musk, con l’aura messianica del primo, ma soprattutto l’ambizione multisettoriale del secondo, focalizzato sullo sviluppo di satelliti e controlli biometrici. Il suo smartphone, il BASH Sensor, non si limita a comunicare: raccoglie dati biometrici, emotivi, comportamentali, e li usa per calcolare il momento esatto in cui ciascuno morirà e la persona di cui ciascuno si innamorerà. È l’apoteosi della logica predittiva applicata all’esistenza: la tecnologia non descrive più la realtà, la anticipa, la modella, decide cosa conta come dato rilevante e cosa no.
Isherwell non mente su niente in particolare perché fa qualcosa di più efficace: sposta l’autorità epistemica dagli scienziati che si stanno confrontando su ipotesi, margini d’errore, incertezza onesta, su un algoritmo proprietario che parla per certezze assolute e non deve rendere conto pubblicamente a nessuno. Quando il piano di deviare la cometa rischia di far perdere a BASH l’accesso ai minerali rari contenuti nel corpo celeste, Isherwell non nasconde questo interesse: lo ripresenta come un’opportunità economica per l’umanità intera, con grafici, slide e un ottimismo tecnologico che nessun politico in scena osa contraddire.
Non è l’occultamento della verità, ma la riformulazione della realtà attraverso il potere di chi controlla l’infrastruttura che la misura.
Per questo è naturale che, nel finale del film, la tecnologia sia utilizzata per “salvare” chi possiede e gestisce questo tipo di intelligenza artificiale, con un’azione tipicamente classista ed egoista: viene dismessa l’idea di una missione di salvezza collettiva per favorire la fuga della classe dirigente e del suo finanziatore su un’astronave mentre il resto dell’umanità sta per estinguersi ed intanto resta a guardare il cielo.
La tecnologia più avanzata mostrata nel film non viene mai messa al servizio della sopravvivenza collettiva: viene riservata, letteralmente, a chi ha pagato il biglietto.
La tecnologia non serve quindi ad evitare la catastrofe per tutti, serve a garantire un’uscita di sicurezza a chi può comprarla. Il resto della popolazione, nel film come nella realtà, resta a discutere se la cometa esista davvero.
Non c’è bisogno di un complotto perché il sistema funzioni in questo modo: basta che la capacità di produrre verità, misurarla e infine sfruttarla resti concentrata nelle stesse mani che decidono anche chi si salva.
Questo non è fantascienza, è la logica dell’economia digitale portata all’estremo: oggi l’algoritmo decide chi vede un’offerta di lavoro e chi no; domani potrebbe decidere chi sale sull’arcadia spaziale e chi resta a bruciare sulla Terra.
La tecnologia promette democratizzazione, ma pratica selezione; promette connessione, ma genera frazionamento; promette verità, ma la misura, la taglia, la vende al miglior offerente.
La tecnologia in Don’t Look Up non è neutrale, è invece concepita come una scala che porta in alto, ma solo se hai il biglietto.
Isherwell costruisce navicelle spaziali per fuggire, tuttavia è un uomo d’affari che usa la tecnologia per arricchirsi, quindi la navicella non è per tutti, è stata pensata, costruita e offerta soltanto a chi può pagare, chi ha i dati giusti, chi il sistema ha già selezionato come meritevole di sopravvivere.
Isherwell non è il cattivo di un fumetto, ma l’evoluzione naturale di un sistema che ha imparato a usare la tecnologia non per risolvere i problemi, ma per monetizzare l’accesso alle soluzioni. La sua biometria non è sorveglianza nel senso classico, ma qualcosa di più sottile: è la capacità di leggerti così bene da sapere esattamente quale verità sei disposto a comprare.
Guardare in alto, guardare dentro – Quindi: è sempre utile dire la verità? Il film risponde con un’ambiguità che è più onesta di ogni certezza: certamente la verità va detta, ma va detta sapendo che il campo di battaglia non è più quello della ragione, è quello dell’attenzione. E l’attenzione, oggi, è la risorsa più scarsa e più inquinata del pianeta.
La post-verità non vince perché la gente è stupida, ma vince perché è comoda, offre una realtà su misura, senza spigoli, senza comete che incombono. E la tecnologia, nelle mani di chi la controlla, è il sarto più abile del mondo: cuce la verità addosso finché non ti stringe più, finché non ti impedisce di respirare, finché non ti impedisce di alzare lo sguardo.
La stessa tecnologia è, nella sua forma predittiva, l’unico strumento che può sostituirsi a chi decide di distruggere e creare, di salvare.
Don’t Look Up non è perciò un film sul fine del mondo, ma sulla nostra capacità di autoingannarci fino all’ultimo secondo e sulla tentazione, sempre più forte, di lasciare che siano altri a decidere cosa sia reale, cosa sia importante, chi meriti di essere salvato.
La tecnologia non distruggerà il mondo, ma può convincerci che la sua distruzione sia un prezzo accettabile. O peggio: un investimento.
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