Secondo l’analisi del sociologo Filippo Barbera, la trasformazione del gioco del calcio è uno “specchio fedele” dell’Italia contemporanea: un Paese in cui la classe di nascita mantiene un peso determinante e dove la riproduzione dei confini sociali si manifesta con forza anche nell’arena sportiva.
I dati ISTAT 2023 sui giovani tra gli 11 e i 19 anni confermano che il campo non è uno spazio neutro, ma un luogo di selezione di classe: la pratica sportiva non è più un diritto universale, bensì il riflesso di dinamiche socio-economiche che frammentano il territorio nazionale, trasformando il talento in un privilegio riservato a chi possiede le risorse necessarie per coltivarlo.
Il divario culturale e la crisi della partecipazione – Esiste una correlazione diretta tra il capitale culturale familiare e l’accesso allo sport: l’Osservatorio Permanente sullo Sport (2024) evidenzia come la probabilità di praticare attività fisica crolli drasticamente tra le famiglie con livelli di istruzione inferiori:
- più del 75% dei laureati pratica sport regolarmente.
- tra chi possiede titoli di studio bassi, la quota di chi non pratica alcuna attività fisica raggiunge il 49,7%, contro appena il 17,9% di chi ha un titolo di studio elevato.
Questa spaccatura si riflette pesantemente nel calcio, che sta vivendo un declino strutturale della partecipazione e i dati di giugno 2025 mostrano un quadro allarmante: la quota di praticanti è passata dal 25,7% del 2000 al 24,2% nel 2006, scendendo al 23% nel 2015, fino a toccare il 20.3% nel 2025. Si tratta di un’erosione costante di quasi 6 punti in soli 25 anni, un segnale inequivocabile di come il legame tra lo sport popolare per eccellenza e la base sociale del Paese si stia recidendo.
La barriera economica: il “biglietto d’ingresso” al talento – Iscrivere un figlio a una scuola calcio nel Centro-Nord è diventato un investimento economico significativo, agendo come un vero e proprio filtro di classe. Il sistema sportivo giovanile si è trasformato in un mercato dove vige la logica del “vincitore prende tutto” (winner-take-all): istruttori qualificati e supervisione tecnica hanno un prezzo che riflette l’illusione tipica di un mercato esclusivo, a discapito degli esclusi.
Il “biglietto d’ingresso” per una singola stagione comprende:
- Retta annuale: da un minimo di 200 euro fino a superare i 1.200 euro.
- Kit abbigliamento: almeno 150 euro, cifra che lievita per i kit “brandizzati” di club come Inter, Juventus o Roma.
- Scarpe e scarpini: tra i 50 e i 200 euro.
- Spese accessorie: trasferte e tornei, che variano dai 100 ai 500 euro.
La spesa complessiva raggiunge facilmente i 1.500-2.000 euro annui. Sebbene la FIGC vanti quasi 900.000 giovani tesserati, questo dato nasconde una domanda sommersa cruciale: quattro ragazzi su cinque tra i 5 e i 16 anni rimangono fuori dal sistema federale. Chi entra è prevalentemente chi appartiene a famiglie che possono permettersi la “selezione all’ingresso”.
Il fallimento delle infrastrutture pubbliche – La selezione sociale non è solo l’esito di dinamiche di mercato, ma l’effetto di una precisa scelta politica: la rinuncia a finanziare infrastrutture sportive come beni pubblici. Senza impianti gratuiti o accessibili, l’inclusività rimane un’astrazione. I dati Openpolis (2024-25) sulle palestre scolastiche denunciano una carenza infrastrutturale che penalizza i territori più fragili:
- In Calabria, meno di un edificio scolastico su cinque dispone di una palestra (21,8%).
- In Umbria, la disponibilità è di meno di uno su quattro (23,7%).
- Nelle “città polo” la presenza di impianti supera il 40%, mentre nelle aree interne la percentuale scende drasticamente a meno di un edificio su tre.
Questa carenza trasforma la pratica sportiva in un privilegio urbano, escludendo sistematicamente i giovani delle periferie geografiche e sociali.
L’esclusione invisibile: cittadinanza e seconde generazioni – L’ultima frontiera della disuguaglianza riguarda gli oltre un milione di minori stranieri residenti. Questi giovani sono “italiani di fatto”: cresciuti nelle nostre scuole, parlano la nostra lingua e spesso tifano per le squadre italiane, ma restano formalmente “stranieri” e quindi invisibili alle selezioni nazionali. Il confronto con i modelli europei evidenzia l’immobilismo legislativo italiano:
- Francia: Grazie a un percorso più agevole (pur senza automatismi), talenti come Kylian Mbappé sono diventati pilastri della nazionale.
- Germania: Dal 2000, l’acquisizione della cittadinanza per i figli di residenti da almeno 8 anni ha permesso l’integrazione di campioni come Antonio Rüdiger.
In Italia, l’assenza di meccanismi di inclusione legislativa rende il percorso verso la maglia azzurra non agevole, privando lo sport di talenti già presenti sul territorio.
Un’ingiustizia che genera inefficienza L’analisi di Barbera dimostra che l’ingiustizia sociale non è solo un dilemma etico, ma la causa primaria dell’inefficienza del calcio italiano. Quando l’accesso al campo è mediato dal censo e dalla residenza, la platea di selezionabili si riduce strutturalmente. Se i talenti vengono cercati solo tra chi può permettersi il costo dell’iscrizione, il sistema nazionale perde inevitabilmente la capacità di rigenerarsi. L’attuale declino dei risultati sportivi è la conseguenza diretta di un sistema che ha sostituito il merito con il reddito. Il calcio, ancora una volta, si conferma lo specchio più amaro e fedele delle contraddizioni del Paese.
Filippo Barbera, “Il calcio specchio delle disuguaglianze del paese”, Il manifesto, 4 aprile 2026
Professore di sociologia economica e del lavoro presso il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino e fellow presso il Collegio Carlo Alberto. Si occupa di innovazione sociale, economia fondamentale e sviluppo delle aree marginalizzate. Tra le sue recenti pubblicazioni, si citano: Contro i borghi (a cura di, con D. Cersosimo e A. De Rossi, Donzelli, 2022), Le piazza vuote (Laterza, 2023). Fa parte del direttivo dell’Associazione “Riabitare l’Italia”.
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