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Il potere non si conquista più necessariamente prendendo la radio o la televisione di Stato, ma scrivendo il codice che decide chi vede cosa e quando.

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Normalmente il sovrano promette protezione in cambio di obbedienza, il mercato promette efficienza in cambio di lavoro; oggi la piattaforma promette comodità in cambio di dati. Lo schema è sempre lo stesso: qualcuno cede qualcosa credendo di ricevere un servizio, ma si accorge solo dopo di aver firmato un contratto (sociale) mai discusso prima. Oggi il sovrano si chiama algoritmo.

Il potere computazionale come nuova sovranità – Paolo Benanti, francescano tra i più ascoltati filosofi della tecnologia in Italia, membro dell’organismo consultivo ONU sull’IA, ha coniato il termine “algoretica” proprio per nominare questo slittamento: non più solo un’etica applicata alla tecnica, ma il fatto che la decisione umana oggi si frammenta tra responsabilità libera e consapevole e una serie di deleghe verso strumenti algoritmici che talvolta surrogano in parte o del tutto il processo decisionale.

Nel suo ultimo saggio, La nuova logica del dominio. Potere computazionale, democrazia e condizione umana (Laterza, 2026), Benanti parla esplicitamente di un nuovo tipo di potere computazionale che attraversa istituzioni, mercati e corpi sociali.

In un’intervista più recente arriva dritto al punto giuridico, denunciando tutte le problematicità che siamo oggi tenuti a tenere in considerazione quando introduciamo nella quotidianità l’azione di un algoritmo, a quel punto esplode:

la tensione fra lo stato di diritto, con cui rendiamo legittima l’indicazione normativa, e una pseudo normazione algoritmica che, ponendosi a un livello più basso, è in grado di cambiare i comportamenti, ma non risponde a nessuna delle regole

Democrazia e partecipazione. Padre Benanti: gli algoritmi sono “strumento al servizio dell’uomo e non un sostituto della sua umanità”

Significa che il Consiglio dei Ministri vota le leggi, ma nel frattempo un sistema decide cosa vediamo, un punteggio di credito decide chi può comprare casa, un algoritmo di smistamento decide chi viene chiamato per un colloquio. Nessuno di questi sistemi è mai passato per un’aula parlamentare. La sovranità, insomma, non è scomparsa, ma ha solo cambiato indirizzo, e si è trasferita in un data center.

Il capitale documentale – Maurizio Ferraris, filosofo torinese, in Documanità sostiene che dopo il capitale industriale e quello finanziario si è affermato un terzo tipo di capitale, che lui chiama capitale documediale: produce documenti, genera mobilitazione ed è silenzioso, infatti ogni nostro clic, ogni like, ogni traccia digitale è un atto di lavoro non retribuito che alimenta gratuitamente l’infrastruttura dei big data. Ferraris ne trae una domanda scomodissima: perché mezzo miliardo di europei non dovrebbe avere la forza contrattuale per chiedere ai colossi del Big Tech un’accisa sui documenti, da ridistribuire come una sorta di “salario di mobilitazione” o welfare digitale (stesso fonte)? Ferraris ritiene che sia necessario promuovere un nuovo welfare digitale che permetta di redistribuire equamente e democraticamente il valore prodotto dai dati. È la stessa intuizione di Benanti sulla redistribuzione, ma declinata in chiave fiscale anziché giuridica: se i dati sono lavoro, il lavoro va pagato. Semplice da dire, rivoluzionario da applicare, visto che richiederebbe di tassare entità più ricche di molti Stati nazionali, e altrettanto riluttanti a farsi tassare.

Nel 2025 Ferraris ha portato questa intuizione alle estreme conseguenze nel pamphlet Comunismo digitale. Una proposta politica (Einaudi), dove la diagnosi geopolitica è quasi spietata nella sua nettezza: l’impero calante, gli Stati Uniti, garantisce la libertà, ma non ridistribuisce il valore dei dati, che resta nelle mani di pochissimi; l’impero crescente, la Cina, lo ridistribuisce, ma in quanto “Stato bolscevico” di successo limita la libertà. Trump, nel tentativo di rimediare al declino americano, realizzerebbe secondo Ferraris il capolavoro di una tirannide senza nemmeno la ridistribuzione. Tra libertà senza equità e equità senza libertà, Ferraris propone una “quarta via”, che chiama appunto comunismo digitale o Webfare: piattaforme che riconoscono ai cittadini la proprietà dei dati che producono, trasformandoli in un patrimonio collettivo da redistribuire, non con la rivoluzione e la dittatura del proletariato, ma con un sistema di welfare digitale finanziato dal valore che già produciamo gratis ogni giorno scrollando il telefono. È un comunismo senza falce e martello, più vicino a una proposta di policy fiscale che a un programma rivoluzionario.

La variabile Morozov – Nel suo libro più noto, To Save Everything, Click Here, Evgeny Morozov, bielorusso trapiantato negli Stati Uniti, che da oltre un decennio fa professione di scetticismo verso ogni promessa salvifica della Silicon Valley e ne dà contezza con numerosi articoli su Internazionale, ha coniato il termine solutionism (solutionismo) per descrivere l’ideologia implicita secondo cui ogni problema sociale, dalla corruzione alla solitudine, sarebbe risolvibile con l’app giusta o l’algoritmo giusto. Morozov osserva con la consueta ironia tagliente che un’inefficiente democrazia è sempre preferibile a un’efficiente dittatura.

…an inefficient democracy is always preferable to an efficient dictatorship.
– Evgeny Morozov, Click Here to Save Everything (2013).

Il punto di Morozov non è il luddismo, ma la critica a un certo determinismo tecnologico: l’idea che internet sia un blocco unico e neutro di progresso, mentre in realtà è un insieme di scelte di design fatte da aziende con interessi molto specifici, spesso travestite da inevitabilità storica. Questo significa che quando ci dicono che “non si può tornare indietro”, di solito qualcuno sta semplicemente cercando di vendere un abbonamento.

Sapiens, dati e la fine della favola del libero arbitrio – Se Benanti guarda al diritto, Yuval Noah Harari affronta il lato antropologico della questione (anche lui tra le firme di Internazionale). In Homo Deus e poi in 21 lezioni per il XXI secolo, Harari sostiene che il liberalismo politico moderno si è sempre fondato su un assioma semplice: l’individuo sa meglio di chiunque altro cosa vuole, dunque il voto, il mercato, la scelta del consumatore sono strumenti legittimi di aggregazione delle preferenze. Il problema è che gli algoritmi di raccomandazione, allenati su miliardi di tracce comportamentali, oggi spesso prevedono i nostri desideri meglio di quanto li conosciamo noi stessi. Se un sistema sa che cliccherò su un contenuto prima ancora che io lo sappia, l’intera architettura del “cittadino sovrano di se stesso” comincia a scricchiolare. Non è più la propaganda novecentesca, rozza e visibile: è una persuasione algoritmica su misura, invisibile, continuamente ottimizzata, la differenza tra un manifesto elettorale e un cecchino. Ma non basta.

In Nexus. Breve storia delle reti di informazione dall’età della pietra all’IA (2024), Harari sposta l’obiettivo dal singolo individuo manipolato all’architettura stessa del potere politico, letta come storia delle reti informative. La sua tesi è disarmante nella semplicità: la democrazia non è altro che un sistema in cui l’informazione circola in modo distribuito, attraverso molti canali indipendenti e correggibili, mentre il totalitarismo è un sistema che la incanala verso un unico centro decisionale infallibile per definizione .
Per secoli questa distinzione ha coinciso, più o meno, con quella tra regimi liberi e regimi oppressivi: il problema posto da Harari è che l’intelligenza artificiale introduce per la prima volta un agente “inorganico” capace di prendere decisioni e generare idee in autonomia, e che rischia di superare l’essere umano come epicentro delle reti di potere. Diventa a questo punto obsoleta la vecchia dicotomia tra democrazie e dittature: anche un sistema formalmente democratico, se delega le proprie decisioni economiche e informative a un’infrastruttura algoritmica opaca e centralizzata, può scivolare verso una forma di totalitarismo informativo senza che nessuno abbia mai dichiarato lo stato d’emergenza. Non a caso Harari si chiede esplicitamente come possano i politici in carne e ossa prendere decisioni economiche sensate quando il sistema finanziario è già in larga parte governato da algoritmi il cui funzionamento sfugge a chiunque, loro compresi. È la stessa “pseudo-normazione algoritmica” denunciata da Benanti, vista questa volta non dal balcone del giurista, ma dall’osservatorio dello storico: il potere, oggi, non si conquista più necessariamente prendendo la radio o la televisione di Stato, ma scrivendo (o lasciando scrivere a se stesso) il codice che decide chi vede cosa, e quando.

Che fare? – Se proviamo a mettere insieme le tesi, allo stesso tempo eterogenee ed omogenee, di Benanti, Harari, Ferrari, Morozov, si delinea meglio il contorno del problema, anche se nessuno oggi riesce a consegnarci soluzioni a portata di clic .
– Benanti chiede un nuovo capitolo dell’etica e regole giuridiche che riportino l’algoritmo sotto lo stato di diritto;
– Harari segnala il rischio antropologico di un soggetto che delega a sistemi opachi non solo le decisioni ma la conoscenza di sé:
– Ferraris propone di riconoscere economicamente il lavoro cognitivo nascosto che ciascuno di noi presta gratuitamente alle piattaforme;
– Morozov ci ricorda di diffidare di chi promette di risolvere tutto questo con un’altra dose della stessa medicina.

Appare evidente che oggi la posta in gioco non è solo tutela della privacy, intesa come bene individuale da proteggere, ma anche la gestione e la distribuzione del potere: chi decide, con quali dati, secondo quali regole, e soprattutto chi viene consultato prima che la decisione venga presa.
La democrazia, in fondo, non è mai stata un sistema per evitare il conflitto sul potere, ma nasce come sistema per negoziarlo apertamente, con regole condivise, invece di lasciarlo accumulare nelle mani di chi possiede i server più grandi.
Se l’intelligenza artificiale rappresenta oggi una concentrazione di potere senza precedenti, l’unica risposta seria non è demonizzarla né venerarla, ma fare quello che le democrazie sanno fare meglio quando funzionano, litigare pubblicamente su come dividersela e trovare una soluzione per governarla in modo equo, trasparente e giusto per tutti.


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