Anatolij Kuznecov, Tolja, ha solo 12 anni quando Kiev cade in mano ai tedeschi di Hitler: il 21 settembre 1941 le truppe bolsceviche, mal equipaggiate, sono costrette ad abbandonare la capitale dell’Ucraina e lasciarla in mano ai nazisti.
La bandiera rossa del comunismo è sostituita da un’altra bandiera, sempre rossa ma con le svastiche al posto dei simboli della Rivoluzione d’Ottobre. Tolja fatica a capire perché il nonno sembri così contento: l’Ucraina è davvero stata “salvata dai comunisti” e liberata? Il nonno, infatti, ha vissuto le privazioni dei bolscevichi, ha visto la nascita del kolchoz, ha conosciuto il peso greve della censura del pensiero, del clima di terrore instaurato dal PCUS: con i tedeschi finalmente l’Ucraina potrà liberarsi dei suoi incubi e cominciare la sua rinascita. Purtroppo, Tolja deve constatare, giorno dopo giorno, che non è così, perché i tedeschi con sempre crescente noncuranza si appropriano delle ricchezze della capitale ucraina, come avevano fatto prima i bolscevichi. Ma i bolscevichi avevano portato un’ideologia e un progetto di ricostruzione: scuole, istruzione, nuovi martiri della libertà e una lunga lista di nemici del popolo. I nazisti portano la loro calcolata ferocia che meccanicamente si impossessa prima delle cose, poi delle vite della capitale Kiev. Tolja scopre qualcosa di ancora più tetro: in due giorni, fra il 29 ed il 30 settembre, succedono cose strane a Babij Jar, un dirupo di 50 metri nella foresta alle spalle della città. Gli ebrei vengono tutti condotti lì con la falsa speranza di essere deportati altrove, al contrario vengono ammassati nelle scoscese terre di Babij Jar e trucidati sistematicamente, in modo organizzato e scientifico, meccanico, in modo da risparmiare colpi ma non vite. È una carneficina di cui si odono dalla città soltanto voci, dicerie; da cui ci si salva solo per puro caso, per quel granello che inceppa ogni tanto gli ingranaggi ben oliati della macchina nazista. Tolja vede in un attimo cambiare il suo mondo: le speranze del nonno si infrangono minuto dopo minuto di fronte a bombardamenti improvvisi (probabilmente dei russi), a proclami e ordini inchiodati sui muri non più soltanto in ucraino e russo, ma anche in tedesco. E incombe sempre su tutti la minaccia della fucilazione. Tanti saranno così ingenui da cedere a quelle minacce preferendo assecondare il più forte sperando di essere risparmiati: in pochi invece si faranno coraggio e inizieranno una nuova vita, una strana nuova vita nella quale sono padroni solo della loro debolezza: perdono la casa, perdono i viveri, perdono la speranza e ancora una volta la possibilità di avere qualcosa di proprio, di poter fare programmi e progetti per un domani. Devono affidarsi al mercato nero per poter scampare alla fame e per poter sperare di sopravvivere. Tutto sembra tornato indietro, ma con più ferocia: adesso c’è quella foresta dove prima si andava a caccia, trasformata nell’anticamera dell’inferno umano, Babij Jar.
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