Che lo si ami o lo si detesti, di Nolan e della sua Odissea si parla addirittura da ben prima che uscisse nelle sale cinematografiche, da più di un anno, ininterrottamente, con un volume di polemiche che il regista stesso ha liquidato come “irrilevanti”. Per questo Nolan ha già vinto, prima ancora che l’incasso del weekend faccia il suo dovere: in un’epoca in cui l’unica vera sconfitta culturale è l’indifferenza, aver reso Omero un argomento di conversazione globale, tra chi lo accusa di tradimento filologico e chi lo incorona capolavoro, è già, di per sé, un risultato che pochissimi registi possono vantare nel 2026.
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Le due Odissee che si leggono online – I cronisti del cinema ed i cinefili più o meno amatoriali si sono già divisi il campo con la consueta nettezza binaria. Da un lato Peter Bradshaw sul Guardian, cinque stelle su cinque, che parla di un film di “straordinaria ambizione, audacia, serietà” capace di attualizzare l’epica omerica pur allontanandosi filologicamente dal testo. Sulla stessa linea Matt Zoller Seitz di RogerEbert.com, che intitola la sua recensione “Christopher Nolan lo ha fatto di nuovo” e coglie il punto più interessante per chi voglia andare oltre il giudizio di gusto: per Nolan, Omero è soprattutto un pretesto per parlare di come le storie ci vengono raccontate. Dall’altro lato, c’è per ora una minoranza molto agguerrita: chi lamenta personaggi “eccessivamente abbozzati e poco credibili”, incongruenze rispetto all’originale, un cast che fatica a reggere il peso dell’operazione.
Wilson contro Nolan, Oates contro Wilson: la vera partita – Ma la critica più aspra nelle ultime ore è arrivata dalla fonte stessa di Nolan, che non è cinematografica, ma letteraria: la classicista Emily Wilson (Università della Pennsylvania), la cui traduzione dell’Odissea del 2017 è probabilmente la più letta degli ultimi decenni, e che Nolan stesso ha citato come ispirazione diretta, in particolare per l’incipit “Tell me about a complicated man”, ha pubblicato sulla London Review of Books (commentata su ilPost) una recensione al vetriolo. La sintesi è la frase, ormai un meme online: “I would be ashamed to have written any part of this script” mi vergognerei di aver scritto anche solo una parte di questa sceneggiatura. Wilson non contesta affatto il diritto di riscrivere Omero: ammette esplicitamente che ogni versione dell’Odissea comporta interpretazione e cambiamento, anzi si dice contenta del ritorno di interesse per il poema, e nota persino che le vendite delle traduzioni (compresa la sua) sono schizzate in alto. Contesta qualcosa di più preciso: che il film trasformi Odisseo, che nell’originale è una figura -a suo dire- moralmente ambigua, imprevedibile, insieme ammirevole e inaffidabile, nel film invece diventa un rassicurante eroe d’azione, svuotato di complessità psicologica, emotiva, politica ed etica.
È qui che entra Joyce Carol Oates, che nelle ultime ore ha preso pubblicamente le difese di Nolan sui social, definendo il tono di Wilson di “dismissal & haughty superiority” (rifiuto e altezzosa superiorità), arrivando, non senza polemiche a sua volta, con un paragone piuttosto incendiario, ad accostarlo al linguaggio di certa destra americana (MAGA). Al netto della rissa personale, la posizione di Oates nel merito è quella che qui conta davvero, perché coincide quasi alla lettera con la tesi che vorrei esprimere in questo post: “No reason why Nolan, or anyone else, should not re-imagine/re-envision a classical hero” —
nessuna ragione per cui Nolan, o chiunque altro, non dovrebbe reinventare un eroe classico.
Oates aggiunge un punto che nessun purista può aggirare facilmente: anche le traduzioni, quella di Wilson compresa, sono atti soggettivi di interpretazione, non equivalenti al testo originale, pretendere fedeltà assoluta da un adattamento cinematografico mentre si esercita libertà interpretativa nella propria traduzione è, quantomeno, una posizione scomoda da difendere fino in fondo.
Certo, nemmeno Wilson sostiene che Omero non si possa riscrivere. Wilson contesta la qualità di questa particolare riscrittura, non il suo diritto di esistere: è un’obiezione più seria di qualsiasi purismo generico, ed è infatti l’unica che meriti una risposta vera invece di una scrollata di spalle.
Quello che Nolan ha capito, e Omero non ha mai negato – C’è comunque una questione storico-filologica più profonda: la “custodia del sacro” presuppone che esista un testo originale da custodire, e l’Odissea è probabilmente l’opera meno adatta al mondo per sostenere quella premessa. Gli studi di Milman Parry e Albert Lord sulla composizione orale-formulare hanno mostrato da un secolo che i poemi omerici non nascono come un testo scritto da un autore singolo e poi tramandato intatto: nascono da generazioni di aedi che li ricomponevano a ogni esecuzione, con formule, epiteti ed episodi che si aggiustavano di volta in volta al pubblico, all’occasione, alla memoria di chi cantava. Non esiste un “originale” nel senso in cui lo intendiamo per un romanzo del Novecento: esiste una tradizione che si è sempre riscritta da sola, prima ancora che qualcuno la fissasse per iscritto. Roberto Calasso, che non a caso ha dedicato un libro intero al modo in cui il mito greco non ammette mai una versione definitiva (Le nozze di Cadmo e Armonia), lo ha ricordato meglio di chiunque altro: il mito vive esattamente di questa proliferazione di varianti, nessuna delle quali ha titolo per cancellare le altre.
Spinoff, sequel, prequel: la parola nuova per il mestiere più antico – Chiamarli spinoff, prequel o sequel è solo il vocabolario industriale che il capitalismo culturale contemporaneo ha dato a un’operazione vecchia quanto la letteratura occidentale stessa. Eschilo, Sofocle ed Euripide hanno scritto ciascuno la propria Elettra, la propria Ifigenia, senza che nessuno gridasse al plagio: il pubblico ateniese conosceva già la storia, andava a teatro proprio per vedere quale versione ne avrebbe dato quel drammaturgo. Virgilio ha preso Omero e ne ha fatto il fondamento del mito di Roma. Dante ha messo Ulisse all’Inferno a compiere un ultimo viaggio che Omero non aveva mai raccontato, inventandolo di sana pianta e attribuendolo comunque al personaggio omerico. Joyce ne ha fatto un impiegato pubblicitario a Dublino. In questa luce, l’anomalia storica non è Nolan che riscrive Omero con duecentocinquanta milioni di dollari e le telecamere IMAX: l’anomalia è il paio di secoli, grosso modo dal Romanticismo in avanti, con il culto dell’autore singolo e il copyright a fissarne i confini legali, in cui abbiamo iniziato a pensare che i testi debbano avere un’unica versione autorizzata e tutte le altre siano tradimenti.
L’ironia che quasi nessuno nota – Sia concesso un passaggio paradossale: Christopher Nolan, l’uomo che protegge le proprie sceneggiature originali con un riserbo quasi ossessivo, che non ha mai concesso un sequel a Inception o Interstellar né permesso a nessuno di allargare i propri mondi narrativi, ha scelto come materiale la proprietà intellettuale più “open source” della storia umana, tremila anni di dominio pubblico, nessun erede a cui pagare i diritti, nessuno studio legale a difendere il canone. Per poi “essere accusato” esattamente del peccato che lui stesso non ha mai permesso si commettesse contro le sue opere. E c’è un’ironia ancora più fine, tutta interna al poema: l’Odissea è, prima di ogni altra cosa, la storia di come si costruisce il kleos, la gloria che sopravvive attraverso il racconto, non attraverso il fatto in sé. Un anno di polemiche, di casting contestato, di dibattiti sull’uso di un linguaggio “troppo moderno”: non è un incidente di percorso per un film sull’Odissea, è, semmai, la dimostrazione più fedele possibile del suo tema centrale, applicata al ciclo delle notizie invece che al canto dell’aedo.
Quello che l’operazione di Nolan ci dice, allora, non è che oggi finalmente si possono riscrivere i classici: è che non hanno mai smesso di essere punti di riferimento da riscrivere e che l’unica vera domanda non è se un’opera vada riscritta, ma se chi la riscrive abbia qualcosa da dire con la propria versione. Su questo, la critica può discutere quanto vuole. Ma discuterne, appunto, è già la partita vinta.
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