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I successi sportivi non sono miracoli: sono il frutto di scelte strategiche, di investimenti prolungati nel tempo, di una cultura istituzionale che mette il talento – non il mercato – al centro del sistema.

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C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel modo in cui l’Italia reagisce alle proprie sconfitte calcistiche. Ci si indigna per qualche settimana, si convoca una commissione, si cambia l’allenatore, si invoca la “cantera” spagnola o il modello tedesco. Poi tutto torna come prima. Il problema, però, non è il modello di formazione tecnica. Il problema è più radicale, più strutturale, e ha a che fare con una domanda che nessuno sembra voler fare davvero: che cos’è il calcio italiano, oggi, e a chi appartiene?

Un’industria che si crede ancora un gioco – Per decenni il calcio italiano si è raccontato come una passione popolare, un gioco bello e caotico, figlio dell’improvvisazione e del talento individuale: questa narrazione romantica ha avuto il suo fascino, ma ha anche coperto un ritardo culturale e strategico gravissimo. Mentre la Spagna costruiva metodologie di allenamento scientifiche, mentre la Germania riformava radicalmente il proprio sistema federale dopo l’umiliazione degli Europei del 2000, mentre il Belgio investiva in modo sistematico sull’identificazione precoce dei talenti, l’Italia si affidava al mito dell’estro, al culto del campione già formato, alla gestione della scarsità anziché alla produzione dell’abbondanza.

Il calcio a livello professionistico non è un passatempo: è un sistema complesso che funziona solo se viene progettato, finanziato e governato con visione di lungo periodo. L’errore italiano non è tecnico: è filosofico. Si è continuato a pensare allo sport come a qualcosa che “viene da sé”, che nasce dai campetti di periferia, che non ha bisogno di architettura istituzionale. E intanto gli altri costruivano.

Le squadre italiane non sono più italiane – C’è un elemento che complica ulteriormente il quadro e che raramente viene messo al centro del dibattito pubblico con la necessaria chiarezza. Le squadre di calcio italiane – quelle che dovrebbero essere il vivaio naturale dei talenti nazionali, il laboratorio in cui si forma l’identità tecnica e tattica della nostra scuola calcistica – non appartengono più a soggetti italiani, e spesso non appartengono nemmeno a soggetti identificabili con chiarezza.
L’Inter è in mano al gruppo Oaktree Capital Management, un fondo americano di investimento alternativo con sede a Los Angeles.
Il Milan è di RedBird Capital Partners, altro fondo statunitense.
La Roma è di proprietà americana da anni.
La Fiorentina appartiene alla famiglia Commisso, imprenditore italoamericano delle telecomunicazioni.
Il Bologna è in mano a Joey Saputo, magnate canadese del settore lattiero-caseario.
Il Venezia è passato da una holding americana a un’altra.
Persino realtà più piccole sono state acquisite da fiduciarie opache, da fondi di private equity, da veicoli societari registrati in giurisdizioni fiscali che poco hanno a che vedere con il territorio in cui le squadre giocano.

Tutto questo non è necessariamente illegale, e non è detto che sia sempre negativo per i singoli club. Ma produce un effetto sistemico devastante: le squadre diventano asset finanziari, strumenti di valorizzazione del capitale, non istituzioni radicate in un territorio con una missione sociale e sportiva. I vivai diventano centri di costo da ottimizzare, non investimenti strategici da coltivare. I giovani talenti vengono ceduti quando conviene al bilancio, non quando conviene alla loro crescita. Il calcio italiano è diventato una piattaforma finanziaria globale che si chiama ancora Serie A.

La risposta di Gravina e i suoi limiti – In questo contesto, le parole del presidente dimissionario della FIGC Gabriele Gravina – che ha più volte rivendicato il calcio come “l’unico sport professionistico” italiano, quasi fosse un titolo di nobiltà esclusivo – suonano come un paradosso amaro. Come se il professionismo, invece di essere uno stimolo a fare meglio, fosse diventato una giustificazione per fare meno.

Ma guardiamo cosa produce quel professionismo senza visione. I risultati delle nazionali italiane nelle discipline che Gravina chiama “dilettantistiche” sono notevoli: il volley maschile e femminile campione del mondo, l’atletica che ha trionfato alle Olimpiadi di Tokyo con Marcell Jacobs e la staffetta 4×100, il nuoto che produce campioni olimpici con sistematicità crescente, la scherma, il judo, il canottaggio, recentemente anche il rugby. Sport “dilettantistici” che vincono, e vincono perché il sistema federale ha saputo costruire filiere di sviluppo del talento, centri tecnici nazionali, metodologie di allenamento condivise, un rapporto serio e continuativo tra la federazione e le società di base. I successi sportivi non sono miracoli: sono il frutto di scelte strategiche, di investimenti prolungati nel tempo, di una cultura istituzionale che mette il talento – non il mercato – al centro del sistema. Il calcio, con tutti i suoi soldi, con la sua industria multimiliardaria, non riesce a fare quello che fa la Federazione Italiana Nuoto con una frazione di quelle risorse.

Il dato che non si vuole vedere – Un articolo pubblicato su il manifesto a firma di Filippo Barbera documenta con precisione ciò che i numeri della FIGC tendono a nascondere dietro le cifre aggregate: iscrivere un figlio a una scuola calcio affiliata FIGC nelle regioni del Centro-Nord costa da un minimo di 200 euro fino a superare abbondantemente i 1.200 euro l’anno. A questa cifra si aggiungono il kit di abbigliamento, le scarpe, le trasferte, i tornei. Si arriva facilmente a 1.500-2.000 euro annui per un percorso in una città di medie dimensioni.

Il risultato è prevedibile e una proposta: si selezionano i figli delle famiglie che possono permettersi quei costi, non i talenti. La platea dei potenziali campioni si restringe strutturalmente, generazione dopo generazione. E quando si riduce il bacino da cui pescare, ci si meraviglia poi di non trovare pesci.
Il problema non è la cantera. Il problema è che la cantera è diventata un servizio a pagamento in un Paese dove le disuguaglianze di classe si riproducono anche nello sport.

La soluzione non è complicata da immaginare, anche se richiede coraggio politico e disponibilità a ragionare su orizzonti temporali lunghi. Serve un sistema pubblico di centri tecnici calcistici – distribuiti sul territorio nazionale, finanziati con risorse federali e pubbliche, aperti a tutti i bambini e i ragazzi indipendentemente dal reddito familiare – in cui la formazione tecnica venga erogata gratuitamente o quasi, con istruttori qualificati, metodologie condivise e un programma di talent scouting sistematico.

Non si tratta di un’idea utopistica: è esattamente ciò che fanno i Paesi che vincono, gli sport che vincono.
La Francia ha i centri di formazione federali.
La Germania ha riformato il sistema dopo il 2000 obbligando ogni club professionistico a investire nel settore giovanile con standard minimi certificati.
Il Belgio ha costruito una rete capillare di centri provinciali.
In tutti questi casi, il principio è lo stesso: il talento non si trova solo tra chi può permettersi di pagare, ma il talento è distribuito democraticamente nella popolazione, e il compito del sistema è intercettarlo ovunque si trovi.

In Italia, questo significherebbe anche fare i conti con l’altra grande esclusione di cui parla Barbera: quella dei figli di stranieri cresciuti qui, che tifano per le squadre italiane, che parlano italiano, che sono italiani di fatto ma restano invisibili alla nazionale per ragioni burocratiche. Un patrimonio di talenti che stiamo sistematicamente lasciando sul tavolo.

Non bisogna avere fretta, ma bisogna cominciare adesso. La tentazione, ogni volta che l’Italia perde una partita importante o manca una qualificazione, è quella di cercare la soluzione rapida: il nuovo allenatore, il modulo diverso, il giovane fenomeno da bruciare. È la logica del mercato applicata allo sport: il risultato immediato, il ritorno sull’investimento nel breve periodo. Ma lo sport non funziona così. I sistemi vincenti si costruiscono in dieci, quindici, vent’anni, si costruiscono con pazienza, con metodo, con la disponibilità a non vedere i frutti del proprio lavoro per una stagione intera.
La Spagna che ha dominato il calcio mondiale tra il 2008 e il 2012 era il prodotto di riforme avviate negli anni Novanta.
La Germania che ha vinto il Mondiale in Brasile nel 2014 era il prodotto della riforma del 2000.
Non bisogna avere fretta, ma bisogna avere il coraggio di cominciare, davvero, adesso. Smettere di gestire l’emergenza e cominciare a progettare il futuro. Aprire i cancelli dei campi da calcio a tutti i ragazzi, non solo a quelli le cui famiglie possono permettersi la retta. Togliere il calcio dalle mani dei fondi d’investimento almeno a livello di politica federale, e restituirlo – come sistema di formazione e di selezione – a una logica pubblica e meritocratica.

Il calcio è lo specchio del Paese, dice Barbera -ha ragione- ma uno specchio può anche aiutarti a vedere quello che devi cambiare.


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