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Il governo più longevo della storia repubblicana, ma sovranità industriale, energetica e sui confini che si sgretola su Ilva, accise e migranti. Tre dossier, lo stesso schema vuoto.

attualità 6 minuti di lettura

Fra pochi giorni, il 4 settembre, il governo Meloni diventerà ufficialmente l’esecutivo più longevo nella storia della Repubblica, superando i 1.412 giorni del Berlusconi bis, governo di cui la stessa Meloni fu ministra della Gioventù. A inizio maggio, quando l’esecutivo aveva già superato il Berlusconi quater diventando il secondo più duraturo di sempre, la premier aveva scelto la formula rituale ormai familiare: “non lo vivo come un traguardo da festeggiare, ma come una responsabilità ancora più forte verso gli italiani”.

Una frase che si presta comunque, inevitabilmente, come prova di forza e di stabilità in una Repubblica che ha visto avvicendarsi 68 governi in ottant’anni.
Il problema è che la stabilità, da sola, non è un programma: è un contenitore, e vale la pena guardare cosa contiene davvero, proprio nei giorni in cui quel record assoluto sta per essere raggiunto.

Ilva: la sovranità che produce meno e importa di più

Il 22 agosto, mentre Taranto ospitava i Giochi del Mediterraneo con mezzo governo presente ma senza i ministri del Lavoro e dell’Industria, Giorgia Meloni è rimasta in silenzio sull’impianto siderurgico che la stessa città, secondo la cronaca, non crede più possa essere salvato dalla cosiddetta “cordata italiana” di investitori privati. Nello stadio, durante le celebrazioni, è risuonato un grido che riassume meglio di qualunque comunicato lo stato dei fatti: “l’Ilva uccide”. Cortei vietati, zona rossa, e un impianto descritto ormai come destinato a una lenta morte. È in questo contesto che va letta l’analisi pubblicata lo stesso giorno da Emiliano Brancaccio su il Manifesto: il governo, scrive Brancaccio, ha prima smontato un progetto pubblico che avrebbe potuto modernizzare la produzione primaria nazionale dell’acciaio, per poi celebrare come patriottica una cordata italiana di privati che produrrà molto meno e comprerà all’estero quel che manca. È la sintesi perfetta del sovranismo alla prova dei fatti: la bandiera tricolore issata su un impianto che produce meno acciaio italiano e ne importa di più da fuori, con buona pace di ogni retorica sull’autonomia strategica nazionale. Non è indipendenza industriale: è dipendenza gestita con orgoglio.

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il governo alla prova delle accise

Le accise: un pezzo di scotch alla volta

Sul fronte energetico lo schema si ripete, cambiando solo l’oggetto. Da mesi il governo rincorre il caro-carburanti con un meccanismo — le cosiddette accise mobili, introdotte dal governo Prodi nel 2008 e poi riformate dallo stesso esecutivo Meloni nel 2023 — che si autofinanzia con l’extragettito Iva generato dall’aumento dei prezzi stessi, e che viene prorogato non di mesi, ma di giorni: prima fino al 24 agosto, poi al 25, poi al 26, con decreti firmati praticamente in extremis, coperti con tagli last minute ai ministeri e con qualche decina di milioni recuperati qua e là — 245 milioni per venti giorni a inizio agosto, appena 20,8 milioni per due giorni a fine mese. Lo sconto, oltretutto, riguarda solo il gasolio: la benzina, che pure ha toccato record storici di prezzo secondo l’Unione nazionale consumatori, resta scoperta, lasciando fuori milioni di automobilisti. Nel frattempo, sul fronte europeo, l’Unione — a cui l’Italia si è rivolta insieme ad altri cinque Paesi, fra cui Germania e Spagna, per chiedere una tassa comunitaria sugli extraprofitti energetici — si è sostanzialmente lavata le mani, rispondendo che la materia non richiede alcun via libera comunitario e rimandando la questione alla discrezionalità dei singoli Stati membri. Il risultato è un Paese che finanzia il sostegno ai consumatori con la stessa inflazione energetica che dovrebbe combattere, un giorno alla volta, senza alcuna visione di medio periodo su produzione, importazione o autonomia energetica reale: la stessa autonomia che, a parole, il governo rivendica come priorità sin dal suo insediamento.

parlamento del governo europeo

I “dublinanti”: la sovranità sui confini che l’Europa non riconosce più

Il terzo dossier è forse il più imbarazzante, perché smentisce nel modo più diretto la retorica sovranista sull’immigrazione. Dopo lo strappo diplomatico seguito ai fatti di Ceuta e la linea dura sui confini rivendicata da Roma, cinque Paesi europei — fra cui Finlandia e Svezia — chiedono ora formalmente all’Italia di rispettare le regole di Dublino, rispedendo al mittente i migranti transitati sul territorio italiano prima di raggiungere il Nord Europa. Il paradosso è che quelle stesse regole sono state rese più stringenti dal nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, accettato con entusiasmo dallo stesso governo italiano come una vittoria negoziale. Il risultato pratico è che l’Italia si ritrova a dover riprendere in carico i cosiddetti “dublinanti” (le persone trattate, secondo la cronaca, come pacchi da rispedire al mittente) proprio nel momento in cui meno se lo aspettava, vittima di un meccanismo che ha contribuito a rafforzare da sé. La guerra dei confini che dovrebbe dimostrare sovranità nazionale si trasforma, alla prova dei fatti, in un autogol diplomatico: gli alleati europei che il governo rivendica di saper tenere a bada sui migranti sono gli stessi che oggi gli rispediscono il conto, senza che Roma abbia più la forza contrattuale per rifiutarlo.

Lo stesso schema, tre volte

Ilva, accise, dublinanti: sono tre vicende diverse per settore — industria, energia, migrazione — ma raccontano esattamente lo stesso meccanismo con cui lavoro questo governo; ogni volta rivendica una parola d’ordine — sovranità industriale, autonomia energetica, controllo dei confini — e ogni volta, alla prova dei fatti, quella parola d’ordine si rivela vuota:
– la sovranità industriale produce meno e importa di più,
– l’autonomia energetica dipende da un’imposta che si autofinanzia giorno per giorno senza alcuna strategia,
– il controllo dei confini si sgretola di fronte a un’Europa che, semplicemente, prende in parola gli accordi che l’Italia stessa ha firmato con entusiasmo.
È lo stesso governo che, fra pochi giorni, festeggerà il record di longevità della storia repubblicana: un primato che misura quanto a lungo un esecutivo riesce a restare in carica, non quanto a lungo riesce a risolvere i problemi che quell’esecutivo stesso ha ereditato o contribuito a creare. Sono due cose diverse, e la distanza fra loro, in queste settimane di fine agosto, non è mai stata così visibile.

Restano, alla fine, tre immagini che si tengono per mano: Meloni silenziosa a Taranto mentre l’acciaio italiano muore lentamente sotto bandiera tricolore; un governo che taglia le accise due giorni alla volta perché non ha una politica energetica strutturale da proporre; un’Europa che, dopo anni di guerra dei confini a parole, rispedisce all’Italia il conto delle sue stesse regole. Non c’è, in nessuna di queste tre immagini, un futuro per l’Italia: c’è una progressiva svendita gestita con orgoglio nazionale, una dipendenza dagli altri Paesi ormai strutturale e non più temporanea, e una solitudine internazionale che nessuno slogan sovranista, per quanto ripetuto a lungo (anche per 1.412 giorni di fila) può più nascondere. Il record che sta per arrivare, in questo senso, dice la verità più di qualunque comunicato: misura la durata di un governo, non la sua capacità di cambiare la traiettoria di un Paese che, di svendita in svendita, sembra avere sempre meno voce in capitolo sul proprio stesso futuro industriale.


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