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Nolan non ha fatto l'Odissea di Omero, ha fatto l'Odissea di Nolan. Tre ore di pellicola, 250 milioni di budget e un cast stellare. Un evento, non un film

cinema 7 minuti di lettura

L’ho fatto: sono andato a vedere Odissea di Christopher Nolan, come tutti quelli che l’aspettavano tra trailer contati e polemiche social nate ancora prima dei titoli di testa, ora per il colore della pelle di Elena, ora per le armature futuristiche dei Proci. Detto questo, sono andato, ho visto e il verdetto è che il film tradisce Omero in più punti, perché lo riscrive, lo taglia, lo semplifica dove serve e lo innova dove piace, ma risponde con precisione chirurgica ai requisiti del kolossal d’antan, quello vero, quello con il cast stellare (Matt Damon, Anne Hathaway, Tom Holland e un’orda di comprimari di lusso), la fotografia ipnotica e la sensazione di stare assistendo a un evento, non a un prodotto. Tre ore di pellicola, 250 milioni di dollari di budget (il più costoso della carriera del regista, alla pari con Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno) e un cast che sembra la lista degli invitati ai Golden Globes.

La tesi che mi sento di difendere è che nessuna narrazione fosse più adatta di questo ancestrale poema per il cinema di Christopher Nolan: l’Odissea comincia in medias res, con Ulisse fermo sull’isola di Calipso a viaggio quasi concluso, e affida mostri, sirene e ciclopi a un lunghissimo flashback raccontato dall’eroe stesso alla corte dei Feaci. Omero, cioè, inventa l’analessi tremila anni prima che qualcuno la chiamasse così. Nolan lo sa e la fa propria: tre piani temporali che si svolgono simultaneamente sullo schermo, il viaggio di Ulisse che si intreccia al presente di Telemaco, incursioni verso un futuro che il protagonista non sa ancora di avere. Non è la solita trottola di Inception che gira e gira, qui la frammentazione ha un padre nobile e millenario, e per una volta la forma asseconda il vezzo strutturale di Nolan, un atto dovuto.

Quindi Nolan gioca molto con i personaggi, a cui affida una diversa lettura dei fatti.

Ulisse: l’inganno che fonda (e condanna) un’era – Matt Damon restituisce un Ulisse che non è l’eroe dall’ingegno luminoso della tradizione scolastica, ma un uomo che si porta addosso il peso morale del cavallo di Troia: sa di aver vinto violando la legge dell’ospitalità, sa che quella vittoria è stata ottenuta con l’inganno e non con il valore, e il finale del film lo mostra distrutto proprio da questa consapevolezza. È un Ulisse che chiude un’era, quella della guerra eroica, delle regole condivise anche tra nemici, e ne apre un’altra, più cinica, dove l’intelligenza tattica vale più dell’onore. Il parallelo con Oppenheimer, altro uomo distrutto dal proprio genio, è fin troppo comodo per non essere voluto.

Penelope rivendica il suo lavoro – Se c’è un personaggio che il film restituisce con più dignità del poema originale, è Penelope. Anne Hathaway non recita l’attesa, recita il lavoro: la tela che tesse e disfa non è un espediente da fanciulla ingenua ma una tecnica di potere, un sistema per tenere in scacco i Proci con ago, filo e calcolo politico. Non a caso qualcuno l’ha definita, con formula perfetta, “la prima montatrice della cultura occidentale”: allunga, accorcia, monta e rimonta il tempo esattamente come fa Nolan con il montaggio del film stesso. Penelope non aspetta, amministra un regno e produce valore mentre tutti intorno a lei — Proci compresi — restano fermi. Se questo non è un discorso sul lavoro, quello vero, riproduttivo e invisibile, ditemi voi cos’altro potrebbe essere.

Antinoo, o del coraggio che manca – Robert Pattinson interpreta Antinoo come il più aggressivo dei pretendenti, quello che si crede già re. Ma sotto la spavalderia resta un pavido: non sfida mai Ulisse a viso aperto, aspetta che sia lui a essere dato per morto prima di muoversi, e la sua stessa pretesa di sostituirsi a Telemaco come figura paterna — raccontata da Pattinson quasi come una barzelletta — tradisce un’insicurezza che nessuna armatura può nascondere. È l’usurpatore che ha bisogno della legittimità di un talamo altrui perché non ne ha una propria da rivendicare: il coraggio, quello vero, gli è sempre mancato.

Agamennone: la faccia che Nolan non vuole farci vedere – Curiosità che dice più di una recensione intera: Agamennone (Benny Safdie) non si vede quasi mai in volto, si intravede piuttosto dentro un’armatura scura, angolosa, da supereroe crepuscolare, un’armatura che assomiglia sospettosamente a quella di Batman. Che il regista della trilogia del Cavaliere Oscuro nasconda il volto del comandante supremo dietro un esoscheletro non è un caso: è autocitazione dichiarata, ed è anche l’ennesimo modo per dire che il potere assoluto, in questo film, non ha più un volto umano da mostrare.

Telemaco, il figlio che deve ancora nascere come uomo – E poi c’è Telemaco, Tom Holland, il personaggio più difficile da giudicare perché è quello meno omerico di tutti nella sua funzione drammaturgica: non più il ragazzo, ma un vero romanzo di formazione parallelo a quello del padre. Cerca notizie di Ulisse senza sapere che lo specchio in cui si guarda è proprio l’assenza di quell’uomo, protetto da un’Atena (Zendaya) che lo accompagna esattamente come accompagna il padre, come se la dea dovesse insegnare due volte la stessa lezione di astuzia a due generazioni diverse. Se Ulisse impara sul campo cosa costa vincere, Telemaco impara prima ancora di partire cosa costa essere figlio di un’assenza: la vera odissea del ragazzo non è il mare, è la scoperta che l’autorità paterna, quando manca, va costruita da soli.

In definitiva tutti gli attori sono bravissimi, sono movie stars, non personaggi che scompaiono nel ruolo. Nolan, quello che ha scoperto Heath Ledger come Joker, avrebbe potuto trovare attori meno famosi che si fondassero nei personaggi. Holland e Zendaya sembrano aggiunte obbligate dallo studio, non scelte artistiche. Eppure, c’è da dire: Damon è straordinario nel portare il peso di ogni cattiva decisione di Ulisse sul volto, e Holland firma il miglior lavoro della sua carriera fuori dalla tuta di Spider-Man.

Fotografia e musica. Hoyte van Hoytema ha girato integralmente in IMAX 70mm, per la prima volta nella storia per un film di quasi tre ore: due milioni di piedi di pellicola (610 km), location reali in Marocco, Grecia, Sicilia, Islanda, Scozia. Tutto reale e realistico. Non è vero che manca la musica, semmai manca l’orchestra: Ludwig Göransson, al suo ennesimo lavoro con Nolan, ha sostituito gli archi con trentacinque gong di bronzo e strumenti che suonano più antichi della Grecia stessa. Il risultato è un film che non ha una colonna sonora nel senso hollywoodiano del termine: ha un battito, qualcosa che si sente nello stomaco prima che nelle orecchie.

Alla fine resta la sensazione di un film ambizioso, largo, a tratti compresso (172 minuti restano 172 minuti), che sacrifica pezzi importanti del poema — Nausicaa sparisce, i Feaci pure — per guadagnare in coerenza tematica quello che perde in fedeltà filologica. Un ottimo lavoro, comunque, a prescindere dalle critiche legittime che si possono muovere: che è poi il modo più onesto per dire che ne vale la pena.
Quando esci dal cinema con le orecchie ancora piene di gong di bronzo e gli occhi bruciati dai paesaggi islandesi, capisci che hai visto qualcosa di raro. Un film che, come diceva un recensore di IMDb, “tra vent’anni la gente guarderà con nostalgia dicendo: ‘Non fanno più film così’.

E forse è proprio questo il punto: Nolan non ha fatto l’Odissea di Omero, ha fatto l’Odissea di Nolan. E va bene così


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